La prima volta la Voce ordinò:
Sterza!
Lo sguardo sfreccia allo specchietto retrovisore: il muso argenteo di un tir rosso fuoco mi sovrasta, pochi secondi e mi schiaccerà: mi dimentico che ho deciso di morire, sterzo a sinistra, non ho tempo per controllare che la via sia libera. Lo spostamento d’aria è un ruggito rovente nel finestrino aperto; stringo il volante con tutte le mie forze, mantengo il controllo della Smart. Il tir mi supera, continua la sua marcia inesorabile a velocità costante, si avvicina alla Vespa gialla che lo precede: urlo, mi attacco al clacson sotto al sole spietato d’agosto, nel silenzio indifferente delle tre del pomeriggio sul Raccordo Anulare, ma l’universo è sordo. Assisto all’ineluttabile, grido, l’urlo acuto di un maiale scannato: il tir raggiunge la Vespa, la urta di sguincio, la Vespa si rovescia su un fianco, schizza contro il guardrail e si accartoccia come un limone spremuto: il corpo di una ragazza mora con i capelli lunghi, un vestitino viola leggero e i piedi nudi viene sputato nel vuoto e inizia un volo lento, lentissimo, nel cielo puro; piomba come un sacco sul campo circostante, nella terra arida. Trenta metri, dirà poi il poliziotto della stradale, ha fatto un volo di trenta metri. Accosto, trema tutto, chiamo il 118. Scendo dall’auto, sudata e con le gambe molli, la vertigine risucchia tutto il sangue nello stomaco. Il tir è un punto rosso sulla linea dell’asfalto, scompare in una bolla di luce. Non dovrei neanche esserci qui, maledetto motociclista porco. Mi avvicino alla macchia viola nel campo, il cuore rimbomba nelle orecchie: il corpo della ragazza è immobile, la sua posizione oscena. Il viso coperto di sangue e capelli.
La seconda volta la Voce sussurrò:
Aspetta!
Si chiamava Sara. Aveva trentatré anni, come me.
In piedi sul davanzale della finestra con la bottiglia di vodka mezza vuota in mano maledico Dio, il porco, il cielo puro e fisso il Raccordo Anulare che taglia lo sguardo, subito dopo il centro commerciale e il campo rom.
Se solo non avessi sterzato.
Penso al suo vestito viola, a tutte le sue cose che non conosco e che qualcuno dovrà sistemare. Le mie verranno buttate. I miei sono morti tre anni fa, e con loro se ne è andata anche la fame. Il loro odore è già sparito dai vestiti, senza il loro sguardo non sono niente.
Voglio buttarmi, perché aspettare? Aspettare cosa? Stati di emergenza perenni, la terza guerra mondiale, le sperimentazioni di massa, il vaiolo delle scimmie, la peste bubbonica dei porci? Porco, porco maledetto di un motociclista, per colpa tua mi sono ritrovata sul Raccordo, che io lo odio il Raccordo: me ne stavo per i cazzi miei nella mia Smart, nel parcheggio del Pim, a smanettare per far ripartire l’aria condizionata. Un ciccione con un giaccone scuro e casco integrale su una Harley nera metallizzata è entrato nel parcheggio, si è fermato, è sceso dalla moto e senza togliersi il casco si è piazzato davanti a me con il pisello di fuori e la sinistra in tasca. La punta nella stoffa poteva essere quella del suo indice oppure no. Mi sono attaccata al clacson: il porco, interdetto, è tornato alla sua Harley e se ne è andato svoltando a sinistra, la direzione di casa mia. Quando sono ripartita ho girato a destra, mi sono persa e sono finita lì. Cos’è quello adesso? Un puntino rosso, sul maledettissimo Raccordo; si sta avvicinando: è un tir. È quasi alla mia altezza. Inspiro, chiudo gli occhi… Spicco il volo: una raffica di vento mi sbalza indietro. Sono stesa sul pavimento di graniglia della cucina, sulla macchia di sangue, impossibile da cancellare, di quando mia madre è inciampata battendo la testa sul bordo del tavolo. Cerco di rialzarmi ma la stanchezza mi schiaccia giù: affondo nel pavimento e mi sciolgo nella macchia, sono la macchia, e non ho più pensieri. Sento l’odore di mia madre. Poi più niente.
La terza volta la Voce gridò:
Uccidi!
Mi sono risvegliata dopo quindici ore nello stesso punto. Nessun indolenzimento, nessun mal di testa, nessun dolore: mi sentivo leggerissima. Mi sono fatta una doccia, mi sono specchiata: ho tirato fuori la lingua e il piercing ha scintillato: niente male ragazza, proprio niente male! Mi sono accorta di avere fame, una fame nera.
Avevo appena pagato la spesa quando l’ho visto: il grosso porco è entrato nel parcheggio e si è fermato all’ombra di un pilastro nell’atrio del Pim, senza togliersi il casco né scendere dalla sua Harley luccicante.
Uccidi! Grida la Voce.
Mollo le buste in un angolo e esco dal retro; mi avvicino alle sue spalle senza rumore. Con una forza che non è mia lo spingo: grugnisce, cade a terra. La maglietta è arrotolata sopra la pancia rosea, noto una bottiglia di Heineken per terra, la afferro per il collo, la frantumo sul suo casco: lo pugnalo allo stomaco, poi più giù, il cavallo dei pantaloni militari è una macchia rossa e vischiosa. C’è puzza di ruggine e sudore. Grugnisce e urla ma nessuno a parte me sembra accorgersene. Fa per alzarsi ma scivola sul suo sangue, si tira su la visiera: occhietti celesti e stupidi mi fissano come fossi un fantasma, un mostro, una strega immonda: mi viene da ridere. Scatta su e inizia a correre verso l’uscita del parcheggio che dà direttamente sulla superstrada, attraversa senza guardare: un tir rosso fuoco lo prende in pieno ad altissima velocità senza rallentare la sua corsa. Scompaiono entrambi in pochi secondi dal mio sguardo. Direzione: Raccordo Anulare.
Un racconto di Valentina Scelsa
Illustrazione di Alessia Arti

