Il bambino era seduto sui gradini davanti a casa, le ginocchia sbucciate all’altezza degli occhi e un sasso in mano. Graffiava la pietra grigia usando il sasso come un gessetto. Una linea, poi un’altra parallela e un’altra ancora, ma più in basso. Poi numeri e di nuovo linee. Il disegno che prendeva forma ricordava un gioco infantile o un compito di algebra. Il paese, in quei pomeriggi, aveva un modo tutto suo di addormentare i pensieri.
D’un tratto, il vento lo scosse. Si infilò sotto la maglietta. Nella stoffa dei pantaloncini. Sulle braccia e fra i capelli rossi increspati. Gli arrivò addosso per strappi, portando un odore che non era ancora pioggia, ma promessa. Lui alzò la testa. Cercando. Spingendo lo sguardo in lontananza. In fondo alla via, oltre il taglio di case colorate, il mare non si vedeva, ma il cielo sì. Un velo leggero che abbracciava la costa. Lontano, però, oltre le boe e la sagoma dell’isola francese, il bordo delle onde spariva. Una fascia più nera si stendeva sul mare, come se qualcuno avesse avvicinato una lastra di vetro scuro all’orizzonte.
Bastò un’occhiata. Si alzò di scatto, lasciò cadere il sasso, e rimase fermo fissando il confine del mondo.
In quel momento, tra i tetti e le terrazze sopra di lui, qualcuno fischiò. Un fischio lungo, sottile, che saliva di nota per poi tornare grave. Un segnale. Un brivido che attraversò il paese rimbalzando sui muri, passando sotto gli archi, scendendo le scale. Poi un urlo di sorpresa dal porticciolo, un grido di bambina tra le persiane, risate e richiami che non si capivano bene, ma lui già sapeva.
Sentì lo stomaco stringersi e allargarsi insieme.
«Il temporale grosso» sussurrò.
Un tremito gli scivolò lungo la schiena. Era lo stesso che provava quando facevano i tuffi dallo scoglio alto. Quel vuoto che nasce nel petto poco prima del salto. E iniziò a correre. Divorò i tre gradini in un salto solo e imboccò il vicolo verso la fontana. La pietra sotto i piedi era calda e unta d’estate, levigata dal tempo e dai passi. L’aria sapeva di umido risalito dalle cantine e di pomodoro schiacciato, rimasto a seccare nei piatti sui davanzali. Sotto un arco, sentì il battito veloce di sandali alle sue spalle.
«Ehi, aspetta!» gridò una voce.
Non si voltò. Doveva fare presto, doveva correre e basta.
Più avanti, da una scaletta laterale, spuntò un altro bambino: era senza maglietta, i capelli bagnati di sudore e una bici troppo grande tenuta per il manubrio. Cercava di salire in sella mentre correva, ma i pedali gli scappavano via.
Da una finestra al primo piano, una donna con il grembiule e le mani sporche di farina si affacciò di colpo.
«Dove andate?» chiese. Poi guardò il mare, strinse gli occhi e scomparve subito, sbattendo le imposte.
Il vicolo correva fra strette case colorate, infine piegava in una curva che si apriva improvvisamente diventando una piccola piazza. Un fazzoletto di pietra chiara, con la fontana al centro e tre panchine di cemento lungo il bordo. L’acqua scendeva lenta da una bocca di ferro arrugginito, morendo in una piccola pozza verde sul fondo della vasca. C’erano già quattro bambini, e ogni minuto ne spuntava un altro da una scala diversa, da una curva nascosta, da un corridoio tra le case.
Arrivavano senza che nessuno li avesse chiamati, di corsa e con il fiato corto. Qualcuno in ciabatte di gomma, altri scalzi, con le piante dei piedi nere di polvere. Uno arrivò con una grossa focaccia mezzo mangiata in mano. Un’altra con il grembiule di scuola annodato in vita come una gonna.
Non si salutarono davvero. Buttavano il nome dell’altro in aria, ogni tanto, come per assicurarsi che fosse lì, ma la loro attenzione era tutta rivolta verso l’unico punto che contava: il taglio di mare e cielo, visibile tra le case in fondo alla strada.
Il bambino si fermò vicino alla fontana. Il cuore gli batteva forte nel petto, ma si impose di respirare piano. Sentiva le mani sudate. Le immerse nell’acqua fresca e se le passò sul viso. Poi, improvviso, un nuovo colpo di vento cadde nella piazzetta dall’alto, portò un sentore di alghe e scoglio bagnato. Scappò via verso le montagne, lasciando i bambini in silenzio.
Sulla panchina di cemento, con le gambe troppo lunghe che non sapeva dove mettere, stava già il più grande. Aveva la pelle del collo scurita dal sole e segnata da una riga bianca dove la maglietta si faceva larga. I capelli, corti e rigidi di sale, sembravano denti di cane aggrappati a uno scoglio. Non cercava di sembrare un uomo. Stava fermo con una spalla più alta dell’altra, le nocche sbucciate che tormentavano il bordo della seduta.
«È lui» disse piano. Ma tutti lo sentirono.
Qualcuno deglutì. Qualcun altro cercò con lo sguardo un amico preciso. Due fratelli più piccoli si strinsero l’uno all’altro, poi finsero di spingersi, ridendo troppo forte.
Una raffica attraversò la piazza facendo vibrare l’acqua nella vasca. Tre piani più sopra, un lenzuolo bianco si gonfiò come una vela e schioccò contro il filo con un rumore di frusta.
Il bambino credette di sentire già il tuono. Guardò le mani e le asciugò sui pantaloncini. Le ginocchia erano dure, pronte a scattare, ma qualcosa lo teneva fermo: un filo invisibile legato alla pietra sotto i piedi.
Dietro di loro, verso il basso, il paese sembrava essersi ritirato. Le voci degli adulti dalle cucine si erano fatte più basse, le radio suonavano da lontanissimo, e il rumore metallico delle posate arrivava smorzato. Restavano solo il respiro dei bambini, il gocciolare regolare della fontana, e quel vuoto sospeso che precede la burrasca.
Fu allora che sentì la pipì spingere, improvvisa e fastidiosa, come se il corpo avesse deciso di metterlo alla prova prima ancora del temporale. Guardò gli altri. Pensò di dirlo. Gli bastò immaginare le facce, le risate, per capire che non l’avrebbe fatto. Serrò le gambe e rimase dov’era.
Il più grande si alzò con un movimento sgraziato. Si avvicinò alla fontana e sputò di lato, un gesto secco che fece zittire i più piccoli. Non bevve. Posò le mani callose sul fondo della vasca e le tenne lì, aspettando di sentire la vibrazione del ferro prima che il tuono arrivasse davvero. Quando le ritirò, l’acqua gli colava dai polsi sporca di fango. Si voltò verso la salita che portava fuori dal paese.
«Quando parte il primo, partiamo tutti» disse.
Nessuno rispose. Guardavano nella stessa direzione, con gli occhi lucidi di eccitazione e un filo di timore che non volevano ammettere.
Da qualche parte, lontano, un brontolio sordo si fece spazio tra le nuvole. Quasi impercettibile. Il bambino sentì la pelle delle braccia riempirsi di brividi. Fece un passo avanti, così piccolo che nessuno se ne accorse.
Il temporale grosso stava arrivando. Ed erano pronti ad andargli incontro.
Un secondo brontolio arrivò dal mare, più lungo e teso del primo. Il suono rotolò sopra le onde, attraversò il paese e risalì la valle come un animale che cerca un varco tra gli alberi. Le foglie del lentisco tremarono in direzione del vento.
Fu un ragazzo magro, con una maglietta azzurra troppo larga, a muoversi per primo. Gli altri lo videro e si spostarono, aprendo un piccolo corridoio tra i loro corpi.
Il bambino sentì le gambe irrigidirsi. L’attesa era finita.
Il più grande si collocò in testa al gruppo senza dire nulla. Toccava a lui guidare la salita.
Uscirono dalla piazzetta a grappoli, senza un ordine apparente; eppure, a guardarli dall’alto, si sarebbe colta una disposizione naturale, una geometria silenziosa che nessuno aveva stabilito, ma che tutti assecondavano per istinto. Le case sembravano stringersi ai lati della strada; le finestre li osservavano passare e per un istante il paese sembrò restare indietro.
La salita iniziava dopo il primo tornante. Una striscia di terra chiara che si arrampicava tra due muretti. Pietre accatastate, coperte di muschio nei punti dove non batteva il sole. I passi sollevavano nuvole di polvere secca che il vento portò via quasi subito. La strada odorava di pietra riscaldata e di un’erba amara che cresceva nelle crepe.
Le voci si spegnevano lungo la salita. Restava solo il ritmo dei respiri e il suono dei sandali sulla terra secca.
Il bambino guardò il tallone di quello davanti a lui. Cercò di tenere il passo, ma il fiato si fece corto quasi subito. La gola gli bruciava. Sentì una goccia di sudore scendere lungo la schiena, poi un’altra tra i capelli, e le mani che tornavano a farsi umide. Non voleva rallentare. Nessuno lo faceva. C’era una spinta invisibile che li teneva legati, la necessità silenziosa di una migrazione che non ammetteva soste.
Dietro di loro il paese diventava più piccolo. Le case si abbassavano, la piazzetta si richiudeva come un pugno, i panni stesi tornavano a essere solo macchie di colore.
La strada continuava a salire dritta, tagliando la collina; poi, in prossimità di una vecchia stalla, piegava su se stessa e scompariva sull’altro versante. Poco prima di quel gomito, sulla sinistra, i bambini si bloccarono. In attesa.
Il più grande era fermo al bordo del muretto. Si voltò a guardarli uno a uno. Aveva la bocca screpolata e un piccolo tic all’angolo dell’occhio sinistro: un guizzo che cercava di nascondere stringendo le palpebre contro il vento. Bastò quel segno a farli sentire vicini, uniti, pronti al balzo. Poi saltò, scomparendo dall’altra parte con la stessa facilità con cui una lucertola scivola tra le pietre.
Gli altri lo seguirono, uno dopo l’altro. Alcuni con slancio, altri con esitazione, altri ancora cercando un appoggio con la mano. Il bambino si passò un colpo di lingua sulle labbra secche, poi puntò le mani sudate sulla pietra e si tirò su, accompagnando il balzo con un piccolo sbuffo di fatica.
Davanti a loro si alzava l’ultimo confine: una siepe di caprifoglio selvatico. Oltre si entrava in un altro mondo. Si entrava nel bosco. Non era un muro ostile, ma una presenza antica, disordinata e fitta che in quei giorni di fine maggio si era caricata di una dolcezza quasi insopportabile. I fiori erano aperti, bianchi e gialli, migliaia di piccole bocche che esalavano un profumo denso, impastato di polline e umidità. Bisognava passarci attraverso.
Il bambino inspirò. Il temporale si faceva più vicino. Nessuno poteva più tornare indietro. Fece il primo timido passo, poi un secondo e un terzo. I rami flessibili si aggrapparono alla maglietta, le foglie morbide gli sfiorarono il collo e le braccia nude. E poi, l’odore. Non era solo profumo che si appiccicava ai vestiti. Era una sostanza densa che lo avvolgeva. Sentì quella dolcezza entrargli in gola, scendere nei polmoni, fondersi col respiro. Sapeva di miele, di animale selvatico e di qualcosa che gli ricordava le mandorle bruciate.
Quando fu dall’altra parte, la luce cambiò di colpo. Non era più la luce del paese. Era più scura, più alta, più antica. Guardò gli altri uscire lentamente dal muro di fiori. Nessuno disse nulla, ma tutti portavano addosso la stessa traccia. L’odore del caprifoglio si era incollato ai vestiti e ai capelli. Erano stati marchiati.
Il bosco li accolse con un cambio di temperatura. Appena oltre la siepe l’aria si fermò. Qui il vento non entrava diretto. Passava alto, sopra le chiome dei pini marittimi e dei lecci, muovendo i rami con un fruscio lungo, continuo, simile al respiro di un gigante che dorme. Camminavano in fila indiana, senza correre. Lì dentro non si correva mai: era una regola scritta dalle radici che affioravano dal terreno e dalle tane di volpi e tassi. Il suolo era morbido, un tappeto spesso di aghi di pino stratificati negli anni che attutiva il rumore dei passi, trasformandolo in un fruscio ovattato. La luce filtrava a fatica, attraversava un oceano di foglie arrivando a terra stanca, tinta di un verde scuro, resinoso. L’odore del caprifoglio non sparì, ma si mescolò a quelli del bosco. Il bambino ne distinse due: quello della resina che colava dalle cortecce e il sentore umido di funghi e terra bagnata. Quella mescolanza lo stordiva.
Nessuno parlava. Il bosco imponeva silenzio e concentrazione. L’inquietudine cresceva passo dopo passo, una vibrazione che non bloccava le gambe, ma le spingeva avanti. Poi il verde cupo si sfilacciò. Il sentiero prese a salire deciso verso una macchia di luce livida.
Uscirono dal bosco come si esce da una grotta sottomarina, colpiti in faccia da un’esplosione di aria e luce. La radura era un anfiteatro di erba secca e rocce spaccate, sospeso nel vuoto in cima alla scogliera. Il vento, libero dagli alberi e dalle case, li investì con una forza che costrinse il bambino a puntare i piedi. Era un vento freddo, adesso: un fiume d’aria carico di spruzzi salati, risaliti fin lassù dalle onde che si infrangevano decine di metri più in basso. L’orizzonte non esisteva più. Il mare era diventato una tavola di piombo fuso striata di bianco, ma nessuno guardava l’acqua. Cercavano tutti il cielo. E non lo trovarono. Al suo posto una muraglia nera, compatta come una catena montuosa rovesciata, avanzava verso di loro. Divorava la luce, mangiava i colori, spegneva il riverbero del sole ormai invisibile. Il temporale grosso era lì. Di fronte a loro.
Stare fermo era diventato difficile. Il bambino guardò i profili dei compagni, tesi verso il mare. Poi guardò la boscaglia alle sue spalle. Sarebbe bastato un passo per sparire nel verde, come un sasso che rotola in un fosso. Nessuno se ne sarebbe accorto. Ma restò lì. Stringendo le gambe, cercando di non farsi notare.
I ragazzi più grandi si erano spinti sul ciglio, i vestiti gonfiati sulla schiena come vele, le braccia aperte a sfidare l’aria.
Un lampo tagliò il nero: un colpo di bisturi verticale, netto. Tutti trattennero il fiato, contando i secondi come gli avevano insegnato. Uno. Due. Tre… Lo schianto arrivò prima che potessero finire. Non fu un rumore. Fu una scazzottata. La terra tremò, vibrando fin dentro le ossa. Il tuono rotolò sopra di loro come un barile vuoto in una soffitta, un boato lungo che riempì ogni pensiero. Qualcuno fece un passo indietro. Una bambina si coprì le orecchie. Ma nessuno fuggì. Non ancora. Dovevano aspettare la prima goccia. Quella era la regola. Quella era la prova. Rimasero immobili, gli occhi sbarrati e lucidi per il vento. Fissando il muro d’acqua che avanzava veloce sul mare, cancellando il mondo un pezzo alla volta. Sentivano la paura, fredda e tagliente, ma sotto, in fondo allo stomaco, si era accesa una gioia selvaggia, un calore che spingeva per farsi spazio.
Poi, qualcosa cadde dal cielo. Il bambino sentì un tocco freddo colare sulla fronte. Una goccia. Un’altra lo colpì alla spalla, secca come un sasso. D’improvviso, una cascata d’acqua li avvolse. Il più grande si voltò: il viso bagnato e gli occhi accesi di un riso folle. Il silenzio cedette di colpo.
«Via!» gridò. «Ora!»
Il gruppo voltò le spalle al mare e si tuffò nel bosco. Fu un’esplosione, una corsa selvaggia. La corsa di una mandria di bambini che ridevano e gridavano. Non una fuga disordinata, non c’erano gomiti che spingevano o gambe che cercavano di superare le altre. Era un fiume in piena, un’onda di ritorno che si ritirava prima che il mare grosso la inghiottisse.
Nella foga del primo scatto la presa cedette e il corpo si arrese. Un calore lungo e segreto gli corse lungo la pelle, subito inghiottito dalla pioggia. Non si fermò.
Il bosco scivolava via con un frastuono liquido che copriva il battito dei passi. L’acqua non cadeva dritta. Spinta dal vento entrava di traverso tra i tronchi, schiaffeggiava le cortecce e rendeva il sentiero di aghi viscido e scuro. Il bambino correva con la testa bassa, le braccia strette al petto, ma sentiva la pioggia entrargli ovunque: nei capelli, giù per il collo, dentro le scarpe. Non aveva freddo. Sentiva uno strano bruciore che gli partiva dai talloni e arrivava alla gola. Correva ridendo, mentre il resto del mondo spariva dietro le imposte chiuse.
Arrivarono alla siepe.
Il caprifoglio era afflosciato sotto il peso dell’acqua. I rami pendevano bassi, carichi di gocce, sbarravano il passaggio. Dovettero forzare il muro verde, spingendo con le spalle, immergendosi in quel groviglio bagnato. E fu lì, in quel contatto brutale, che accadde di nuovo. L’acqua non aveva lavato via l’odore. Lo aveva esaltato. Le foglie schiacciate e i fiori zuppi sprigionarono un’ondata di profumo ancora più densa di prima. Il bambino sentì quella sostanza dolciastra incollarsi definitivamente alla maglietta bagnata, penetrare nella stoffa, mischiarsi al suo stesso odore di pelle e fatica. Scavalcò il muretto scivolando sul fango. La strada bianca era diventata un torrente color caffellatte.
Il paese riapparve come un fantasma grigio. I vicoli erano canali dove l’acqua correva veloce portando via foglie e detriti. Le finestre erano tutte chiuse, le persiane serrate. Il gruppo si disperse all’ingresso della piazza. Non ci furono saluti, né cenni. Ognuno deviò verso la propria casa, sparendo nella pioggia come se non fossero mai stati insieme.
Il bambino rallentò di fronte a un portone di legno scuro. Alzò lo sguardo verso le finestre chiuse, una dopo l’altra, cercando qualcosa che già sapeva di non trovare. Si strinse nelle spalle e riprese a camminare. Si fermò sotto la tettoia di un vecchio magazzino. Si appoggiò al muro ruvido, il petto che andava su e giù come un mantice. L’acqua gli colava dai vestiti, formando una pozza scura intorno alle scarpe. Adesso tremava. Un tremito leggero, incontrollabile. Era il corpo che scaricava l’elettricità accumulata sulla scogliera.
Restò lì a guardare la pioggia. Cercò su di sé un odore diverso, un segno di vergogna, ma non lo trovò. Poi avvicinò il naso alla spalla della maglietta zuppa. C’era l’odore della pioggia, acre e pulito. C’era l’odore del fango. Ma sotto, persistente, c’era lui. Il caprifoglio. Dolciastro, selvatico, indistruttibile.
Il bambino chiuse gli occhi e inspirò a fondo. Gli venne voglia di sorridere. Quell’odore, adesso, gli sembrava meno fastidioso. Anzi, era quasi un segno. Qualcosa che sarebbe rimasto addosso, che non si lavava via.
Come un tatuaggio, pensò.
Un racconto di Juri Secli
Illustrazione di Ghirigori

