Andrea era, a detta di tutti, un ragazzino modello. Aveva dodici anni, ottimi voti a scuola, una cerchia di amici ristretta ma leale e, soprattutto, una fervida fantasia. Qualità invisibili agli occhi di Olivia, sua madre adottiva, che rimproverava sempre il figlio della sua goffa timidezza. Quando Andrea era entrato per la prima volta nell’immensa casa, la madre gli aveva subito affibbiato la stanza più angusta e tenebrosa: la cantina.
“Mi spiace, ma non posso certo farti dormire con i tuoi fratelli”, gli ricordava tra un tiro di sigaretta e l’altro. “Si sentirebbero a disagio a condividere con te la loro piccola camera”. Poi, si gettava sul divano di velluto, incurante della cenere che cadeva sul lucido parquet. “No, non posso proprio”, ripeteva a sé stessa con un filo di voce.
Ma la scelta della madre, per Andrea, era tutt’altro che un problema. In quella stretta stanza, dove l’aria sapeva di muffa e un solo raggio di luce illuminava il pavimento di mattoni, Andrea si sentiva libero di creare il suo regno. Aveva dipinto costellazioni e pianeti sul soffitto a volta, trasformato bottiglie abbandonate di vini e liquori in lampade colorate e creato tavolini con volumi di vecchie enciclopedie. Tre vasetti di terracotta attendevano, di fronte alle finestrelle al livello del suolo, di veder germogliare i semi di girasole che ogni giorno, Andrea, innaffiava speranzoso.
La distanza che separava quel luogo dal resto della casa era, per lui, semplice abitudine. Il suo problema era ben altro: si chiamava Giada, aveva mossi capelli biondi, una spruzzata di lentiggini sul viso e occhi verdi come prati primaverili. Gli capitava di osservarli da lontano: si muovevano rapidi tra le parole di un libro, e lui che desiderava così tanto cancellarle e inserire le sue, di parole, se non altro per concedersi il lusso di non doverle esprimere con la voce.
Quel giorno, Andrea passeggiava ben attento a non calpestare le viole, osservando i boccioli che incoronavano gli alberi, quando la vide all’ombra della solita quercia. Era circondata da tre ragazze che le strappavano il libro dalle mani, lanciandoselo a turno. Il volto di Andrea divenne del colore del fuoco, i suoi pugni si strinsero e il passo cominciò ad affrettarsi, dimenticandosi improvvisamente dei fiori che si appiattivano sotto le sue scarpe. Le sue parole sbroccarono come un fiume in piena. “Lasciatela stare!”, urlò.
Lei si sollevò da terra, scrollandosi la polvere dai pantaloni verdi salvia, afferrando la mano di Andrea che la aspettava tesa da, a lui pareva, infiniti secondi. Tra risolini e occhiate maliziose, le tre ragazze si allontanarono dalla quercia; lui rimase invece immobile, temendo che il cuore potesse balzargli fuori dal petto e che il calore pulsante nelle vene potesse fondergli le mani.
“Allora ce l’hai”, esclamò lei, sbalordita, fissandolo negli occhi.
“C-che cosa?”
“La voce. Le mie compagne pensano che tu l’abbia persa”.
Per un solo secondo, lui tacque.
“Vorresti uscire con me?” “No”, fece lei secca.
“Ah, come mai?”
“Beh, esco già con Giacomo. Hai presente?”
Andrea aveva ben presente il suo compagno di banco e, soprattutto, le palline di carta che masticava incessantemente per poi sputarle, tramite l’utilizzo della cannuccia della penna, sul collo delle compagne. Si limitò a fissarla, dispiaciuto. La salutò con un cenno della mano e si incamminò verso casa. Il cielo plumbeo incorniciava i piccoli ammassi di nuvole che si compattavano tra di loro, formando un mosaico sopra la sua testa. Gocce leggere gli piombarono sul corpo, rinfrescandolo. Andrea chiuse gli occhi, assaporando il profumo di gelsomino che viaggiava col vento. Giunto a casa, si sfilò il giaccone zuppo e si asciugò il viso. Appena entrato nella cantina, un sole inaspettato penetrò dallo spiraglio delle finestre, rischiarando pitture di costellazioni e pianeti. E lì, illuminati da un raggio dorato, li vide… tre verdi germogli lo osservavano dal suolo: esili, delicati, orgogliosi come mai Andrea li aveva visti prima d’ora.
Un racconto di Eleonora Traverso
Illustrazione di Artista Senza Nome

