Zanzare

L’estate in cui Milena divenne signorina, la città si riempì di zanzare. Cominciarono a dire che era colpa sua, ma d’altronde avevano sempre da dire tante cose su di lei. 

Gli ulivi morivano perché Milena aveva smesso di andare a scuola; l’inverno era stato tanto rigido perché Milena era scappata di casa; non pioveva da quando Milena aveva ripreso a studiare. 

Le zanzare avevano invaso la città ora che le era arrivato il ciclo.

Nadia raccoglieva le voci di paese. Ogni tanto parlavano anche di lei, sua madre diceva che prendeva buoni voti a scuola e qualcuno rispondeva che si vedeva che era proprio una brava bambina. Quando dicevano qualcosa su Milena, però, le voci cambiavano, le vocali si torcevano, le consonanti si spezzavano.

Nadia ne era invidiosa e sperava accadesse qualcosa di brutto anche per colpa sua. Tutti erano così concentrati su Milena da non accorgersi che anche lei era una bambina cattiva. Per questo era l’unica della sua età a non essere diventata signorina, pensava, perché la sua cattiveria era un liquido denso e nero che le si era bloccato nella pancia. Quando il ciclo le sarebbe arrivato, la città si sarebbe riempita di blatte. 

Nel frattempo, tutti i giorni, di nascosto, sugli scogli lontani dalle calette frequentate dagli altri bambini, andava a giocare con Milena. 

«Però è vero che ci sono tante zanzare quest’anno».

«Non ho detto che non ce ne sono».

«Guarda quante punture ho sulle gambe, e anche Michele ne ha un sacco. Mamma è preoccupata perché è tanto piccolo».

«Bisogna segnarle con la croce».

«Come?»

Da quando le era venuto il ciclo, Milena indossava un due pezzi e si stendeva sul telo per abbronzarsi. Nadia, seduta accanto con un costume intero azzurrino, sotto il caldo sentiva il corpo arrossarsi, sciogliersi, liquefarsi in cattivi odori. Sapeva di essere brutta, ma era sicura che sotto il sole lo diventava di più.

«Andiamo in acqua?» chiese.

«Vacci tu» rispose Milena.

Nadia, annoiata, si alzò. Fece un rapido bagno e le parve che l’acqua fresca la ricomponesse. Tornò sugli scogli strizzandosi i capelli. Milena prendeva il sole. 

Nadia aveva notato che il corpo dell’amica era cambiato: il ventre, le gambe e perfino il petto erano come quelli delle ragazze grandi. Pur sapendo quanto fosse pericoloso, i maschi la guardavano, la seguivano con occhi che Nadia non si era mai sentita addosso, ma che aveva sempre visto su Carla, sua cugina di 17 anni. Solo che Carla era buona, Milena invece, se la guardavi intensamente, ti ammaliava, ti dimenticavi come si nuota e affogavi, questo dicevano prima dell’arrivo delle zanzare.

Nadia si strinse nel telo e si accovacciò vicino all’amica. Milena si tirò su, le afferrò una gamba e le toccò una puntura di zanzara che aveva sul ginocchio. La incise con l’unghia del pollice prima in un senso, poi nell’altro dividendo il gonfiore con una piccola croce. 

«Visto? È così che si fa».

«Mi hai fatto male però», disse Nadia.

Tenendole il ginocchio, Milena la costrinse a piegare la gamba verso l’esterno per ispezionarla alla ricerca di altri gonfiori. Cauta, minuziosa, fece scivolare il palmo aperto della mano giù verso l’interno coscia, accarezzandola e fermandosi quando trovava una nuova puntura da incidere.

Nadia tratteneva il respiro: più Milena si avvicinava alla stoffa del costume, più le faceva male. Doveva stare attenta, sua madre le diceva tutti i giorni di stare lontana da lei, che sembrava innocua e invece era capace di fare del male a chiunque. 

«Tu non hai nessuna puntura» disse.

Milena sorrise. «Io comando le zanzare, non gli dico di certo di venire a pungermi».

Risero. Milena rideva sempre di tutto quello che si diceva, ma non negava mai nulla, neanche quando morì il piccolo Ettore; anzi, quella volta confermò che l’idea di giocare vicino al pozzo era stata sua. 

Appoggiò la testa sulla spalla di Nadia e intanto con un dito le solleticava la gamba.

«Sai che ieri sono uscita con Enzo?» disse.

Ci fu un’inaspettata esplosione nello stomaco di Nadia. «Credevamo che se lo fosse inventato per far parlare di sé».

«Non mentiva».

«Perché ci sei uscita?» 

«Così».

«Dice che vi siete baciati».

Nadia cercava di tenere un tono neutro, ma la sua voce si era fatta sottile e aspra.

«È vero».

«E che ha perso sangue dal naso per tutta la sera».

Milena sollevò la testa, fissò l’amica. «Tutta la sera?»

Nadia non l’aveva mai vista così seria e non le era mai stata così vicina. Nel suo sguardo nero c’erano dei riflessi grigi, come coriandoli d’argento. «Sì, dice che quasi si dissanguava per averti baciata».

«E tu ci credi?»

Nadia esitò. «No».

Le sopracciglia scure e folte di Milena si incresparono. «Provalo».

«Come?»

«Fatti baciare».

«Da chi?»

«Da me».

Il cuore martellava così forte nelle sue orecchie che Nadia a stento si sentì dire: «Va bene».

Chiuse gli occhi quando vide Milena fare lo stesso. Fu come saltare insieme dagli scogli. 

Quella sera, dopo cena, Nadia si sentiva stanca e, accusando un lieve mal di pancia, si ritirò nella propria camera. Si infilò nel letto e accese la piccola luce sul comodino. Un’ombra lucida e marrone zampettò tra i libri. Nadia urlò, saltò giù dal letto e corse fuori, chiamando suo padre.

«C’è una blatta», gli disse soltanto. Si chiuse in bagno.

Aveva le mutandine e i pantaloncini bagnati. Doveva essere colpa dello spavento.

Si diresse verso il gabinetto, si spogliò.

I suoi indumenti erano sporchi di sangue.  

Un racconto di Carola Maselli

Illustrazione di Cartone

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