Burnout

Kathrin scosta un poco le tende: i giornalisti sono ancora lì, appostati sul prato, gli obiettivi puntati verso la casa. C’è anche un furgone della CNN, e per un istante Kathrin pensa che forse sarebbe il caso di uscire, ma poi no, le farebbero troppe domande, sempre le stesse domande. Se l’aspettava? E cos’avevano fatto quella mattina, prima che lui uscisse di casa? E soprattutto: perché?

«Vieni via» sibila sua madre. «Sei impazzita?» E a lei verrebbe da rispondere: sì, sono impazzita. E invece lascia andare la tenda e si guarda le dita: polvere, polvere ovunque, a lei non è mai piaciuto spolverare, pulire, rassettare: l’aiutava sua madre. Andreas non c’era mai, lavorava sempre; neanche quando ha saputo della gravidanza è riuscito a ritagliarsi un po’ di tempo. «Ma che cosa ti aspetti?» Le aveva detto sua madre. «Non è mica un lavoro come gli altri.»

E tuttavia Kathrin ci sperava, sperava che un giorno avrebbe lasciato; un giorno non troppo lontano, s’intende: col bambino in arrivo, del resto, non era un’idea così strampalata. E poi, a dirla tutta, ultimamente era cambiato, tanto che quando gliel’avevano detto, quando le avevano detto cos’era successo, si era limitata ad annuire senza versare una lacrima, niente di niente. 

«Vuoi una tazza di tè?» le domanda sua madre. 

Una tazza di tè, sì, perché no. Kathrin ripercorre con gli occhi il perimetro della stanza, accarezza la carta da parati verde acqua, le rifiniture bianche, il quadro sulla parete. Le montagne, Andreas aveva dipinto le montagne. Nel tempo libero, si rifugiava in garage e si dedicava a quelle tele senza pretese. Lo aiutava a rilassarsi, a scaricare la tensione. Certo, quel dipinto, a vederlo ora, metteva i brividi.

«Non ti senti sola?» le domandavano le amiche. «No» mentiva lei, «e poi mi porta sempre qualcosa da Bangkok, da Dubai, da New York.» Loro, le altre, la compativano, ma lei faceva finta di niente.  

Che cosa avrebbe detto al bambino, quando avrebbe avuto l’età per capire? Gli avrebbe detto che il padre era uno di passaggio, o addirittura che non sapeva chi fosse? La verità, quella no. Non l’avrebbe mai saputa. Di certo non sarebbero rimasti in quella casa. Bisognava andarsene, lasciare il paese, fare in modo che nessuno mai potesse riconoscerli. Cambiare nome, identità. Trovare un altro posto dove nessuno avrebbe fatto domande. Ma dove? E con quali soldi? Non erano neanche sposati. In un altro universo, in un’altra vita, si sarebbero sposati. Sarebbero stati felici, perfettamente felici, se non fosse stato per la questione degli occhi.

Era successo che una notte Andreas l’aveva svegliata. Non ci vedo, le aveva detto. Kathrin aveva impiegato qualche minuto per capire. In che senso, non ci vedi? Nel senso che vedo tutto nero. All’inizio, lei aveva pensato alla pressione: bassa o alta, poco importava. O meglio: importava, perché aveva sentito dire che la pressione alta era un problema; ma Andreas era giovane e non c’era ragione di preoccuparsi. Dopo qualche minuto, la faccenda era rientrata. Non ci pensare, gli aveva detto, dormi. 

Per qualche settimana, non ne avevano più parlato. Ma una mattina si era alzato e le aveva detto: sto diventando cieco. Lei si era sentita gelare. All’inizio, aveva ammesso, gli era capitato di vedere sfocato. In seguito, quando i suoi occhi si fissavano nel buio, erano comparsi i primi flash. Aloni di luce bianca simili a scie di una cometa. Apparivano e scomparivano di colpo. Filamenti neri. Minuscoli insetti volanti. 

Di specialisti ne avevano consultati parecchi, ma il responso era sempre lo stesso: nessun problema alla vista, può stare tranquillo. Ma lui no, non ci credeva: doveva pur esserci qualcosa, se all’improvviso gli occhi l’avevano tradito. Forse stava davvero diventando cieco e gli oculisti erano tutti dei cani, oppure…

Oppure cosa? gli aveva chiesto Kathrin. Un tumore al cervello, ecco cosa. Perché, a sentir lui, non c’era altra spiegazione, e presto avrebbe perso del tutto la vista, e insieme alla vista anche il senno.

Alla fine, si era deciso a farsi visitare da uno psichiatra: stress da lavoro, gli aveva detto, burnout. Per un po’, le consiglio di non volare. Lui si era disperato, ma Kathrin era rimasta in silenzio. Finalmente l’avrebbe accompagnata a scegliere i mobili per la cameretta: il fasciatoio, la culla, la cassettiera. Inoltre, bisognava scegliere il colore per le pareti. Carta da zucchero, il colore preferito di Andreas. 

«Vieni via dalla finestra, ti ho detto.» 

Kathrin ripensa a quella mattina, alla mattina del quindici marzo. Andreas le era sembrato normale, anzi, più che normale: di buonumore, sereno, come se di colpo si fosse lasciato alle spalle tutte quelle strane idee. Se avesse notato qualcosa, anche solo una piccola anomalia, non l’avrebbe mai lasciato partire. 

Ha letto sui giornali che la discesa è durata sette minuti. Sette minuti in cui Andreas ha azionato il pilota automatico e ha atteso con calma che l’aereo si schiantasse, mentre il comandante cercava di buttare giù la porta a calci. Il respiro di Andreas è rimasto costante fino all’ultimo, o almeno questo è emerso dalla trascrizione delle scatole nere. 

Chissà cos’ha pensato in quei sette minuti. Forse allo spettacolo delle Alpi innevate; forse al bambino in arrivo; forse al cielo color carta da zucchero.

Un racconto di Giulia Sara Miori

Illustrazione di Cartone

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