La zanzara di plastica

Ho fermato il motorino inchiodando a pochi centimetri dal muro, accanto a uno dei portoni. Motore, cavalletto, chiavi nella tasca destra dei jeans. Sotto il casco sentivo i capelli appiccicati alla fronte umida; a premere un fazzoletto di carta su una qualunque parte del corpo sarebbe rimasto incollato. Sotto il portico era già scuro nonostante il sole fosse tramontato da poco. Ho tirato fuori il foglio dell’ordinazione. Scala N, interno 20. “Enne, 20” ho detto a bassa voce. Mi sono allontanato di qualche passo per capire l’andamento delle lettere. È allora che ho visto Nello camminare nella mia direzione; l’ho riconosciuto dal cappello e dalla polo bordeaux sbiadita che indossava sempre. Sta andando in pizzeria, ho pensato.

 Nello andava in pizzeria tre o quattro volte a settimana. Quando la maggior parte dei clienti era ormai a casa, a cena, arrivava lui, e si sedeva sul solito sgabello aspettando che la proprietaria gli portasse qualche trancio di pizza rimasto, o qualche supplì, o mezzo pollo rinsecchito (con i denti che si ritrovava, il pollo, rispetto alla pasta croccante della pizza, era più facile da masticare): tutto a metà prezzo. A volte, finite le consegne, se avevo ricevuto delle buone mance, gli offrivo una birra e scambiavamo qualche parola.

La proprietaria si univa a noi; il marito no. “Gesù Cristo farebbe una cosa buona a portarselo via” mi aveva detto il proprietario una volta. “Perché?” avevo chiesto io. “Non fa male a nessuno.” Lui allora, con ancora in mano la pezza per pulire il bancone, aveva risposto: “Mo te lo dico io a chi ha fatto male.” Poi aveva continuato contando con le dita: “Primo, alla madre. E pure al padre. Secondo, al figlio, che è cresciuto da solo.” Non ero mai andato molto d’accordo né con lui né con i suoi punti di vista inchiodati a terra con i bulloni; con la moglie era diverso, anche se in fondo, forse, la pensava allo stesso modo senza darlo a intendere. “Viene qui, il poveraccio, e gli diamo qualcosa da mangiare a due soldi” spiegava sempre agli ultimi clienti; avanzi che probabilmente avrebbe buttato.

Sono tornato al motorino e ho tirato fuori la busta con le birre; poi le pizze una ad una, appoggiandole sulla sella. Sentivo la plastica segare la pelle del polso: tenevo la mano destra infilata nei manici della busta in modo da averle entrambe libere per portare le scatole. Le avevo appena sollevate quando qualcuno mi ha spinto da dietro schiacciandomi contro il motorino. Il tintinnare del vetro è arrivato prima che mi rendessi conto di cosa stesse accadendo. Sono riuscito a tenere i cartoni saldi tra le mani, appoggiandomi sopra la sella.

«Dammi i soldi» ha detto quello.

Ho voltato la testa, e Nello era lì che si teneva il colletto della polo alzato, appena sotto al naso; l’altra potevo sentirla frugare nella tasca dei miei jeans.

«A Nello, momenti me fai cade’» ho detto io, cercando di raddrizzarmi.

«Dammi i soldi» ha ripetuto lui, serio.

«Dai, che non c’ho tempo: sto in ritardo.»

Ho cercato di liberarmi spostandomi di lato di qualche passo. Tra il calore che saliva, avvolgendo collo e viso, e il peso, sentivo già il sudore colare lungo la spina dorsale. Lui, invece di mollarmi, si è fatto avanti urtandomi un gomito. Ho perso la presa, e i cartoni sono caduti a terra.

Gli ho afferrato il polso e l’ho spinto via. Gli ho gridato contro: «Guarda che hai fatto. Cristo!»

Mi sono tolto il casco; avrei voluto sbatterglielo in testa. Lui ha lasciato il colletto della polo.

«Era uno scherzo.»

Si è giustificato così.

Colpendo il pavimento, una scatola si era aperta e la pizza stava per metà sul cemento, come una lingua fuori da un paio di labbra chiuse. Un’altra era caduta a un metro di distanza, e la pizza ancora più in là; ora sembrava più un calzone. Mi sono chinato e ho aperto quelle rimaste chiuse: nella caduta si erano capovolte e il condimento era appiccicato al cartone.

«Era uno scherzo» ha ripetuto Nello, chino sopra di me con una mano appoggiata sulla mia spalla, mentre con l’altra cercava di afferrarmi un braccio per attirare la mia attenzione.

«Sì, uno scherzo. Non m’hai riconosciuto. Me volevi fa’ una rapina.»

Mi sono rialzato. Gli ho mostrato la pizza.

«Guarda che macello. Mo devo tornare in pizzeria e fargliele preparare di nuovo. Me le fanno pagare a me, queste. Stasera ho lavorato gratis.»

«Non glielo dire dello scherzo» ha detto lui.

Era in piedi lì accanto che si grattava il braccio sinistro, martoriato, pieno di segni rossi. Se avessi soffiato sarebbe volato via, tanto era scheletrico: sembrava non avere muscoli, ma solo pelle, attaccata alle ossa.

Ho raccolto ciò che rimaneva della consegna e mi sono fermato a fissarlo mentre lui continuava a grattarsi. Intorno si sentiva il rumore costante delle cicale. Poi ho rimesso tutto nella borsa sul motorino.

«Mi hanno punto le zanzare» ha detto.

«Sì. Le zanzare. Quelle grosse, di plastica.»

Ho infilato il casco e acceso il motorino. Lui continuava a toccarmi, a trattenermi.

Ha insistito: «Oh, non glielo dire dello scherzo. Capito?»

«Ma va’ a morì ammazzato» gli ho detto.

Mi ha lasciato solo quando sono partito, per non finire lungo per terra.

Nel parcheggio adiacente al portico c’era un ragazzo che guardava. Ha scosso la testa con una smorfia di disapprovazione.

«Mi ci mancava solo sto stronzo, stasera» gli ho detto passandogli accanto.

Un racconto di Federico Morelli

Illustrazione di Mia

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