Non siamo mica in un film americano

I poliziotti lo fanno sedere al tavolo di metallo ed escono.

Nella piccola stanza senza finestre, i neon ronzano nella calura di luglio, accompagnati dal cupo fruscio di un ventilatore a piantana con la plastica ingiallita.

Uno specchio a parete riflette la sua figura: volto pallido, testa rasata a nascondere la calvizie, e brillanti occhi azzurri, quelli di una persona sincera.

Entra un uomo in camicia e cravatta. Lascia cadere dei fascicoli sul tavolo e, dopo essersi grattato i baffi, rimane immobile con le braccia conserte: “Come la mettiamo?”

“Che vuol dire?”

“Signor…” Sbircia sui documenti. “Fosco Giovanni, sarò breve: l’ex colonnello dell’esercito Maina Roberto è stato ucciso stamani nel suo appartamento. Era suo vicino di casa, e sappiamo che avete trascorsi burrascosi. Inoltre, vicino al corpo abbiamo trovato… ha presente quei pezzi di stoffa che si mettono sulle divise, con il nome sopra?”

“Una patch.”

“Ah!” Annuisce compiaciuto, e sposta i fogli per appoggiarsi sul tavolo, che cigola sotto il suo peso. “Su questa patch c’è il suo cognome, signor Fosco. Quindi: come la mettiamo?”

“Io…”

Qualcuno bussa alla porta.

“Ispettore, la cercano. È urgente.”

Si sistema la cravatta guardando il sospetto: “Avrà tempo per rifletterci su. Lo usi bene.” Raccoglie i documenti prima di lasciare la stanza.

Passano due ore. La noia prevale sulla tensione di essere accusato di omicidio.

Giovanni ha camminato avanti e indietro, giochicchiato con il ventilatore e tamburellato su qualunque superficie tutte le melodie che ricorda… Ora prova ad aprire la porta. Chiusa. Nel voltarsi, la sua immagine allo specchio lo fa trasalire: per un attimo si vede di nuovo in divisa. Chiude gli occhi umidi di sudore.

Il caldo non aiuta. Il vecchio ventilatore muove solo altra aria calda.

Torna a sedere e si accascia sul tavolo.

Poi un dubbio si fa strada nella sua mente: aveva letto da qualche parte che attesa e isolamento potevano essere strategie per far crollare i sospetti.

Alza un poco la testa e guarda sottecchi lo specchio: lo stanno osservando? Il tono beffardo con cui l’ispettore si è congedato sembra confermarlo. Il dubbio diviene certezza con una rapidità incontrollabile, come un liquido portato a temperatura di congelamento che non solidifica finché qualcosa non lo scuote e, d’improvviso, diventa ghiaccio.

Si mette dritto sulla sedia, e indica lo specchio: “Bel trucchetto, ma vi ho scoperti. Facciamola finita!”

Attende in silenzio. Ma non succede nulla.

“Siete completamente fuori strada! Io non c’entro niente. Sì, ho avuto dei diverbi col colonnello durante la leva, e trovarmelo come vicino non è stato piacevole. Ma ne ha fatti ammattire a migliaia di ragazzi. E poi sono passati secoli…”

La sua mano si allunga verso il getto d’aria del ventilatore mentre resta in attesa. Niente.

“Volete parlare della patch? Bene! Me la strappò lui dal petto il giorno del congedo. Diceva che il mio cognome era una vergogna per l’esercito. C’erano diversi testimoni. Si sarà tenuto quel pezzo di stoffa da allora, come trofeo. E chi l’ha ucciso l’avrà fatto saltare fuori rovistando in casa sua.”

Appoggia i gomiti sul tavolo continuando a fissare lo specchio.

“Non avete niente. Facciamola finita.”

Ma, di nuovo, nessuna risposta.

“Maledetti…” dice fra i denti.

Tre ore dopo, il caldo e la noia sono divenuti insopportabili.

Giovanni è seduto davanti al ventilatore: il fastidio dell’aria tiepida in faccia lo aiuta a non impazzire. Poi avverte un rumore secco e odore di plastica bruciata. La ventola si ferma.

Panico! L’uomo prova di tutto, ma non riesce a far ripartire il ventilatore.

Si alza in piedi e schianta una mano sul tavolo.

“Questa è tortura! Ci saranno cinquanta gradi qui dentro! Non ne posso più. Basta!”

Appoggia le mani alle ginocchia piegandosi in avanti. I pantaloni di lino stritolati nelle dita. Il respiro, sempre più rapido, si ferma di colpo. Dice piano: “E va bene. Avete vinto.”

Si mette dritto e, allargando le braccia, grida: “Sono stato io, va bene?! Quel maledetto mi ha tormentato, umiliato, picchiato. Comandi, signor Colonnello! A rapporto, signor Colonnello! Ero solo un ragazzo… nessuno mi aiutava. Quando l’ho rivisto nel mio condominio è tornato tutto a galla. Doveva pagare! Ho indossato la mia vecchia divisa, e ho bussato alla sua porta fingendo di volerlo perdonare. Gli ho spaccato la faccia. E poi l’ho strozzato con queste mani.” Le appoggia spalancate allo specchio. Gli occhi chiari invitano a guardarle. 

“La patch me l’ero ripresa di nascosto dal suo ufficio dopo il congedo, e doveva essere lì, sul mio petto, mentre moriva. Si sarà staccata mentre lo pestavo…”

Sposta la sedia dietro il tavolo e ci si butta sopra, esausto. “Forza, ora venitemi a prendere.”

La porta si apre. È l’ispettore.

“Ci scusi per l’attesa signor Fosco, ci sono state importanti novità riguardo al caso. Ora è libero di andare.”

“C… Cosa?”

L’uomo si allenta la cravatta con due dita. “Che afa qui dentro! Ah, di nuovo il ventilatore rotto… Comunque è stata chiarita la sua estraneità ai fatti e abbiamo il colpevole. Ha confessato.”

Giovanni resta immobile.

“Signor Fosco? Ha capito? Può andare.”

“Ma… non c’è nessuno di là?” risponde con un filo di voce, indicando la parete davanti a sé.

“Di là?” L’ispettore guarda il vetro interdetto, poi capisce e scoppia a ridere. “No, no. Quello è un normale specchio. Non siamo mica in un film americano. Adesso, se mi vuole scusare… Le auguro buona giornata.” Gli sorride ed esce dalla stanza.

Giovanni si alza con le gambe tremanti. Come il tocco di dita altrui, il sudore gli corre giù per la schiena. Fissa i propri occhi nel riflesso, e poi lascia la stanza.

Un racconto di Massimo Geloni

Illustrazione di Marco Pellino

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