I giorni al mattatoio

La scuola è un mattatoio: Menti giovani trasformate in automi. Non mi sono mai sentito uno di loro. Il primo giorno piansi. Mi lasciarono lì, urlai senza fare rumore, e forse sparii. La mia condanna me la scelsi da solo: meglio morto che visto. Ma l’invisibilità finì, e con essa arrivarono le botte. Mi picchiavano senza motivo. Sperimentavano su di me come scienziati del dolore. Dodici calci nello stomaco per sputare sangue. Ve lo dico per esperienza. Il capo del gruppo, grasso come una montagna, mi portava spesso nel bagno. Era gay, ma non l’avrebbe mai ammesso. Baciava, mordendomi il collo con violenza. Voleva sottomettermi. Non ci riuscì mai, e questo lo faceva infuriare. Aumentava sempre più la violenza inferta. Io dal mio canto pregavo: che morisse d’infarto come il nonno. Il suo grasso l’avrebbe inghiottito dall’interno prima o poi, e io continuavo a sperare. Dio, però, restava in silenzio. Si presentava a scuola con nuovi lividi, regali di un padre alcolizzato e di una madre che, tra pianti e botte, usava la cintura del marito per affilarlo ancora di più. Nel bagno di casa, il sangue sporcava il pavimento polveroso, mentre il grasso assorbiva il dolore. Diventava viola, e le sue urla riempivano le pareti. Forse voleva imprimere il suo tormento sulla pelle di qualcun altro. Portava sempre con sé un coltello a serramanico. Mi minacciava: “Un giorno ti ucciderò, ti farò sguazzare nel tuo stesso sangue, finocchio.” Sentivo l’odore di scotch scadente mentre cercava di baciarmi, ma davanti agli altri era diverso. La maschera perfetta. Cambiò città verso la fine del semestre. Lo rividi solo sulle prime pagine di un giornale locale:

“Tentata rapina a Salerno: arrestato quattordicenne.”

Era lui. Occhi scavati, naso suino, labbra screpolate, capelli unti; l’aspetto del Diavolo non si dimentica. Provai sollievo. Ora qualcun altro gli avrebbe dato le attenzioni che meritava. In prigione si sarebbe sentito a casa. Dopo anni ritornai nella mia vecchia scuola. Identica. Gli stessi muri ammuffiti, lo stesso odore di disinfettante misto alla paura. Anche il bagno era uguale. Sulle pareti, frasi oscene: “Frocio di merda,” “Sei stato una buona troia?” La scuola non era altro che una preparazione per la società. Stessi metodi, stesse vittime. Io avevo paura di cambiare, paura di respirare. “Non parlarne con nessuno. Passerà.” Ma non passò mai. Mi porto dentro le cicatrici, ma, a modo mio, sono sopravvissuto. “Un fiore può crescere anche da un terreno marcio e sbocciare in un’oscurità totale” mi ripetevo. Era un mantra, una speranza. Ho sempre visto le prigioni come rifugi dalle avversità del mondo. Dentro quelle mura c’era una fratellanza differente, lontana dalla massa di cadaveri ambulanti che infestavano le strade delle città, diretti verso uffici grigi, dove persino il sole si vergognava di entrare. Quelli erano luoghi dimenticati dall’umanità, popolati da individui pronti a vendersi l’anima per un aumento. Ripugnante. Io non ero come loro. Piuttosto che vivere così, avrei preferito morire. Criminali, terroristi, politici, femministe, poeti: tutti poveri diavoli che avevano avuto almeno il coraggio di andare controcorrente. Li ammiravo. Creavano una nuova massa, certo, ma almeno avevano osato. Omicidi, droga, vandalismo, niente di tutto questo mi spaventava. Mi terrorizzava di più la gente che idolatrava cartelloni pubblicitari, la TV con cinquecento canali e quei nomi sulle mutande che indossavano. L’abisso bussava alla porta e loro preparavano la limonata. Mascheravano la realtà, ma se conoscevi l’oscurità, vedevi il mondo per quello che era: marcio. Oggi, i ricordi si dissolvono e anche se la scuola è un ricordo lontano, la rammento con un sorriso. Amaro.

Un racconto di Alfredo Santoro

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