Guardingo, questa è la parola.
Dopo la Grande Alluvione, qui sembra che non sia rimasto in piedi niente; solo quest’erba alta come alberi chinati dal vento. Ma è un inganno. A farsi strada nel modo giusto, sotto si toccano ancora marciapiedi, muri, fondamenta. Da qualche parte c’è il Luogo, però va cercato; quelli lo spostano sempre. Sono furbi, ma io di più. È dalla stagione passata, da quando sono diventato maturo, che mi alleno per questo. Nei giorni della crescita avevo imparato i passi con gli altri, ma sono state le notti trascorse oltre il muro di cinta a fare di me il Campione. A piedi nudi per non consumare gli stivali, in ripetuta comunione con la terra finché nessun passo muoveva anche un solo granello di polvere. All’ultima luna nuova, non un momento prima che fosse opportuno, ho lasciato che gli anziani mi scorgessero mentre sgusciavo dal recinto e mi seguissero. Un rischio calcolato, che ha portato bene per tutti. Non hanno avuto dubbi. Hanno capito subito che ero io quello destinato a rintracciare il Luogo e a dominare la milonga. Senza danza non c’è commercio, né stoffe, né coltelli, né pane. Non ci sono femmine. E noi, qui, senza femmine non si va avanti. Per quanto gli anziani ce la raccontino, oramai è chiaro. Io lo so che prima o poi ci arrivo, al Luogo, e allora Welcome to Baires anche per me e per i miei. So bene come fare la storia: spalla contro spalla, di profilo, io e quegl’altri incroceremo le caviglie e le scioglieremo, agganceremo gli sguardi e li respingeremo, tacco, punta tacco, gira e volta, lento… lento. Veloce veloce. Lento, lento. Schiena dritta, scivolata, mani in tasca, lama in mano, gira e volta, mira e trema, mani dietro, lama in tasca. Veloce veloce. Lento, come questo viaggio tortuoso e guardingo in mezzo a un’erba che alta così non la si era vista mai.
Lo spostano in continuazione, non si riesce mai a prevedere dove. Appare e scompare qua e là nel verde, solido come il bisogno, inafferrabile come il mucchio di foglie che si sperderà alla prossima folata. È necessario, è il custode della parola e dello scambio, è il Luogo dove prenderà forma la milonga. Va guadagnato con l’istinto, è così che si dice, ma è fatica, rischio, è jattura, è conquista e redenzione. Oggi tocca a me. Guardingo, lento. Occhio perché, gira e volta, siamo rimasti in pochi, sempre meno. Veloce veloce, lento – lento. È una maledizione, dicono gli anziani, ma se si deve fare, si fa. Sono pronto. Troverò i coltelli, troverò le femmine e ogni genere di mercanzia. Sarò quello che sconquassa l’ordine delle cose, saprò riportare la fortuna dalla nostra. Si canterà di me per innumerevoli generazioni. È una vita che mi preparo.
E allora forza, piegato, cauto che si va, si striscia in mezzo a sto schifo di vento che assorda, spinge e costringe, straccia le camicie, confonde gli odori, inonda gli occhi e gonfia la testa tanto da spazzare i pensieri a filo di lama che guai a guardarli; se ti sporgi cadi. Guardingo, un passo dopo l’altro, prudente, un muro, un angolo. Ecco. Ora dove? Di qua. Guardingo, un altro angolo. Lento, lento. Guardingo. Sento il bordo di un marciapiede, mi allungo oltre uno spigolo diroccato. Non un brivido, un sospiro: sono sicuro. La direzione è questa. Deve esserlo. Lascio la mezza protezione di un muro e mi faccio avanti. Accorto. Guardingo. Guardingo. G…
La figura diafana davanti allo schermo gigante sembra raggrinzire sotto il peso di una pressione invisibile.
– Vieni a vedere. L’hanno fatto di nuovo.
Secondo si stacca malvolentieri dal quadro dei comandi e fluttua verso l’Osservatorio.
– Hanno fatto cosa, Primo?
– Cosa vuoi che abbiano fatto. È sempre la stessa storia. Ne hanno abbattuto un altro.
– Se i maschi della specie, nonostante tutto, continuano a essere così aggressivi tra di loro…
Primo si incurva ancora di più: – Nonostante tutto…
– … anche per questo ciclo sembra difficile che si possa presentare al Signore una mandria ben pasciuta.
– Se è per questo, Secondo, nemmeno una sufficiente.
– Davvero, nemmeno una sufficiente. Primo…? Il Signore stavolta non sarà per niente contento.
– No, non sarà contento per niente.
Un racconto di Isabella Maria Zoppi


Ho sognato pecore elettriche.
Il giorno se n’è andato in un solo, lungo respiro.
Alla radio ascolto Notturno Italiano.