Il clan dei clown

A otto anni Ada vide in lontananza suo padre giù per la piazza. Era vestito da clown per il Carnevale. Palpava una ragazza con i guanti a pois come un affamato dentro una scodella di cibo. Durante la sfilata dei carri, dalla torre di un castello in cartapesta, un mimo gli sparò al petto. Ada gridò. Mentre lo caricavano sull’ambulanza si sfilò la maschera, facendola cadere a terra: aveva un’espressione beffarda e tossiva sangue. Morì ridendo. Il mimo sparì tra la folla. Dissero che fu ucciso da un clan avversario per alcuni debiti di gioco. Per pagarli la madre dovette cercare un secondo lavoro. La bambina rimase con lei, circondata dai libri coi quali fuggiva dal presente. Nascosta nella sua stanza teneva la maschera da clown raccolta quel giorno. Puzzava di lattice.

Alcuni anni dopo, durante il Carnevale, il paese festeggiava con potenti fuochi d’artificio che facevano vibrare i tetti e le cantine delle case così. Ada, impaurita dagli spari, corse fuori casa coi piedi scalzi. S’imbatté in un clan di clown dal trucco variopinto; colpivano transenne con mazze di plastica passandosi delle fiaschette di vino. Mossa da un istinto famelico, chiese di potersi unire a loro. Il capo, l’unico a indossare una maschera, la esaminò incuriosito. “Non c’è posto per te nel mio clan. Accetto solo persone sorridenti! Qua ci vogliono i numeri e tu sei vuota come uno zero”. Ada si gettò a terra. “Non si piange a carnevale”. Gli altri la schernirono. Si coprì le orecchie per non sentirli. S’incantò sui coriandoli calpestati dai carri. La risata beffarda di suo padre le risuonò in testa. 

Ormai era adulta. Lavorava duramente, chinando il capo, sorridendo fino a sanguinare. Le servivano soldi. Una sera di dicembre, a causa degli straordinari, il corpo le doleva a tal punto che ricorse a iniezioni di antinfiammatorio. Barcollava. Si avvicinò alla finestra per chiuderla. La stella cometa fissata al balcone dirimpetto brillò più intensamente; le strinse l’iride opaco dentro un abbraccio dorato. Rivide lo scintillio del puntale che fissava sull’albero di Natale, mentre la madre la teneva in braccio. S’inebriò di quel ricordo ma una puzza rivoltante la trascinò via. Tentò di seguirne la scia, odorando ogni cosa, persino il pelo ruvido del suo pitbull. La puzza spariva per poi riapparire altrove. Nauseata, sentì bussare alla porta di casa; trascinò il corpo pesante fino all’ingresso. Aprì inasprendo lo sguardo: uno zampognaro, dal lungo mantello e il cappello che gli copriva gli occhi, iniziò a suonare una melodia natalizia. Aveva le unghie nere e le dita rinsecchite che si muovevano rapide sui fori delle canne dello strumento. Le labbra, risucchiate per emettere fiato e spandersi nell’otre, erano viola. Dietro di lui, uomini di un clan scozzese stavano con il capo chino e i berretti in tartan tra le mani, come fosse una veglia funebre. Per un istante si fece cullare da quelle note dolci. Lo sconosciuto accennò un ghigno stringendo la canna tra i denti come una faina con la carcassa di un ratto. “Non ne ho soldi. Vattene via!” gli disse, chiudendogli la porta sul naso. Quello però riprese a suonare con più veemenza, sbattendo lo stivale a tempo di musica. Ada infilò nervosamente un paio di tappi per le orecchie più in fondo che poté. “Suona pure!” gridò. Le bruciava lo stomaco. Ingurgitò molte merendine. Si sdraiò sul letto. S’accorse però che la puzza proveniva proprio da lì sotto. Si piegò, sporgendosi con la testa all’ingiù fino al pavimento. Scansò il copriletto penzolante e vide lo zampognaro; aveva gli occhi della madre e un buco nel petto attraverso il quale Ada vide un Natale di tanti anni prima. 

Sua madre le aveva regalato un libro sulle origini di tribù e clan; cominciò a leggerglielo. Ada venne risucchiata dalle pagine. Catapultata in un villaggio scozzese danzava coi piedi nell’erba umida, diventando l’anello di una catena umana. Mentre la madre leggeva di kilt e cornamuse venne colta da un infarto fulminante. Soltanto dopo diversi giorni, a causa della puzza, una vicina scoprì che Ada dormiva con il cadavere della madre, fingendo che fosse ancora viva. Il medico disse che il “troppo lavoro” le aveva strapazzato il cuore già fragile. “I soldi portano sciagure”.

Ada uscì per raggiungere il centro scommesse; anni prima il titolare, durante quella sera di Carnevale, fu l’unico ad accoglierla. Lui e gli altri giocatori divennero il suo clan. Erano ombre dagli sguardi assenti ma lì dentro l’apatia era di casa e gli zeri valevano molto. L’unico antidoto contro la puzza era giocarsi lo stipendio. Perdeva e scompariva. La slot machine vintage era la sua preferita. Adrenalina. Gettone. Leva. Bobine roteanti. Simboli diversi. Un altro gettone. Leva. Sullo schermo il simbolo di un clown. A seguire altri uguali. Vinse. Sul pavimento caddero lembi di cuore al posto dei gettoni. Ancora la risata beffarda. “Non si gioca durante le feste.” si sentì bisbigliare. Si voltò. Un clown si tolse la maschera: apparve il volto di sua madre. Tolse anche quello. Apparve il mimo. Ada vide il proprio riflesso sul distributore degli snack; al posto della sua testa c’era quella del suo cane, putrefatta. Cadeva a pezzi assieme ai gettoni. 

Si svegliò per terra. La maschera del clown sul suo stomaco. La fame del gioco la stava divorando viva. Fuori la stella cometa bruciava. Fumo. Un puntale le scavava il cuore. Sirene. Puzza di clan.  

Un racconto di Maria Francesca Consiglio

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