Alle sei di un mattino di marzo, il custode piombò nell’ufficio del caporale delle SS in servizio.
C’era un morto, aveva detto, riverso tra due scaffali d’archivio.
Lo conoscevano entrambi: sessantadue anni, capo della catalogazione, una mano ancora chiusa attorno a un fascicolo.
Il caporale non toccò niente e seguì il protocollo.
Gli uffici della Reichskulturkammer di Dresda occupavano uno stabile del Settecento. La sala dei beni confiscati stava al secondo piano, sopra il pianterreno di rappresentanza e il primo piano con gli uffici dei funzionari: era una sala lunga, senza finestre, dove ogni bene veniva registrato prima di partire per Berlino o per le case degli ufficiali superiori.
Lo SS-Obersturmführer Klaus Hess era responsabile per la sicurezza generale.
Trentasei anni, modi puliti, la faccia di chi non vuole sorprese.
Arrivò dopo mezz’ora dalla chiamata e si mise a esaminare il corpo.
«Colpo alla nuca», riferì il caporale, «il medico lo ha visto in fretta ma dice oggetto stretto. Un regolo di metallo, forse. Non l’abbiamo ancora trovato».
Hess annuì.
«Testimoni?».
«L’edificio era chiuso. Il custode ha aperto alle cinque e quaranta».
Il tenente indossò i guanti in pelle, aprì la mano del morto e prese il fascicolo.
Era una scheda di archiviazione, oggetto: menorah a sette bracci, argento, XVI secolo. Provenienza: Cracovia. Registro 4471-B. Destinazione: in attesa di assegnazione.
Alzò gli occhi allo scaffale sopra di loro: vuoto.
Quattro persone avevano le chiavi fuori orario: il morto, il custode, la segretaria generale e il direttore dell’Istituto.
Dopo la scoperta del corpo, il custode si era chiuso nel suo gabbiotto.
Settant’anni e tremava ancora a qualsiasi domanda diretta. Aveva chiuso alle diciannove, giurò. Da tre anni dormiva in una stanza al pianterreno. Non aveva sentito niente. Si era coricato presto, come ogni sera, e non si era più alzato.
La segretaria si presentò nell’ufficio di Hess fasciata in un tubino rosso. Era rimasta in ufficio fino alle venti, lo confermava il registro, e disse di non essere mai stata in archivio.
«Sì, quel mezzo ebreo di Weber mi stava antipatico, lo sanno tutti», confessò, «ma non abbastanza da farlo fuori».
Lo disse con una franchezza che a Hess parve più furba che sincera.
Il direttore dell’Istituto arrivò alle otto con la cravatta storta.
Ascoltò il resoconto di Hess senza interrompere.
«La menorah era destinata al generale Fick», rivelò alla fine, «se non arriva, le conseguenze le paghiamo tutti».
«Anche lei», puntualizzò Hess.
«Anche io, sì».
Hess passò la mattina nell’archivio.
Nel registro serale trovò la firma di ingresso di Weber per le ventuno e quindici.
E nella giacca lasciata sull’appendino un biglietto, piegato in quattro: scrittura piccola e regolare, senza firma, due righe soltanto: “Restituiscilo. Non te lo chiederò una terza volta“. Se Weber se l’era tenuto in tasca, pensò Hess, è perché una minaccia la si conserva solo per servirsene.
Poi Hess passò dall’ufficio del personale.
La segretaria venne convocata di nuovo.
«Come era vestita ieri sera?», le chiese Hess.
La donna sorrise: «Non le piace quest’abito, tenente?».
«Tutt’altro».
Lei esitò: «Come questa mattina».
«Allora sono fortunato». Aprì un cassetto e tirò fuori delle fibre di un tessuto rosso fiammante.
«Con tutti quegli scaffali in archivio», continuò, «è facile rimanere impigliati».
«Scheiße…», esclamò la donna, e corse con le dita al fianco, dove tastò un minuscolo strappo.
«Non sono stata io», esclamò subito.
«Ma era lì».
«Solo perché dovevo controllare che quel mischling non si fregasse nulla, le voci girano. Poi è saltata la luce, ho sentito dei passi e sono corsa via di fretta».
«È saltata la luce?», chiese Hess.
«Sì, poco dopo le nove e trenta, credo. Ma le giuro, io non so neanche dove sono i contatori», fece un occhiolino, «e se fossi stata io non glielo direi mai, giusto?».
Hess sospirò: «Chi le ha dato l’ordine di controllare?».
La donna si morse un labbro e sorrise: «Credo che dovrebbe tenere di più alla sua carriera, tenente».
Hess la congedò.
A metà mattina il direttore bussò alla porta di Hess.
Gli operai di un cantiere vicino avevano trovato nella spazzatura una chiave inglese, col simbolo dell’Istituto e quella che sembrava una piccola macchia.
Hess convocò il custode.
Sul tavolo, poggiata su un fazzoletto di seta con la svastica, stava la chiave.
«Hanz Pfiffer, giusto?».
L’uomo annuì. Non sembrava sorpreso.
«Lei è stato trasferito dal distretto di Cracovia».
Pfiffer tacque.
«Mi sono fatto dare il suo giuramento di fedeltà al Reich». Hess posò sul tavolo, accanto alla chiave, il biglietto e il giuramento.
Stessa grafia.
«E scommetto che tra i suoi attrezzi ne manca uno».
Pfiffer aprì la bocca. La richiuse. La riaprì.
«Weber vendeva documenti», disse infine, «faceva il prezzo e si pagava in anticipo. Quel candelabro era di un uomo di Cracovia, gliel’ho portato io. Invece di scambiarlo, Weber l’ha iscritto a registro come refurtiva qualunque, si è preso la ricompensa e il passaporto non è mai arrivato. L’uomo è salito su un treno a gennaio».
«E così lei lo ha fatto fuori per vendetta».
«Non volevo, ma lui mi ha minacciato e…».
Hess sollevò una mano: «Dov’è la menorah, adesso?».
Il custode alzò le spalle.
«Lei faccia il suo dovere», concluse Pfiffer, e per la prima volta sembrava sereno.
Hess si appoggiò allo schienale e guardò fuori.
Era marzo inoltrato, ma la primavera a Dresda tardava ancora a sbocciare.
Un racconto di Riccardo Bartoletti
Illustrazione di Babsie

