Acqua alta a Venezia

Si chiama Giacinto, ma quasi non se lo ricorda più, lo chiamano tutti Venezia senza nemmeno l’accortezza di non farsi sentire. Lui non se la prende, o almeno così sembra. Per vincere l’imbarazzo, inclina leggermente la testa e sorride, un sorriso che dice al mondo “sono innocuo, non fatemi del male”.

Ormai al soprannome si è abituato e lui tiene molto alle abitudini, gli permettono di mantenere il controllo. Altrimenti chissà cosa potrebbe succedere, diceva sempre sua madre.

Prima di tutto la biancheria. Canottiera a righine con la spallina larga, mutande belle alte che tengono tutto fermo al suo posto. E pantaloni, anche quelli tirati su bene con cintura e bretelle per sicurezza, ci manca solo di ritrovarsi senza braghe. Pazienza se i pantaloni rimangono un po’ corti sulle caviglie e nel condominio c’è sempre qualche spiritoso che chiede se ha l’acqua in casa.

Nemmeno per questo se la prende, ciò che gli dà veramente fastidio sono gli incivili che non rispettano le regole. Se almeno i suoi vicini imparassero a tenere in ordine, invece niente, biciclette buttate qua e là, partite di pallone a tutte le ore, sacchetti dell’immondizia portati fuori nei giorni sbagliati, musica sparata a palla. Un girone infernale.

Giacinto esce dal portone e si blocca, in cortile alcuni ragazzini camminano su un’ideale passerella, tengono i pantaloni un po’ sollevati all’altezza del ginocchio, girano e volteggiano mentre una voce fuori campo scandisce “modello acqua alta a Venezia” e poi tutti a scompisciarsi dalle risate. Come si accorgono della sua presenza corrono via tra urla e schiamazzi.

Maleducati! Nessuno gli insegna che devono stare al loro posto, quando lo prendono in giro vorrebbe alzare la voce e rimproverarli, ma poi ogni volta gli mancano le parole giuste, non può scadere nella volgarità, e se avesse le parole giuste gli mancherebbe la voce per dirle e ancora una volta rinuncia, alza le spalle e decide che non tocca a lui educarli. Ci sono apposta i genitori, tocca a loro dare qualche scapaccione ogni tanto.

Poi un giorno è quasi ora di chiudere e in negozio entra Lucia che ha bisogno di un barattolo di vernice, ma non ha mai pitturato nulla in vita sua e non sa cosa scegliere. Giacinto le spiega per bene come deve fare, le mostra i colori e i pennelli, non succede spesso che una bella ragazza lo ascolti interessata.

Se mi offri un’aranciata, ti spetto al bar qui davanti, dice lei alla fine.

Le aranciate diventano un’abitudine quasi quotidiana. Hai visto il Venezia? Si chiedono i colleghi tra invidia e perplessità.

Un giorno Giacinto si fa coraggio e la invita a casa sua, come scende dalla macchina i ragazzini del cortile si avvicinano con aria spavalda, ma al primo commento inopportuno Lucia ne afferra uno per il braccio e glielo stringe forte fissandolo negli occhi. Vai a piangere da mammina, piscialetto! Dille che ti ho fatto la bua. Il ragazzino trattiene le lacrime. Nessuno osa fiatare.

Anche le visite di Lucia diventano un’abitudine, i vicini la sentono ridere, forse qualcuno si chiede come se la cava il Venezia nell’intimità, ma nessuno immagina che tutto si risolve con un bacetto sulla guancia e che lui sia felice così.

È quasi ora di cena, Lucia dice che le andrebbe proprio una bella torta mimosa come quelle che fanno nella pasticceria del centro. Giacinto infila la giacca, se non hanno più la mimosa prendo una meringa, va bene? Un bacetto al volo in punta di dita ed esce nel tepore della sera di aprile.

Torna quasi di corsa, tiene la torta alta come un trofeo. La porta è socchiusa, l’ho trovata, annuncia dal pianerottolo.

Entra e rimane sopraffatto dall’incredulità, la casa è diventata di colpo più spaziosa. Appoggia la torta sul tavolo, si siede e si guarda intorno. Sente solo il suo respiro che scende adagio e si espande, è una sensazione strana, sembra che nella stanza ci sia più aria del solito.

Non prova nemmeno a chiamare Lucia, lei appartiene già a un sogno svanito.

I ripiani dei mobili sono vuoti, sono sparite tutte le cornici d’argento. Un attimo di sgomento e poi gli spunta un sorriso. Contenevano le foto dei suoi parenti morti. Non è rimasto più nessuno che lo fissa arcigno. Nemmeno sua madre con le labbra sempre tirate e quell’aria di biasimo.

I soldi non li controlla nemmeno, erano al massimo cento euro.

Il cassetto del comodino, è rovesciato sul letto, la scatola in madreperla è vuota, mancano le fedi dei suoi genitori, gli orecchini di sua madre, un orologio d’oro che non ha mai funzionato. Catenine e medagliette ricevute per comunione e cresima non ci sono più. Sparpagliate sul copriletto, rimangono le foto di un bambino annoiato e un po’ triste.

Spalanca l’armadio dei vestiti. Resiste per qualche istante e poi non riesce a trattenere la risata. C’è tutto. I suoi vestiti non li vogliono nemmeno i ladri. Richiude l’anta, considera che forse qualcosa di non troppo moderno potrebbe comprarlo.

Si ricorda della torta. Scende in cortile, fa un cenno ai ragazzi, l’ha portata per loro, è buonissima e se si comportano bene, ne porterà altre.

Apre la confezione, solleva il coltello e dice con noncuranza che la prima fetta è per chi recita la tabellina del sette senza errori. Ignora le occhiate preoccupate, inizia a tagliare e aggiunge che invece per gli asini c’è l’erba dell’aiuola.

Un racconto di Ornella Zambelli

Illustrazione di Francesca Paola Turco

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