G.

Dopo il parto avrebbe dovuto indossare delle mutande a rete, così le avevano detto, prestando attenzione ai punti di sutura là sotto. Avrebbe dovuto portare con sé dei pannolini rettangolari, grandi. Il personale della nursery avrebbe pensato a quelli del bambino.

G. sfiora la pancia e poi si ferma trattenendo la mano sulla superficie. Aspetta, aspetta di sentire qualcosa – un calcetto, un piede incastrato sotto la superficie, il rumore del liquido amniotico che si sposta insieme a suo figlio – e invece non c’è niente.

Non c’è niente tranne tutto quello che in una donna dovrebbe esserci, in una donna non gravida, normale, della sua età. Funzionava tutto perfettamente, eppure il bambino l’aveva perso, insieme al liquido, al sangue, al cordone, alla placenta. Erano scivolati via insieme, e si erano portati dietro qualcosa di lei.

“Nella valigia ha messo anche la camicia da notte bianca con i bottoni sulla parte frontale?”

Avrebbe preferito un altro cambio, un pigiama nero, una tuta comoda, di quelle troppo larghe, che nascondono le imperfezioni del corpo, e cazzo se il suo era imperfetto, adesso.

Era preparata a un sorriso inciso sulla pancia, un cesareo d’urgenza non era mai da escludere qualora in sala parto le cose si fossero messe male.

Era preparata a un sole intorno all’ombelico, se la pelle si fosse allargata troppo e poi di nuovo ristretta, come i fianchi, la vita, il seno a fine allattamento. Era pronta a modellare il suo corpo per fare spazio alla vita, non alla morte.

“Succede. Andrà meglio la prossima volta”.

Sente freddo ai piedi – le cosce ancora sporche di sangue e di iodopovidone.

“Devo andare in bagno”.

“Tesoro, non puoi andare da sola”.

La sorreggono per un braccio, stringendolo, lasciando che pollice e indice disegnino un nuovo tatuaggio sotto quello in inchiostro nero che delimita la circonferenza della pelle – è cresciuto con lei, allargandosi con i chili della gravidanza.

“Fai da sola?”

Nel corridoio fuori dalla camera, vicino al bagno, i palloncini a forma di cicogna, i fiocchi rosa, i fiocchi azzurri, il profumo dei fiori freschi. I fiori hanno il profumo della morte, dei copricassa, delle corone. Dei mazzi benauguranti con cui omaggiano le puerpere. G. si accosta alla parete, la testa che gira, la ridicola camicia da notte bianca con i bottoni sulla parte frontale le punge la pelle.

“Mamma…” sussurra.

“Mmm?”

“Puoi aiutarmi con questa?”

“Ora vai. Fai quello che devi, poi ti aiuto a sistemarti”.

Spinge, G., come aveva spinto poco prima. Spinge e non esce niente. Non è rimasto più niente, niente di vivo.

C’è un bambino che piange. G. si tocca la pancia, quel tanto che basta per sentirla sgonfia, per ricordarsi che è vuota, vuota come lei, come l’alba grigia che forse si apre nel cielo, là fuori, oltre i vetri della finestra e ancora più in là, dietro i profili delle palazzine.

G. abbassa i piedi a terra, senza cercare le pantofole. Non c’è tempo, il lamento sembra inconsolabile. Segue il rumore, nel corridoio in penombra. Passa davanti alla stanza quindici e alla stanza sedici, torna indietro fino alla dodici, capendo di aver frainteso, assonnata, la provenienza del rumore. Nel letto ventiquattro, una madre dorme, stremata. Accanto, in una culla, il petto e il volto fuori da una coperta azzurra, si agitano i pugni chiusi e arrossati di un bambino.

G. lo osserva, si china, lo sfiora, poi lo accoglie tra le braccia.

“Su”, sussurra, “Su”, e non è un ordine ma un invito. Rimane in piedi, cullando il bambino finché il piccolo non si assopisce. Nella stanza dodici, una madre dorme nel letto, e davanti a lei un’estranea lascia che entrambi scivolino nel sonno.

“Ti rimandano a casa”.

“Bene”.

“Hai riposato?”

“No”.

“Avevi dolore?”

G. si china sulla valigia. Inserisce le buste intonse con i primi tre cambi di suo figlio: la camicina rossa della fortuna, il body, il cappellino in cotone. La tutina, i completini spezzati, maglietta e ghette.

“Come si sente?” le chiede un uomo in camice bianco. “Dal colorito sembra stare meglio”.

G. sente le guance diventare calde, e le mani perdere la forza.

“Signora, prego, ecco”.

Si costringe a ringraziare.

“Un’ultima raccomandazione: indossi qualcosa che sorregga la pancia: più in alto arriva, meglio è”.

La pancia, non il suo vuoto, quello sarebbe stato impossibile. Avrebbe scelto qualcosa in grado di strozzarle il respiro e di fermare la montata di latte che nonostante tutto sale dai seni.

“Mamma, scusa, arrivo subito”.

Si ferma, G., davanti alla camera dodici, letto ventiquattro. La mamma è sveglia, il piccolo al petto. G. aveva vegliato finché i suoi occhi avevano retto, poi quando aveva sentito pungere – pungere di lacrime trattenute e di sonno – l’aveva riposto, addormentato, nella culla.

“Sì?” le fa la sconosciuta.

“Un bel bambino. Congratulazioni signora”.

“Anche il suo lo sarà” le sorride l’altra, senza alzare gli occhi dal figlio.

Un racconto di Serena Barsottelli

Illustrazione di Raffaele Cataldo

Lascia un commento