Vittoria

Anche oggi mi sono fermato davanti al tabellone della stazione. Ho guardato uno ad uno i codici dei treni, le destinazioni e gli orari delle partenze tranne gli arrivi (sai, tanto tutte le strade portano a Roma): Napoli 17:20; Milano 17:21; Civitavecchia 17:22; Albano Laziale 17:22. Una voce maschile mi ricorda di guardarmi attorno: girano di nuovo i borseggiatori tra le banchine.

Mi ritrovo a fianco una signora sui quarant’anni, che mi guarda con addosso un maglione sfilacciato e un cartone di Tavernello in mano. Gli occhi gonfi, la bocca contratta; in mezzo alle sopracciglia fisso i segni di una stella scarabocchiata dalle dita divertite di un angelo annoiato. Con la punta al contrario avrebbe invece onorato il nome di Lucifero.

Scusa caro, non ti volevo sporcare. Sulla manica porto ora i contorni di una macchia rossa di vino. Più la guardo e più ci rivedo il rossetto che usava Vittoria per uscire con qualcuna delle sue amiche.

Signora, lasci stare, non si deve preoccupare. Sono cose che capitano. Anche a Vittoria capitava di rovesciarmi la tazzina di caffè quando era arrabbiata o di calpestarmi le scarpe appena lavate perché sai, stanno sempre in mezzo al cazzo. Capitava anche a me di dimenticare qualche bottiglia di bianco sul divano e la penna sopra al mio testamento spirituale (non l’ho ancora firmato). Lei ha mai scritto qualcosa? (Va bene anche la lista della spesa). A me capita di scrivere tra un bicchiere e un altro. Ho ancora in tasca qualche poesia buttata giù di getto e nelle orecchie la partenza per Albano Laziale. Forse un giorno troverai anche questi versi nel cestino della raccolta differenziata: almeno la carta qualcuno la ricicla; l’amore no.

Meglio non bere mi diceva sempre mia madre, ma sai com’è, chi è che da retta ai genitori, soprattutto alle donne? Non lo so signora; Vittoria nemmeno dava retta a sua madre o a suo padre; non dava retta manco al nonno o al vicino (a dire il vero nemmeno a me). Forse una volta ha ascoltato giusto Lucrezia, ma a dire il vero non me l’ha più nominata da quella serata passata alterata in discoteca.

Ma tu ci pensi mai quanto sia bello bere? Io bevo dalla mattina alla sera. Mi addormento ubriaca e mi sveglio che sto già brilla. Io però non ho colpe; bevo solo perché così poi mi calmo.  Tu lo capisci che io sono arrabbiata con me, con te, col mondo? È una rabbia che mi mangia da dentro. Tu lo capisci, vero?

Sì, signora, io la capisco. Ogni volta che entro in questa stazione mi sento come lei. Vittoria anche me lo chiedeva di continuo. Capisci perché io non voglio tipi come te? Certo Vittoria capisco che volevi solo un gelato quella sera, ma io non ne avevo voglia. Sono più tipo da birra e kebab. Poi hai dato la colpa a quella macchia verdastra sui tuoi leggings grigi. Sei uno stronzo hai urlato. Poi un rumore di vetri e una porta sbattuta. I fogli accartocciati sul pavimento e un telefono che squilla invano. Non leggerò mai più nessuna delle tue stronzate mi hai scritto in maiuscolo in una delle tue e-mail con oggetto IMPORTANTE. Perdonami se l’ho spostata nel cestino. Ma poi dimmi com’era il mare? Ti sei divertita? Carola, se non sbaglio, è simpaticissima, vero? Spero che ti sia rilassata a Mykonos tra una pillola e un’altra; io a Ostia ho trovato solo un telo pieno di sabbia e qualche bambino viziato.

Vuoi un po’ di vino?

No signora, grazie, per oggi ho dato. 

Come vuoi, tanto sai dove trovarmi.

Certo signora anche lei. Sa a Termini scendo sempre, altrimenti il cambio non lo potrei fare. Mi piace passare per di qua e chiacchierare con chi mi capita a tiro. So che a te non è mai piaciuto venire con me. Io te l’ho detto mille volte che tra i tossici non ci voglio stare; per me Termini è una merda. Cor cazzo che pijo er treno per te. Vittoria, lo capisco, però perdonami, non fare la romana. L’accento non ce l’hai e manco l’incazzatura. Se fai quel broncio mica diventi una pischella della Tuscolana. Mia madre aveva ragione: moglie e buoi dei paesi tuoi e sta attento a dove metti i piedi! Quando siamo usciti ho visto stampato sul suo volto il pronunciamento escatologico per il nostro futuro: prossima volta, magari, guarda bene per terra. Sì, mamma, tanto abbiamo la lavatrice, scusa la puzza.

Va bene, allora vado. Ciao.

Buona serata signora, ci becchiamo allora. Domani no però: forse vado al lago.

Un racconto di Vladut Barbieru

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