La prima volta che mi è venuto mal di macchina per la mia stessa guida avevo la patente da poco. Ero giovane, ogni cambio di direzione uno strazio.
La seconda volta ero con Veronica: si era rifiutata di smettere di fumare e aveva continuato a guardarmi guidare senza risparmiarmi una sola boccata, direttamente in faccia.
Stavamo andando a un funerale.
Non volevo puzzare di fumo.
Avrebbe dovuto piangere e invece gridava.
Ho accostato, vomitando sotto il suo sguardo severo.
Quindici anni insieme e sono sempre gli stessi muscoli suoi a mettermi in agitazione. La mascella si tende, la lingua accarezza dall’interno la guancia, e poi: quel modo schiacciante di inquadrare ciò che la offende.
Ti annienta.
Ti fa sentire una merda.
Dice che è per questo che stiamo come stiamo: dipendo troppo da lei.
Non so se è vero.
Alla fine mi sembra che tutti siano presi dalla stessa smania di premere l’acceleratore, occupando una carreggiata sempre più stretta.
Mi accodo a una Lada color vaniglia. Era la nostra macchina preferita, ma siamo riusciti a rovinare tutto prima di comprarne una.
Potrei dirglielo.
Invece freno.
Quattro piccoli cani spuntano dai sedili della macchina che ci precede. Bamboleggiano un piccolo assenso e poi scompaiono uno dopo l’altro.
Freno ancora, freno di più.
– Che fai? L’avvocato mica aspetta, – dice lei.
Apro le mani offrendole quello che sta succedendo.
– Non so, dimmi tu, Vero… dove mi infilo?
Lei parla e le auto stringono neanche l’avessero sentita. So cosa vorrebbe. La frase nascosta è: Non vai bene. Questo intende col viso duro e le braccia conserte. Sono mesi che lo dice. Non dice altro. Le sarebbe servito uno più deciso di me, con l’avambraccio fuori dal finestrino, solido, sbrigativo; uno del tutto incapace di fare quello che faccio io, invece: approfittando del rallentamento, abbasso il vetro e respiro.
C’è umidità nell’aria, e palazzi contro le campiture verdi delle colline. Le finestre riflettono il poco sole che rimane, quasi bianco. Procedendo così – il tachimetro segnala 15 all’ora –, posso concentrarmi sul movimento delle pecore, su e giù per il pascolo.
Quando all’azoto si aggiunge l’odore di asfalto bagnato tutto scompare. Io vedo quello che è stato, quello che era come fosse ora, lo vedo: il pennello nel secchio di pittura, gli angoli bui rischiarati col giallo mimosa, scostavamo a piedi nudi i pezzi del lettino ancora da assemblare, era tutto già lì, sul pavimento della stanzetta di Dalida, c’era ancora spazio sufficiente per coricarci, dormire, fare l’amore, ti ricordi, direi adesso se non fosse per questo traffico che mi costringe a riaprire gli occhi, sempre avanti e mai paura, diceva nonno, ma se fossi un altro adesso accosterei, guardami, direi se non avessi paura della decisione che abbiamo preso, ti soffierei dentro la mia domanda, direttamente sulla bocca ti chiederei Veronica! urlando: ricordi quando tutto doveva ancora venirci addosso e noi lo aspettavamo?
Invece alzo la mano e saluto le pecore.
Questo gesto lo facevano i nonni, i genitori e pure noi, quando si usciva con la scuola per la gita fuori porta.
Ricordi, direi adesso, fossi io un altro. Siamo stati noi a insegnarlo a Dalila.
Invece mi giustifico, conscio dell’ironia della situazione.
La tensione di Veronica serpeggia lungo il nervo che le solca la guancia. Non serve che mi giri per saperlo.
– Che c’è… porta soldi… ci serviranno i soldi, – dico.
Dalla vendita della casa mi rimarrà poco o niente. Lei sarà salva, ma io dovrò tornare da mia madre, nella stanza dove non c’è mai stato spazio per un uomo intero.
Quindi sì, Veronica, cosa cazzo ho fatto di male, a salutare?
Sarà solo un momento, mi sono detto al rogito. L’ho detto anche a lei, a Dalila, a mamma.
– Serviranno sempre, i soldi… – dico ora.
Veronica rimane impassibile, poi rimpicciolisce; vedo, anche questo senza vedere: le sue spalle scendere e salire, i capelli raccolti da sempre nello stesso codino arrogante, i casermoni che le scorrono accanto, tutti uguali.
C’è un temporale nero sulle colline.
Le pecore si agitano.
Come magneti.
Sperimentano contemporaneamente l’attrazione per l’insieme da cui poi verranno respinte.
Io accelero, rallento, spingo di nuovo. Tengo le mani ben strette sul volante per non perdere contatto. Perché ora ho intravisto un varco. Per questo cambio marcia e sgommo tra due Passat talmente cariche che il conducente nemmeno si vede. Nell’improvviso silenzio della strada libera sento solo i singulti di Veronica ripiegata contro la portiera.
Dopo, la città finisce.
Prendo velocità e continuo a fissare gli animali.
Si cercano, si separano. Si avvicinano ancora.
Al primo lampo, si dirigono tutti verso un unico punto. Pare un codice, una crittografia, denti di metallo sul cilindro di un carillon.
Improvvisamente sento la musica.
Anche Veronica si solleva.
Cerca col volto sospeso nel rumore delle ruote contro l’asfalto. Prima è persa, poi si ritrova.
Così il cane lo vediamo assieme. Viene giù dritto dalla cima, si affianca alle pecore e dà la prima spinta.
Le insegue, minaccia il morso. Loro sgambettano quasi indifferenti. Le pecore. Si avvitano da sole.
Girano, si aggrumano, si allargano e si chiudono vorticando. Definitivamente.
Ecco, il gregge.
Protegge a turno chi è in centro, continuando a cambiare: che nessuno esponga inutilmente il fianco. L’insieme si unisce, si stringe e compatta; solo il centro rimane immobile e a fuoco.
È adesso che sento.
La terza volta che ho guidato male.
Rallento, freno, accosto in fretta e mi sporgo.
Devo fare il vuoto anch’ io, per ricominciare.
Un racconto di Giorgia Mosna.

