Quell’inverno avevo da poco compiuto trent’anni, non ero riuscito a trovare un barbiere di cui mi potessi fidare, e dormivo ancora su un vecchio letto pieghevole. Il letto era talmente sconquassato, il materasso talmente sottile, che ogni notte era un po’ come rigirarsi su una rastrelliera per biciclette.
Avevo già i miei problemi di insonnia, allora, per questo quando mi si presentava l’occasione di dormire fuori casa, su un letto vero, ero sempre felice di coglierla al volo.
In quel periodo frequentavo due ragazzi, che per quanto ne sapessi non hanno mai sospettato nulla dell’esistenza dell’altro.
Angelo, uno dei due, era poco più che ventenne e lavorava nel call-center di una compagnia elettrica. Di solito mi fermavo a dormire da lui il lunedì, il martedì, il mercoledì e il giovedì, le sere in cui non gli chiedevano di fare gli straordinari.
Lo raggiungevo nel sottotetto di un palazzo senza ascensore che si affacciava su una delle arterie principali della città, in un quartiere oltre-Dora che a lui piaceva chiamare «Fez». La cosa che mi entusiasmava meno dell’infilarmi in casa sua, oltre al fatto di dover salire cinque rampe di scale a piedi, era dover passare ogni volta davanti alla porta della cucina, occupata quasi interamente dal suo coinquilino: un grosso guardiano in tuta che ricordo sempre seduto a gambe larghe a fumarsi una sigaretta, e che rispondeva al mio saluto con uno sguardo che mi faceva pensare a un fratello maggiore molto possessivo.
Angelo, in compenso, aveva modi dolci e suadenti. In vista del mio arrivo preparava con cura la sua stanza, coprendo le lampade con teli africani per creare un’atmosfera soffusa – col tempo avevo scoperto che l’illuminazione troppo forte lo metteva in imbarazzo –, mentre ogni angolo crepitava di candele profumate. Spesso un mazzetto di salvia bianca bruciava pigramente nel porta-incenso che teneva sul comodino.
Andavo matto per il sedere di Angelo. Forse un po’ troppo peloso, ma anche grande, tenero, da raccogliere a piene mani. Non che non avesse anche altre attrattive. Le sopracciglia nere gli disegnavano sul viso un’aria furba, e mi piaceva il modo bambinesco con cui continuava a sorridermi – la punta della lingua tra i denti – mentre eravamo appiccicati l’uno all’atro.
Ricordo che la prima volta che andammo a letto, poco prima di venire, mi aveva sussurrato di fermarmi, e mi aveva chiamato «Tommy». Aveva sorriso, in quel suo modo infantile, aveva ripreso fiato, e poi aveva detto ancora: «Ti prego, Tommy, aspetta…» E il fatto che un ragazzo appena conosciuto, nell’intimità di una scopata occasionale, mi chiamasse per nome – per di più col diminutivo con cui mi conoscevano tutti, dalle maestre dell’asilo alle mie nonne – lì per lì mi aveva commosso, poi conquistato. Il giorno dopo non avevo fatto altro che pensarci.
Angelo era originario di un paese non troppo lontano dal mio. Sin da quando ero arrivato in città avevo sempre evitato ogni contatto con i miei conterranei, di cui non sopportavo quasi nulla, dall’accento, che trovavo sgraziato, a quella piagnucolosa nostalgia per il mare e il bel tempo che sembrava accomunare tutti quanti. Nel caso di Angelo però la sua provenienza non mi infastidiva. Anzi, mi sembrava una conferma che quello che facevamo, in quella stanza buia che odorava come una pineta in una giornata afosa, a maggior ragione fosse una cosa giusta, quasi raccomandabile: qualcosa che persino i nostri genitori avrebbero visto di buon occhio, come un modo per tornare insieme a casa, e per di più senza spendere nulla, a parte il prezzo dei preservativi.
Recuperavo il fiato, con il profumo della sua cera per capelli nelle narici, nelle orecchie la cantilena tarantina della sua voce, e mi sentivo traboccante di gratitudine – una sensazione che si raffreddava un po’ solo al mattino, quando uscivo dalla stanza di Angelo già intabarrato nel mio giubbotto, stando attento a non fare il minimo rumore, e ripassavo davanti alla porta della cucina. Il coinquilino di Angelo era già lì, che mi lanciava il suo «‘giorno» simile a un grugnito, negli occhi la stessa minaccia di sempre.
Il secondo ragazzo che frequentavo in quel periodo, Matteo, era un avvocato che lavorava per uno studio assicurativo. Per qualche motivo, pur non avendo alcuna predilezione per la categoria, prima di conoscere lui mi era già capitato molte volte di uscire con avvocati. Tutti loro si mostravano molto affascinati dal fatto che scrivessi. Nessuno mi era mai sembrato troppo impaziente di leggere un mio racconto ― chissà perché, eppure ciascuno mi aveva incoraggiato a continuare a scrivere, con un’aria da padri amorevoli e un po’ distratti. Col tempo mi ero fatto l’idea che mi apprezzassero come avrebbero potuto apprezzare una raccolta di poesie, una bella edizione da esporre con orgoglio nello studio, accanto ai volumi di diritto.
Come gli altri avvocati che mi era capitato di frequentare, anche Matteo mi aveva cercato, corteggiato, invito dopo invito, con tenacia, ma senza mai tradire alcuna fretta. Senza alcun eccesso di passione o romanticismo, con complimenti misurati. Non era il tipo che potesse mai chiedermi in termini espliciti se frequentassi altre persone, o cosa provassi per lui. La gelosia, in Matteo, si manifestava tutt’al più in forma di qualche battutina sporadica, ma mai nulla di tanto acido da non poter ricevere una risposta altrettanto ironica.
Cominciammo a vederci ogni weekend. Una di quelle sere mi chiese timidamente di fermarmi a dormire da lui, nel suo appartamento in un’elegante palazzina Liberty. Ci tenne a precisare che gli avrebbe fatto piacere, ma che non dovevo vederla come una costrizione. Io accettai, e nel giro di poco divenne un’abitudine.
Ogni giovedì sera salivo sul 4 delle diciannove, con un libro e uno spazzolino da denti nella tasca del giubbotto, e mi presentavo alla sua porta. I ristoranti della zona – un quartiere dormitorio nel nord della città – erano solitari e fuori moda, perciò spesso ordinavamo qualcosa a domicilio, bevendo vino rosso. Poi, mentre Matteo caricava la lavastoviglie, io andavo in camera da letto, indossavo il pigiama che lui teneva pronto per me sotto il cuscino e sprofondavo nel suo materasso. Facevamo a turno per scegliere il film da guardare abbracciati sotto il piumone (in genere io proponevo musical, lui thriller). I titoli di coda erano il segnale concordato per iniziare a baciarci. Lui mi abbassava i pantaloni del pigiama quel tanto che bastava per prenderlo in bocca, dopodiché ci addormentavamo, poco dopo la mezzanotte.
Il lunedì mattina, dopo aver trascorso il fine settimana insieme, Matteo saliva in macchina per raggiungere il suo studio in centro. Io riprendevo il 4, passavo da casa per una doccia e un cambio di vestiti, e aspettavo che venisse sera per tornare a «Fez».
Man mano che frequentavo la camera da letto di Angelo, notavo che la mia vista si abituava sempre di più allo stato perenne di semi-oscurità in cui lui pretendeva che ci incontrassimo. Alla luce velata delle lampade i dettagli emergevano lentamente dal buio, come in quei giochi di enigmistica in cui bisogna riconoscere gli elementi fuori posto in una stanza stipata di oggetti. Quelle scoperte erano come tanti piccoli segreti, ma tutti innocenti. Mi facevano sorridere, e mi permettevano di indovinare come dovesse essere la vita di Angelo in mia assenza. Per esempio, teneva sempre pronta sulla scrivania una barretta di cioccolato mangiata per metà e rimessa nell’incarto. Sul comodino, invece, vicino al porta-incenso su cui bruciava la salvia, c’era una sfera di quarzo rosa. «Serve per la pace interiore», mi aveva spiegato. «È un regalo del mio ex». Dopo quella rivelazione avevo rimesso a posto la sfera rosa sul comodino, lo avevo raggiunto alle spalle e avevo iniziato a strizzargli le natiche, finché non eravamo di nuovo pronti per rifarlo, questa volta in piedi.
La serata andava avanti così, tra piccole confidenze e scoppi improvvisi di eccitazione. Ricordo le sue domande fantasiose, mentre se ne stava accucciato sul mio petto: «Rispondi a questa, Tommy… se ci fosse un’apocalisse zombie e potessi costruire un’arma solo con gli oggetti che trovi in questa stanza…?», oppure, «In quale animale ti piacerebbe reincarnarti?» A volte ci riflettevo seriamente, mentre lui mi osservava, con quel sorriso infantile – la punta della lingua tra i denti. Altre volte però dicevo: «Ci dormo su e te lo dico domattina».
Dalla cucina, sentivamo i passi strascicati del suo coinquilino, la voce cavernosa con cui discuteva al telefono. «È la sua fidanzata», mi aveva spiegato Angelo, in un mormorio, prima di cadere addormentato tra le mie braccia.
A casa di Matteo, l’avvocato, ci si svegliava piuttosto presto anche nel weekend.
In genere il sabato mattina andavamo per antiquari, mentre la domenica uscivamo al mercato. Io compravo degli economici mazzetti di fiori di campo che sembravano fatti di carta e non avevano nemmeno bisogno di essere innaffiati. Il mio monolocale era vuoto per gran parte della settimana, ed era raro che invitassi qualcuno, perciò non sapevo neanch’io perché li comprassi. A Matteo piacevano fiori importanti: in genere gerbere, tulipani carnosi. Teneva sempre un vaso di gigli in camera da letto, che così restava impregnata del loro odore dolciastro, di cimitero (ma questo a lui non lo dicevo).
La giornata trascorreva lenta e piacevole, come le conversazioni tra di noi. I momenti di silenzio erano rari con Matteo, con cui si poteva parlare di tutto. Non che si scendesse troppo sul personale, o ci confidassimo i retroscena più intimi delle nostre vite. In genere parlavamo di quello che ci piaceva e quello che non ci piaceva, e anche se spesso i nostri gusti non coincidevano, Matteo si mostrava sempre rispettoso, soppesava con cura le parole, e questa era una delle sue qualità che più apprezzavo.
Una sera a «Fez» Angelo era convinto che gli avessi detto «ti amo».
«Sì! Non te lo ricordi?» diceva, e sorrideva con la punta della lingua tra i denti. «La settimana scorsa… l’hai detto mentre stavi per venire…»
A me sembrava davvero improbabile che mi fossi lasciato sfuggire qualcosa del genere, ma lui sembrava convintissimo. Così non dissi nulla e lo strinsi un po’ più forte a me, baciandogli la fronte. Della settimana precedente ricordavo molte cose. Tutte le posizioni in cui l’avevamo fatto, ad esempio, e anche alcune delle bizzarrie che Angelo aveva tirato fuori. «Sai che giorno è oggi?» mi aveva detto martedì. Io mi stavo sfilando le scarpe prima di intrufolarmi al caldo sotto il suo piumone. «La Giornata Internazionale del Gatto» aveva detto poi, senza lasciarmi rispondere. Non che avessi la minima possibilità di indovinare. Poi mi spiegò che avevano scelto un giorno di febbraio perché, si sa, l’Aquario è il segno più indipendente dello zodiaco, il segno degli spiriti liberi.
«Ecco in che animale voglio reincarnarmi» avevo detto io, e lui aveva accennato un miagolio.
Ricordo che, dopo essere venuti, Angelo mi aveva raccontato del gatto di sua nonna, che spariva per giorni interi e diventava sempre più grasso, finché non si era scoperto che aveva trovato un’altra famiglia, dall’altra parte della città, che gli dava da mangiare. Io l’avevo ascoltato a occhi chiusi, la sua voce un tutt’uno con il sibilo delle candele, e intanto cercavo di far aderire il mio corpo il più possibile al suo.
Erano i primi di marzo quando Matteo decise di presentarmi alla sua migliore amica. Anche in quel caso, ci aveva tenuto a precisare che gli avrebbe fatto piacere che la conoscessi, ma che non dovevo vederla come una costrizione. Si dilungò talmente tanto con quei preamboli, che quasi pensai sperasse di sentirmi dire di no. Invece accettai.
Così, un venerdì sera, Matteo e io ci trovammo seduti a un tavolino di latta, in una galleria del centro piena di voci. L’amica di Matteo mi aveva appena conosciuto, e dopo cinque minuti di conversazione già voleva trovarmi un lavoro. Una sua conoscente, diceva, cercava da tempo un copywriter per la sua agenzia di comunicazione. Io le risposi che non ero interessato a lavorare in quel settore, e che comunque stavo ancora finendo gli studi, nonché un romanzo. Mentre parlavo guardai Matteo di sbieco – lui si umettò le labbra e bevve un sorso di vino.
«Guarda che non voleva offenderti», mi spiegò più tardi, mentre eravamo in macchina.
«In pratica mi ha dato del nullafacente».
«Tu sei un bohémien», disse Matteo, «semmai un po’ permaloso».
Io non ero d’accordo, ero solo preciso: ero sempre stato bravo a estrarre il filo d’intestino dal corpo grasso di un gamberetto, così come l’insulto dal discorso «in buona fede» di un’amica.
In realtà però non ero arrabbiato. Non più di tanto. Volevo solo provare a tendere un po’ la corda, per vedere se sarebbe scoccato un litigio.
Perché a volte accadeva che anche Matteo, normalmente così controllato, sotto l’influsso di un bicchiere di vino rosso, si lasciasse sfuggire una frase inaspettata.
L’avevo visto spazientito solo due volte: quando pensava non lo aiutassi abbastanza a cercare parcheggio, e un’altra volta, quando mi stava parlando di una questione politica e io stavo dimostrando di non avere la minima idea di cosa stessi parlando. «Tommaso, aprilo un giornale ogni tanto…» mi aveva detto. Io avevo preferito non rispondere, in quell’occasione, e mi ero messo a letto accanto a lui. Il pensiero però tornava alle sue parole. Avevo continuato a pensarci anche mentre lui era chino a succhiarmelo. Era vero che non leggessi molto spesso i giornali, ma quanti romanzi aveva letto Matteo nell’ultimo mese? Quello che aveva sul comodino aveva l’aria di non essere stato nemmeno mai aperto.
Venni con un po’ più di fatica del solito («Attento con i denti»), poi ci stringemmo nel buio sotto il piumone, aspettando di addormentarci. Sentivo già il mio respiro farsi pesante quando Matteo avvicinò la bocca al mio orecchio e mi disse qualcosa a cui non seppi dare altra risposta se non un bacio. Qualcosa che mi rese più difficile del solito addormentarmi.
«Sai… mi sto affezionando».
Un lunedì, verso la fine di marzo, Angelo venne meno alle regole implicite della nostra routine. Mi scrisse che si era preso l’influenza, e quindi avrei fatto meglio a non venire, almeno per quel lunedì.
La notizia mi sconvolse. Per un attimo mi sembrò di essere stato punito. Di colpo qualcuno aveva rimosso la base da quell’instabile torretta che era la mia giornata. Mi sorpresi a pensare che non me lo meritavo. Però mi diedi un contegno e gli dissi che andava tutto bene. «Guarisci presto».
Trascorsi la mattina in biblioteca, con la speranza di concentrarmi sullo studio e lavorare un po’ al mio romanzo, ma a mezzogiorno era chiaro che non sarei riuscito a fare nessuna delle due cose. Nel pomeriggio camminai sul Lungopò fino a raggiungere il parco. Da casa mi ero portato una grossa busta piena di arachidi con l’intenzione di dare da mangiare agli scoiattoli, pensando che la cosa mi avrebbe fatto sentire meglio, ma ogni volta che lanciavo un’arachide le cornacchie arrivavano sempre per prime. Così tornai indietro, con il sole che mi tramontava sulle spalle e sempre più di cattivo umore, immerso in pensieri di vendetta contro le cornacchie, contro Angelo e, già che c’ero, contro il suo stupido coinquilino, che per quel suo stupido vizio di fumare teneva la finestra della cucina sempre aperta: doveva essere così che Angelo si era ammalato.
Decisi di fare quello che facevo sempre quando avevo la serata libera e nessuna voglia di tornare a casa: andai al cinema. Andare al cinema da solo, in qualunque momento volessi, era una delle cose che mi piacevano di più del vivere in una grande città: mi faceva sentire avventuroso, mi sembrava una dichiarazione d’indipendenza. Guardai i trailer sgranocchiando le arachidi che mi erano rimaste, e mi sentii subito meglio. In fondo si trattava di aspettare solo un altro giorno.
Invece il giorno dopo Angelo era ancora raffreddato. Volevo dirgli che per me non era un problema, che se non stava bene non dovevamo per forza fare sesso, e che, non so, magari mi sarei potuto prendere cura di lui. Qualcosa però mi impedì di dirlo. Gli chiesi solo se potevo essergli utile in qualche modo. Lui mi disse che ero un tesoro, ma il coinquilino era andato a comprargli tutto quello che serviva.
Non vidi Angelo nemmeno nei giorni successivi, finché non arrivò il turno di Matteo, giusto in tempo. Avevo trascorso quei giorni di solitudine in modo non troppo diverso dal primo, ma ormai nei cinema di Torino non c’erano più film che volessi davvero vedere. Erano quattro notti che non chiudevo occhio.
Il compleanno di Matteo cadeva proprio quel weekend. Perciò il sabato sera mi ritrovai in un’enorme tavolata nel dehors di un bar di Piazza Carlina. Per allora (era la fine di marzo) avevo già conosciuto tutti i suoi amici più stretti, ma la lista delle presentazioni sembrava non dovesse mai finire. Quella sera alla sua migliore amica si erano aggiunti i colleghi di lavoro, gli amici di università e persino qualcuno del liceo, quasi tutti in coppia. Di quella sera ricordo che ero seduto uno sgabello troppo alto, che mi faceva sentire come un uccello esotico su un trespolo. Pensavo di essere vestito in modo troppo informale, con una giacca a vento blu elettrico, e non riuscivo a infilarmi in nessuna delle conversazioni che andavano intricandosi tra calici di vino e i piatti di antipasti che giravano in cerchio. Matteo aveva l’aria di divertirsi moltissimo, rideva di continuo ― persino la sua voce, di solito bassa e pacata, cambiava in presenza dei suoi amici, facendosi più acuta, quasi stridula. Io rimasi in silenzio per quasi tutto il tempo, dispensando sorrisi casuali. Le uniche domande dirette che ricevevo riguardavano il mio lavoro e il mio accento quasi impercettibile. L’unico momento in cui mi permisi di inserirmi nel discorso fu quando, in modi ancora misteriosi, qualcuno cominciò a bisticciare sulle varie versioni della canzone Over the rainbow. Matteo sosteneva che la più famosa fosse quella dei Beach Boys. Io mi intromisi dicendo che secondo me la versione più celebre era quella cantata da Judy Garland, che poi era anche l’originale composta per Il Mago di Oz. Matteo, che a quel punto aveva bevuto parecchio vino rosso, sbottò: «Ma che ne vuoi sapere tu, che non sai nemmeno stare al mondo?»
I calici rimasero sospesi a mezz’aria, lo scambio di antipasti si interruppe. Subito qualcuno si affrettò a ordinare un’altra bottiglia di vino.
Io rimasi in silenzio. A quel punto non mi sforzai più di sorridere. Con le labbra incollate al mio calice, continuai a pensare alle parole di Matteo, alla prontezza e alla gratuità con cui me le aveva sputate addosso. Era chiaro che quelle non fossero parole a caso: doveva averle tenute in serbo già da molto tempo, finché non avevano acquisito la consistenza solida di un’opinione già ben formata.
La serata finì solo dopo mezzanotte. Matteo e io non ci scambiammo nemmeno una parola lungo il tragitto in macchina. Tornammo a casa sua, dove, dalla camera da letto, ci accolse subito l’odore nauseante dei gigli. Aspettai che ci togliessimo i giubbotti prima di rivolgergli la sola e unica domanda che mi assillava: «Tu hai stima di me?»
Matteo sussultò, come se si fosse dimenticato della mia presenza. La reazione che seguì mi colse del tutto di sprovvista, quasi quanto le sue parole crudeli: scoppiò in lacrime.
Non rispose mai alla mia domanda, ma discutemmo a lungo quella sera. Su di me, sul nostro rapporto, su quello che ci aspettavamo. Ci eravamo messi a letto quando Matteo chiamò «roba» il mio romanzo, poi subito si affrettò a chiedermi scusa per averlo definito così. Sembrava non riuscisse più a controllare il flusso delle sue parole. Il meccanismo interno che gli permetteva di tenere a freno quello che pensava davvero sembrava essersi guastato, e in modo irreparabile. Ora mi sembrava di poter leggere perfettamente ogni suo pensiero.
Era notte fonda, ormai, e arrivammo alla conclusione che eravamo troppo diversi, anche solo per metterci d’accordo su quale film guardare. Ci preparammo a dormire sapendo entrambi che quella sarebbe stata l’ultima notte insieme. Mentre mi infilavo il giubbotto, la mattina dopo, notai che aveva gli occhi velati di lacrime. «In bocca al lupo con l’università» mi disse, «e non smettere mai di scrivere». Io ricambiai il suo abbraccio con una pacca sulla spalla, e uscii dal suo appartamento, diretto alla fermata del 4.
Trascorsi la domenica con un senso di nausea dovuto al troppo vino, con le parole di Matteo che continuavano a risuonarmi nella testa. Non sapevo stare al mondo. Era vero. Quello che Matteo aveva detto era innegabile. Ma quello che Matteo non capiva e non avrebbe mai capito è che per me la cosa non era soltanto innegabile, ma costituiva anche parte sostanziale del mio fascino. Era forse la parte di me a cui ero più affezionato. Il saper stare al mondo, in un mondo come quello di Matteo, era davvero qualcosa di cui andare così fieri? Io non ne ero tanto sicuro, e questo dubbio mi inorgogliva e mi faceva sentire più grande, migliore di lui.
Comunque tutto quello che mi serviva, in quel momento, era rivedere Angelo. Tutto quello che volevo, dopo quel fine settimana, era infilarmi sotto il suo piumone e dentro di lui. Chiudere gli occhi e dimenticarmi di tutto, nella penombra delle candele.
Aspettai con impazienza che arrivasse il lunedì per potergli scrivere: «Vengo da te alla solita ora?».
Lui mi chiese come stavo.
Io? Bene, grazie, e tu?
Lui mi rispose che stava bene e che gli dispiaceva, ma quella sera non potevamo vederci.
È il tuo raffreddore? Non ti è ancora passato?
Lui mi scrisse ancora che era dispiaciuto, ma era impegnato con un’altra persona.
A quel punto gli telefonai. Aspettai dieci squilli prima che lui rispondesse. «Non pensavo frequentassi altre persone…» non potei fare a meno di dirgli.
«Non è che lo stessi proprio frequentando…» rispose Angelo. Gli chiesi di spiegarsi meglio, e a quel punto mi disse che si trattava del suo coinquilino. «Lo so, anch’io ero sorpreso» aggiunse Angelo, dato che io non ero riuscito a dire una parola. Poi, come se nulla fosse, come se stesse raccontando la trama di film, mi raccontò che fino a quel momento l’altro si era lasciato fare solo qualche pompino, il più delle volte da ubriaco, finché una di quelle sere, chissà come, si era fatto coraggio, ed erano finiti a letto. Era venuto fuori che il coinquilino provava qualcosa per lui. «Ha lasciato la sua ragazza… e adesso stiamo insieme».
Trattenni il respiro ancora per qualche istante, cercando qualcosa da dire.
«Adesso devo chiudere, Tommy… non sei arrabbiato, vero?»
Non potevo più andare a «Fez». Né nel quartiere dormitorio dove viveva Matteo. Erano luoghi della città che pensavo non avrei mai più visitato, inaccessibili come cancellati dalla mappa. Era tutto finito.
Il lunedì in cui Angelo mi disse del suo coinquilino cenai in un fast-food del centro. Di solito evitavo di mangiare in pubblico da solo, ma in quella circostanza mi sembrava l’unica cosa giusta da fare. Sentivo di meritare l’untume sui tavoli di plastica e il persistente odore di fritto. Sentivo di meritare la solitudine del mio angolino vicino ai bagni.
Mangiai le mie patatine con voracità, provando un piacere perverso nelle occhiate che mi lanciavano le coppie o i gruppi di adolescenti. Occhiate del tipo “Poverino, sta mangiando solo… ed è uscito in tuta…” O almeno questa era la mia interpretazione, anche se ero consapevole che probabilmente quelle persone non mi avevano dedicato nemmeno un pensiero. Mangiare da solo in un fast-food, se non altro, era una di quelle cose che mi faceva venir voglia di tornare a casa.
Il mio monolocale aveva un odore che non riconoscevo più. Da quanto tempo non aprivo le finestre?
Mi gettai sul mio letto pieghevole. Naturalmente non riuscii a dormire, né quella sera né nelle notti seguenti. Non ero più abituato al mio vecchio materasso informe. Cercai di stampare una conca, da cui guardare la tv mentre sgranocchiavo le ultime arachidi – quelle che avevo comprato per gli scoiattoli. Il frigo era vuoto, tranne che per qualche ortaggio ormai raggrinzito che avevo comprato al mercato con Matteo, tanto per non sfigurare davanti a lui. In un vaso sul comodino c’erano ancora i fiori che sembravano di carta e che non morivano mai, quelli che avevo comprato insieme a lui.
Ci volle qualche giorno prima che uscissi di nuovo di casa. Un pomeriggio, non avrei saputo dire che giorno fosse, feci la mia prima passeggiata. Avevo portato con me i fiori e avevo camminato per un paio di chilometri fino al Cimitero Monumentale. Mi aggirai tra le tombe leggendo i nomi sulle lapidi e sulle cripte di famiglia. Poi, nella parte più moderna, trovai il loculo di un ragazzo morto negli anni ’70 e lasciai i fiori a lui. Avevo trovato la tomba con velocità sospetta, come se fosse stata davvero l’ultima casa di un parente. Il vasetto attaccato alla lapide era stranamente vuoto.
Quando tornai a casa ordinai la cena a domicilio e mi rimisi a letto. Mangiai guardando la tv. Prima di addormentarmi pensai che era arrivato il momento di chiamare il proprietario del monolocale. Dovevo insistere per un letto decente, o almeno un materasso nuovo. Nel frattempo avrei dovuto mettermi d’impegno. Dovevo ricominciare a studiare sul serio. Dovevo lavorare al romanzo, trovarmi un lavoro, o almeno un altro posto dove passare la notte. Altrimenti, tanto valeva dormire per strada.
Un racconto di Raffaele Cataldo
Illustrazione di Elena Giorgiana Mirabelli


È un gran piacere leggere Raffaele, ho sempre stimato quello che scrive, e questo piccolo assaggio di onestà disarmante dimostra quanto è cresciuto dai tempi di lui sa cosa. Grazie!