Martin deve aspettare dentro il cesso chimico. Il Toi Toi biancoazzurro di Böhmischer Platz. Gli hanno detto di farcisi trovare a mezzanotte con due bonze. Una bonza è arancione e l’altra è verde. Ha cercato su internet un negozio dove le vendessero. Deve aspettare dentro al Toi Toi biancoazzurro di Böhmischer Platz che Esel e Bako vengano a prenderlo. Hanno detto che se si fa trovare lì dentro a mezzanotte con due bonze e non fa la femminuccia lo portano a pittare. L’odore è come un fazzoletto intinto nell’aceto e infilato in entrambe le narici. È accecante. Esel e Bako fanno parte di una crew. La crew si chiama BCT, acronimo di Bad Cuntz. Al loro arrivo, i BCT faranno un saluto segreto sulla porta del Toi Toi. Martin dovrà rispondere dall’interno. A quel punto si saranno identificati. I BCT sono in ritardo. Esel ha parlato solo di una tag, tanto per cominciare, ma a Martin sembra strano perché gli hanno chiesto di portare due bonze e per fare una tag ne basta una. Magari gli chiederanno di dare una mano con l’outline. Non gli lasceranno fare un flop, questo è poco ma sicuro. Martin è accovacciato sul ripiano del water, le scarpe ai due lati del buco. Si è strappato l’orlo dei jeans calandosi dalla finestra per sgattaiolare fuori casa senza che sua madre lo sentisse. Si sente un po’ in colpa. Lo sa che questa è l’età giusta per odiare i genitori ma sua madre è una a posto. Sono mesi che guarda i video delle crew di writers su YouTube. Sono mesi che guarda i BCT fuori dalla finestra di camera sua, la stessa da cui si è calato stanotte. Sua madre ogni tanto non riesce a dormire; versa un po’ di rum in un bicchiere di latte e vaga per le stanze. Martin, accovacciato sul cesso, prega che questa non sia una di quelle notti. L’odore è così pieno che gli entra nella gola, un corpo viscido che si fa strada tra le labbra chiuse. Sulla parete di plastica davanti a lui, oltre alla leva per chiudere la porta, c’è uno specchio di un materiale che Martin non saprebbe definire. Non è un vero specchio. È più come guardare il proprio riflesso sul fondo di una teglia di alluminio. Da qualche parte Martin ha letto che quando annusiamo gli odori è perché minuscole particelle di materia si staccano dal corpo principale e fluttuano nell’aria finché non entrano nelle narici. Martin guarda i resti di merda oltre il buco del cesso chimico e prega che non sia così, che non ci siano delle particelle altrui che gli fluttuano nelle narici. Ripassa il codice segreto sulla coscia: cinque colpi di nocche, i tre centrali ravvicinati e il primo e l’ultimo con più respiro: tah tatata tah. Ha giurato che non avrebbe aperto la porta prima del codice segreto per nessun motivo. Quando è arrivato, la piazza era vuota. Aveva appena smesso di piovere, le luci dei lampioni si riflettevano giallognole sui marciapiedi. Gli fa ridere pensare che il cesso chimico si chiami Toi Toi e che “toy” in gergo writer voglia dire sfigato. È ancora accovacciato che aspetta quando finalmente sente un rumore di passi. Le suole di gomma sul cemento bagnato suonano come un bambino che mastica con la bocca aperta. Martin balza in piedi. La notte prima ha fatto un incubo dove avevano iniziato a pittare un vagone, ma poi arrivavano i controllori e c’era un inseguimento e loro scappavano e un controllore inciampava e cadeva e perdeva conoscenza. Quando giravano il corpo supino, veniva fuori che era sua madre. Stava sanguinando. Si era svegliato urlando e sua madre, senza sangue, era entrata nella sua stanza con un bicchiere di latte. Il rumore dei passi s’interrompe e c’è lo sfregamento di giacche a vento. Il cuore di Martin batte forte. Il bicchiere di latte, in ogni caso, non era per lui. Non succede niente. Gli viene il dubbio che non siano loro. Il pensiero lo spaventa. Strizza gli occhi e prega. C’è il rumore flebile di un clic. Non sa come, né a chi, ma prega.
Tah. Sono loro!
Tatata.
Tiene il pugno alzato, pronto ad attaccare.
L’ultimo tah.
La sua risposta è immediata e precisa.
“Martin!” esclama Bako, e poi ride. Anche Martin ride. Tutti ridono. Martin cerca di aprire la serratura, ma qualcosa blocca l’ingranaggio.
“Ragazzi!” chiama Martin. Dà una scossa di polso alla serratura, niente. Loro ancora ridono. Poi qualcosa colpisce il lato destro del Toi Toi. Martin viene scaraventato a sinistra. Neanche il tempo di rimettersi in piedi che il Toi Toi viene colpito ancora. Cade di nuovo, questa volta per sempre. La luce al neon della toilette sfarfalla. Martin ha una gamba bagnata. All’esterno, di nuovo, il rumore del bambino che mastica a bocca aperta. Il bagnato che sentiva sulla gamba si sta espandendo su tutto il corpo. Qualcosa gli scivola sotto la felpa e gli tocca la pancia. Cerca di non far andare il cervello al ricordo di ciò che ha visto giù per il buco. Martin è disteso in un Toi Toi ribaltato. Il Toi Toi biancoazzurro di Böhmischer Platz. Nel riflesso dello specchio vede la sua faccia deformata che galleggia nella merda d’altri. Che toy.
Un racconto di Linda Farata

