Nel buio mi appiattisco contro il muro.
L’aviere americano mi passa vicino, distratto.
Resto tranquillo.
Sempre di notte, con la banda del Sezzese, è proprio qui che a maggio ’44 abbiamo fatto il colpo: scappati i tedeschi, noi eravamo pronti.
Qualche giorno prima era atterrato un Messerschmitt con il materiale per le nuove fortificazioni di Littoria e anch’io ero stato precettato a scaricarlo.
Tutta roba di qualità.
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Mio zio, che già sopportava a fatica me e mia madre, non perdonò a mio padre la partenza per il Venezuela.
Quando il fratello minore tornò (più povero di prima), ci sistemò tutti e tre nella baracca più umida del podere che gli era stato assegnato.
I miei ci lavoravano da spezzarsi la schiena, ma li spezzò prima la malaria.
Io non la presi, nemmeno un filo di febbre.
A quanto pare sono immune.
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A scuola ero il figlio del venezuelano pentito, in pratica di un mezzo traditore.
Raggiunta l’età minima chiesi di fare l’apprendista nell’officina del Consorzio agrario.
Lo zio mi voleva alla zappa ma non poté opporsi.
Per la battaglia del grano servivano macchine in perfetto stato.
Trattori e trebbiatrici mi avrebbero anche procurato l’esenzione dal fronte.
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Verso fine ‘43 un sergente della Luftwaffe si presentò al Consorzio per reclutare un meccanico.
Il capo-officina ne approfittò per liberarsi di me.
Era di Foligno e si vantava sempre di un certo biliardo del suo paese piazzato al centro del mondo: altro che voi, chiosava, polentoni cispadani!
Un giorno gli diedi del marocchino e se la legò al dito.
Non servì spiegargli che, per noi polesani, sotto Bologna erano tutti marocchini.
In aeroporto dovetti adattarmi al regime militare, ma non mi trovavo male, gli attrezzi erano di prim’ordine e nei cessi c’era persino la carta igienica.
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Il capannone è rimasto uguale, solo che adesso al posto degli aerei nazisti stazionano quelli americani, tra cui un grosso Dakota attrezzato per spargere il DDT.
In Agro Pontino – in questa terra marocchina dove nel ‘32, dopo la bonifica delle paludi, la mia gente si convinse a scendere – la zanzara anofele ha ricominciato a colpire.
Altrove va pure peggio, come per i sardi o i calabresi, marocchini al quadrato.
Una delle mie complici mi ronza nell’orecchio, forse vuole ricordarmi perché sono qui.
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Il Sezzese ha spinto al massimo la sua Ardea, mi doveva il favore.
Albeggia quando mi lascia all’albergo.
Il mio compagno di stanza dorme.
Mi ha coperto la fuga, gli ho detto che era per una ragazza, e in parte è vero.
Gli occhi continuano a bruciare, se li chiudo sento i pungiglioni.
Al suono della sveglia mi ritrovo distrutto e spero nel caffè.
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Gli americani avevano i loro meccanici e il folignate mi aveva subito sostituito.
Allora ho preso a fare il corridore, a tempo pieno.
In bici sono sempre andato forte.
Due colpi di pedale, e Littoria, nel frattempo diventata Latina, era già lontana, soprattutto se puntavo verso una marocchina di Aprilia, sinuosa come una pantera.
Ho gareggiato per tutto il ’45 da dilettante.
Le casse della Fulgor erano più dissestate delle strade che percorrevamo.
Mi sostentavo col ricavato del colpo, pur molto meno di quanto avevo immaginato (i ricettatori capirono subito che ero un pollo).
Vincevo spesso, potevo anche contare sui formaggi e salami elargiti ai primi classificati.
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A stagione finita la Ursus Varese mi ha proposto di diventare professionista.
Mi ha visionato un massaggiatore cieco, con un accento da montagna che il mio della bassa padana sembrava marocchino (si è sempre meridionali di qualcuno).
Sarai un buon gregario, ha concluso, dopo avermi tastato per mezz’ora.
Gregario un cazzo, ho pensato, nella Fulgor ero il capitano.
Hai il corpo contadino, ha aggiunto, sei nato gregario.
Come tale, in questo giugno ‘46 mi appresto a correre il Giro, il primo dopo la guerra.
La corsa della rinascita, a sentire politici e giornalisti.
Il ritiro a Rocca di Papa sta finendo, domani frazione inaugurale da Roma a Napoli.
Patiremo la polvere, ma (siamo o non siamo professionisti?) non la fame.
Quella la vedremo sui volti della gente che, nonostante le pezze al culo, applaudirà speranzosa al nostro passaggio.
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A colazione il medico della squadra mi chiede se sto bene.
Gli occhi non danno tregua e la faccia si è gonfiata.
Brontolo che ho dormito poco, per via della tappa di esordio.
Il direttore sportivo ci comunica, evasivo, quello che già so.
Ho fatto un bel lavoretto sulla pompa centrifuga del Dakota, a parte quello spruzzo di vapore insetticida che mi ha investito di brutto, fin dentro le mucose.
Il capitano è un tipo schivo ma sa che gli tocca chiederlo: se oggi non irrorano, domani laggiù troveremo le zanzare?
Ma no, risponde il direttore, era solo una misura prudenziale, e comunque da Littoria in avanti, insomma ecco da Latina, è tutta pianura, filerete veloci e ne uscirete in un attimo.
Sogghigno, capirà di ciclismo, ma evidentemente non conosce la vorace rapidità dell’anofele pontina.
Sarà un banchetto di sangue.
Al resto provvederà il tempo: quanti saranno ancora in sella a fine Giro?
L’allenatore ordina l’ultima sgambata.
I compagni si muovono svelti, tramestio di sedie.
Mi alzo.
Avverto un tremore alle mani.
Le gambe formicolano.
Arriva una vampata, sudo.
Sento battere il veleno in gola e in testa.
Muovo un piede, barcollo.
Cado.
Penso alle rassicurazioni delle autorità, il DDT non è nocivo per l’uomo.
Ma penso di più alla sinuosa marocchina che domani vanamente mi cercherà sul rettilineo di Aprilia.
Un racconto di Enrico Marinaro
Illustrazione di Cartone

