Mi chiamo Michele Merda. Hai capito bene. Merda. Non Medda o Merca, non c’è nessun refuso, no, proprio Merda, come cacca, escremento, sterco, continuo?
Ti starai sicuramente chiedendo come sarebbe stata la tua vita se tu fossi stato Giacomo, Patrizia, Manuel (o come ti chiami) Merda, vero? Te lo dico io come sarebbe stata.
Ti saresti accorto subito, diciamo intorno ai tre anni, di avere qualcosa di strano. Sei all’asilo, e da una parte le maestre rimproverano i bambini che a caso ripetono merda! (no, tesoro, è una parolaccia), dall’altra correggono te perché dici Michele Meda (no, tesoro, si dice Merda).
Poi dagli il tempo di crescere qualche anno, e quei bambini diventano adolescenti insolenti e spietati che ti riempiono di canzonature (nemmeno troppo originali), sei una merda, Merda! Arriva la merda, senti che puzza di…va bè, hai capito. Allora tu ti preoccuperesti di spiegare che è solo una parola, che non significa niente, e ripeteresti quello che ti ha suggerito tuo padre, quante storie, Merda sono 5 lettere una dietro l’altra, proprio come Rossi: che c’è di strano? E sai che ti rispondono quelli? Sono 5 lettere una dietro l’altra, ma si leggono merda! E vai di risate.
Allora ti renderesti conto che non sei Michele, ma sempre e solo Merda.
E adesso magari stai pensando, ma perché non hai cambiato cognome, una piccola modifica e sei un’altra persona. Eh, ma io non voglio essere un’altra persona: mio padre era un Merda, mio nonno era un Merda. E mica hanno cambiato cognome. Mio nonno diceva che durante la guerra la gente aveva altra merda a cui pensare, e mio padre sgobbava in fabbrica e di tempo per pensare a merda e Merda non ne aveva.
Quindi, sai che ho fatto? Ho pensato che il rispetto me lo sarei guadagnato.
E cosí dopo aver buttato sangue sui libri per anni, e dopo aver subito lo scherno dei compagni di corso e l’ilaritá dei professori ad ogni appello d’esame, mi sono laureato in Medicina. Il primo laureato in famiglia. Sono diventato chirurgo. E pure bravo, tanto che da assistente del Prof. Calindri, in due anni sono diventato Prof. Merda. Tu mi dirai, complimenti, caspita che soddisfazione. No invece! Finché ero l’assistente del Prof. Calindri, nessuno badava al mio nome: ero l’assistente del Prof. Calindri, quello alto con gli occhiali: è giovane, ma bravissimo. C’era la fila allo studio del Prof. Calindri, perché volevano tutti essere operati dall’assistente del Prof. Calindri. Quando sono diventato Prof. Merda, finito, nicht, nada: scomparsi tutti i pazienti: la gente diceva io non mi faccio toccare dalle mani di Merda.
Avevo pure una ragazza a quei tempi, Cristina. Ci amavamo ed eravamo felici. Poi un giorno mi dice voglio una famiglia. Bene, faccio io, sono pronto. Mi metto in ginocchio e dico: vuoi sposarmi? Lei si mette a piangere, allora io penso che sia perché mi sono inginocchiato senza anello, e le dico guarda che usciamo da qui e te ne compro due di anelli. E lei, singhiozzando mi fa è finita, Michele, non posso mica diventare la signora Cristina Chiappa, in Merda.
Ho passato un periodo di merda, passami la battuta. La mia vita era davvero segnata dal mio nome.
Poi è morto mio padre, sono rimasto il solo Merda sul pianeta e ho capito che c’era un altro modo per farmi rispettare. Ho cominciato a picchiare chiunque mi sfottesse. Picchiare forte, eh, picchiare da mandarli al pronto soccorso, uno pure al camposanto. E finalmente è arrivato il rispetto. E la galera. In galera tutti sanno perché sei dentro. Mi rispettano e mi chiamano Dr. M. Faccio il volontario in infermeria. Ti dico la veritá, lavoro non pagato al posto del medico titolare, ma mi sta bene. Faccio quello che so fare, circondato da gente per cui il mio nome è l’ultimo dei problemi.
Ci sono stati periodi in cui scontata la pena, mi toccava uscire. Ma mi bastava presentarmi in qualche sportello pubblico, farmi chiamare all’appello, e giù botte che mi riportavano dentro. Adesso non faccio più nemmeno la fatica di mettere piede fuori: massacro di botte il secondino quando viene a dirmi: oggi vai a casa, Merda.
Un racconto di Luigia Brandimarte


Complimenti per questo fantasmagorico racconto, si legge bene seduti comodamente sopra un wc. Scherzi a parte, mi sono divertito, sei brava avanti con il prossimo lavoro e arrivederci.