Odore di terra secca e sporco sulle mani difficile da lavare via. Unghie che si spezzano, una punta di sale e ferro sulla lingua. La faccio schioccare, un cavalluccio al galoppo. Gli insetti, i lombrichi, bere dalla borraccia del papà attaccata alla sacca di lavoro. Quell’acqua sa di polvere e caldo. Seguo col dito una carovana di formiche. Non c’è mai la mamma con noi quando andiamo in campagna. Papà mi porta col suo scooter, sto seduta dietro mi aggrappo alla pancia. La camicia si gonfia di vento e sbatte contro la faccia. Di solito è domenica e mamma non c’è. Al centro commerciale non esistono i fine settimana. Momento preferito: la merenda con pane olio e pomodoro. Io mi porto nello zainetto un piccolo rastrello e una paletta. Scavo, cerco pezzi di ceramiche, sassi. Disegno le mappe e c’è sempre papà al centro, scacchia le viti per prepararle all’estate. Il sole sulla testa, gli occhi stretti per la luce quando ormai è mezzogiorno. Mi piace fissarlo. Lui ricambia Che c’hai da guardare? A lui non piace quando lo fisso. Allora riprendo a scavare.
Io ho questo difetto che vedo tantissimo. Guardo e sono tutta occhi. E poi mi piace pasticciare con le mani, prendo la terra e me la metto in bocca, ha un sapore un po’ amaro, e di sale. Io, quando siamo a casa, vedo tantissimo la mamma che rientra dal lavoro, mi guarda, mi prende per le braccia e poi mi toglie la terra dalla faccia. Non è che mi fa male però un po’. Allora lei scatta e va a cercare mio padre davanti alla tv con la birra in mano. Muove le braccia in aria, va avanti e indietro. Lui continua a fissare lo schermo. Mio padre non so se lo capisce l’italiano, chissà cosa gli dice. A un certo punto si alza, le dà uno schiaffo che lei cade a terra. Mi sa che gli ha detto qualcosa che non gli piace.
Mio padre è stato un colpo veloce nella mia vita. Speravo colpisse mia madre, l’attraversasse all’altezza del petto, e di vedere il sangue. Come nei film. Tanto mica si muore per davvero. Mia madre lo fa sempre arrabbiare, si agita, muove le braccia, va avanti e indietro. Il colpo si è invece arrestato nella lamiera blu metallizzato della portiera, trasformato in chiodo, rimasto lì, il mio primo giorno di scuola elementare. Mamma è venuta a prendermi che se n’erano andati già tutti i bambini. Dice: Basta con le mani aperte. Io sto composta sul sedile davanti. Ho ancora la cartella sulle spalle, mamma mi allaccia la cintura di corsa. Non andiamo a casa, arriviamo in campagna. Mia madre non viene mai in campagna. Devo aspettare in macchina, lei scende. La guardo dal finestrino, gesticolare, scuotersi. C’è sempre tanta luce qui, una luce più grande, tutto il cielo in campagna è più grande che fa male agli occhi. Mio padre tiene in mano qualcosa. Stende il braccio. Sento la vibrazione, dalla portiera. Si arresta il colpo. Una pressione nell’orecchio, come quando una porta sbatte per il vento. Il chiodo.
Forse dovrei cominciare a scavare, si spezzano le unghie, si trovano i lombrichi. Forse se scavo abbastanza profondo allora mi nascondo. Papà urla parole che non sento, lo vedo da come apre la bocca, come digrigna i denti. Vorrei disegnarlo al centro della mappa. Appenderlo al chiodo sulla portiera. Col cappello che cola sudore. Mia madre adesso è immobile, lui gliela punta contro la pistola, come nei film. Abbiamo giocato con papà me l’ha fatta anche prendere in mano. È l’unico gioco che vuole fare con me. Ha tutto il braccio teso verso di lei, all’altezza del petto, mamma non si agita più. Noi lo sappiamo che papà ha una pistola, che sta sul tavolino del soggiorno assieme alla birra o nel comodino della camera da letto. Che se la porta nella sacca da lavoro coi pacchettini bianchi, in fondo papà nemmeno ama la campagna ma è un buon posto per lavorare.
Dobbiamo toglierci da questo inferno, me l’ha detto mamma prima di scendere dalla macchina. Si fanno le corna verso il basso, nella lingua dei segni. L’inferno sta in basso, sottoterra. Mia madre che non sopporta la campagna, la terra, lavarmi i vestiti. Rimani qui. Com’è che siamo venute da lui?
Io l’ho capito che cos’è che vuole papà. Che vogliono tutti e due. Vogliono che io scavi profondo il buco in cui andremo a dormire, non sono capaci da soli. Perché poi arriva la notte e si deve riposare. Proprio adesso che slaccio la cintura, apro la portiera, l’ho capito. Mamma la vedo di spalle. Anche ora che calpesto la terra secca, il sole tramonta, fa lo stesso, devo stringere gli occhi. Mi piace il viola che arriva nel cielo, e il rosso. Il sole come una macchia troppo luminosa che se la fisso mi vengono le formiche negli occhi. Papà mi guarda, sposta il braccio verso di me. Punta sempre la pistola, tanto è come nei film, facciamo tutti finta. Vado avanti qualche passo. Capito, gli faccio con la mano, afferro l’aria davanti alla faccia. Capito. Adesso mi metto a scavare, come faccio sempre quando vengo in campagna. Forse anche mamma può mettersi a scavare con me. Poi andiamo a dormire. Ma mio padre non l’ha mai imparata la lingua dei segni. Lo guardo sempre, non gli piace quando lo fisso Che c’hai da guardare.
La cartella cade. Le formiche negli occhi, nella bocca, una coperta di zampe. Sottoterra ho sete.
Un racconto di Elisabetta Giromini
Illustrazione di Elena Giorgiana Mirabelli

