Possiamo fare una cosa folle tipo che mi ricopro di argilla e vado in giro come una lumaca perché non so dov’è casa mia e me la porto addosso sulla schiena?
Possiamo fare così, che non so dov’è casa mia e me la porto addosso sulla schiena.
Possiamo fare che viaggio solo per incontrare le persone di cui vedo una bella faccia e poi mi rimangono impresse dentro, solo le persone con cui una volta ho bevuto un bicchiere di vino, una volta mi sono smessaggiata su instagram, una volta ho flirtato sulla metropolitana. Le persone che mi hanno scritto una poesia, a cui io ho scritto una mail. Millennial flâneuse. E poi ritorno in giro, prendo treni assurdi, treni insidiosi con libri da leggere e tanto da scrivere e anche nel mio essere vestita d’argilla ho un certo stile, di quelli che le persone ti fermano per farti la foto e, anche, sono bella – ma quello è già così, è già proprio l’unica cosa che è così, dunque chissenefrega. C h i s s e n e f r e g a .
***
AGOSTO
Ti penso.
Sbagliatamente.
Ti penso ubriacatamente.
Nella galleria del cellulare messaggio registrato per un etere senza volto – o meglio, volto ben presente nella mia testa, ma di fatto, messaggio che non incontrerà mai il suo destinatario ideale/ sperato/ immaginato/ fantasticato/ ricordato/ costruito nella mente. Desiderato.
Questo bisogno di espressione violenta esce mio malgrado, e l’unica soluzione è registrarlo mentre cammino come se veramente ti stessi parlando, ma non posso.
Mi devo ingannare.
Devo darmi delle scadenze brevi. Del tipo, vediamo tra una settimana se ti penso ancora, e se ti penso ancora così intensamente che mi strapperei i capelli dalla voglia che ho di vederti allora –
O no, poi se lo dico ad alta voce diventa una cosa vera e devo contare i numeri da oggi, poi se lo registro diventa una cosa seria allora –
Diciamo che: Se tra un quanto basta di soli che sorgono, che però sia anche tendenzialmente prima della prossima luna / Se ti penso ancora così, allora prendo provvedimenti. Organizzo un incontro indubitatamente casuale, mando un piccione viaggiatore, una civetta, uno scarabeo. Mando un messaggio in questo mondo im-palpabile in-sondabile etere. Se ti penso così dolorosamente tra 15 soli e mezzo, allora prendo provvedimenti seri. E parlo con la psicologa.
//
Perché tu hai la faccia di questo agitamento interiore, così intenso solo perché non ha niente a che fare col reale.
Noi non ci vediamo da un mese.
Questo che cosa vuol dire? Nient’altro che quello che vuol dire: che ho voglia di guardarti in faccia, penso alla tua faccia, che poi che parola cacofonica, tutta accartocciata, che mi fa venire in mente la smorfia di qualcuno che ha appena assaggiato del succo di limone. Limone, che poi, che parola appuntita, mi fa venire in mente i peletti delle spighe di grano che si infilano dappertutto. Come il pensiero di te.
Mi sono affezionato alla tua faccia, come canta Telespalla Bob mentre cerca di accoltellare Bart Simpson.
***
SETTEMBRE
Ti invoco.
Questa notte ho sognato che finalmente ti rivedevo.
Riconoscevo tutti i dettagli di cui in questi mesi mi sono affamata: gli occhi blu, i capelli lunghi. Ma il sorriso, il sorriso più di tutto, più ancora di tutto la risata, che è davvero un’onda qualcosa di vibrante di caldo come vasca con le bolle, come andare dai quei parrucchieri che mentre ti lavano i capelli hanno la poltrona che tira su le gambe, che si scalda e pure ti massaggia le lombari.
Vado su fb a sbirciare le tue vecchie foto – non posti dal 2015.
Se ti rivedessi sarebbe meglio o peggio? Già lo so.
Ti ho scritto una poesia, una poesia d’amore. Te l’avevo detto no, quella sera sul balcone, in quel nanosecondo in cui eravamo solo noi due fuori e gli altri dentro a bere.
– Ti ho scritto una poesia.
– Ah.
– Già.
Fine del discorso, grazie e arrivederci a mai più.
Se ti mandassi la poesia che ti ho scritto, sarebbe meglio o peggio? Già lo so.
Non sarebbe niente, non cambierebbe molto, solo tu sapresti che ancora ti penso e io saprei che tu lo sai che ancora ti penso. E che comunque andiamo avanti con le nostre cose, con la nostra vita, come tu hai detto.
Who said that time heals all wounds / It would be better to say that time heals everything except wounds… If the desiring body has already ceased to exist for the other / Then what remains is a wound, disembodied.
(Chris Marker, Sans Soleil. 1983.)
***
OTTOBRE
And so, like everything unresolved, this experience enters the realms of fiction dot dot dot
Invio miriadi di messaggi all’Universo, come se potesse davvero rispondermi o essere la mia bestia e aiutarmi.
Come quando in quinta liceo passeggiavo per i corridoi all’intervallo e chiedevo alla Moni di venire con me al terzo piano per vedere Tizi della 5°C scientifico.
Credo che l’Universo sia come la Moni e mi accompagni a braccetto per i corridoi del terzo piano, se glielo chiedo, per incontrarti.
Ancora non è capitato.
Giro per le strade della città in adrenalina.
Non so dove potresti essere, perché dovresti essere qui proprio ora che ci sono anche io, se so che non c’è più niente a legarti a questo posto.
Non so dove potresti essere, e ti aspetto ovunque.
Da ogni via, ogni angolo, potresti spuntare all’improvviso e vedermi mentre cammino di corsa, in stato perenne di attesa e desiderio.
starving longing craving
Mi sono masturbata, quante volte, stamattina? Era un continuo. Quattro, forse cinque. Andavo su YouPorn e mi bastavano le preview a farmi bagnare, mi bastava cliccarci sopra e vedere qualche secondo di tette fighe leccate cazzi in bocca, poi tornavo a leggere, a scrivere qualche parola. E poi mi tornava questa voglia di annichilirmi e venire. Voglia di ciechi orgasmi, di mandare fuori dal mio corpo tutta questa energia tutta questa
Libidine.
Letto porno venire.
Leggere porno venire.
//
Ho ritrovato nella tasca della giacca che mettevo ogni sabato a settembre un tovagliolo accartocciato con febbrile annotazione a penna verde:
“Quanto vorrei che tu varcassi quella soglia
Adesso! Io t’invoco
Quanto vorrei che attraversassi
I chilometri sconosciuti
E comparissi qui adesso davanti ai miei occhi
Angelo di fuoco, t’invoco!
Le conseguenze del tuo manifestarti saranno
tremende, non oso immaginarle.
I’m craving
Per la tua presenza – dove sei?
Non ti posso cercare, mi è proibito
Posso fare un rito magico, supplicare l’Universo –”
***
NOVEMBRE
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*ci incontriamo alla piazza con la fontana
ti aspetto alle 15
quando girerò il viso due volte verso il fruttivendolo e una volta verso la panchina con i cazzi disegnati in Uniposca
farò un salto sul piede piatto
e alzerò le braccia in aria
allora apparirai
***
DICEMBRE
Diciamo che ho provato ad invocarti in vari modi, in vari modi immagino che noi possiamo incontrarci per caso. Adesso, comunque, lo desidero meno di prima.
Le mie amiche forse non hanno passioni così distruttive. Solo quelle più intelligenti, in qualche modo, mettono l’anima a repentaglio, gettandola oltre il bordo di burroni – io dico anima, ma la mia neanche ha più un intero: brandelli horcrux, ognuno speso per un’invocazione, ognuno immolato per farti apparire in qualche luogo probabilepapabile vicino alla tua università, sulla metro, nella tua città natale, in centro, in stazione, al binario. Questi sono i dove in cui penso che tu possa vivere, in cui le tue particelle suppongo che possano raggrumarsi e darti forma, oppure magnetizzarti dove sono io. Che magari era un attimo fa e se avessi alzato lo sguardo (dal computer) ti avrei visto.
Una volta sola ho creduto di trovarti: in treno, appunto. Capelli biondi lunghi lisci, coda bassa, bello alto, occhiali. Forse non abbastanza alto, ma fino alla fine ho avuto il cuore in gola, come se potesse essere che tu/ che tu/ che tu/ ti saresti voltato e mi avresti – La voce registrata incomprensibile di Trenitalia si scusa per i 5 minuti di ritardo. Bip bip di porte. Qualcuno fuma fuori, qualcuno sale e si siede.
Quando ho desideri così forti, si spalancano voragini. La mia pelle diventa portale di buchi neri che tutto richiamano a sé e tutti vorrei ingurgitare: uomini, cazzi, talvolta ragazze particolarmente formose, ma perché ho un debole per Elettra Lamborghini e, più in generale, per il trash italiano. Non sono lesbica, credo. Purtroppo. Vorrei essere bisex. Per avere qualcosa di interessante da dire sulla mia sessualità, per non essere conforme, boring-eterosessuale-cisgender-normopeso-bianca a scrivere di struggimenti da Before Sunrise che oramai è proprio una cosa anni 90, di quando l’amore tossico era il pacchetto standard, si diceva che Bridget Jones fosse una grassona e non esisteva la cancel culture.
Ecco, la carrozza del treno si è riempita di sconosciuti. Cappotti e zaini che si sfregano e scontrano, respiri affannosi di studenti che per un pelo ce l’hanno fatta, oh zio, a prendere sto scassone di treno regionale-pendolare. Un mare di gente che fa la stessa tratta ogni sera, ogni venerdì, ogni inizio vacanze. Come me e, speravo, te. Speravo che scrivendo, così, con pc & cuffie grandialienerosacromate & cappotto rosso, credevo sarebbe stata un’immagine che davvero avrei voluto darti di me stessa. Che sarebbe stata in linea con il fascino che esercitavo su di te, credo. L’immagine di donna artista, elegantemente eccentrica, intellettual-popolare. Roba da “su un altro pianeta, ma comunque alla mano”.
Guardo continuamente fuori dal finestrino. Banchina grigia, strisce gialle, vetrate luride. Magari nevica. Magari passi. Magari poi attraverso proprio nella via in cui abiti mentre scendi a fare la spesa.
Col pretesto di scrivere un alto racconto su dei musicisti conosciuti una sera a Camden computer e zaino incastrato tra le gambe, alzo lo sguardo. Nessuna persona anziana da far sedere nel corridoio, e! Vedo ragazzo alto, capelli biondi, lunghi – non abbastanza biondi forse, non abbastanza lunghi – pantaloni a cavallo basso – troppo basso forse –
Il treno sobbalza come mio zio dopo il pranzo di Natale, quando cerca di alzarsi per andare a fumare, ma la pancia è troppo pesante e prende qualche rincorsa, e uno e due e alla fine ce la fa. Treno-zio sbuffa e le persone galleggiano come alghe sul fondale coprendo per un attimo capelli biondi lunghi, ma forse non abbastanza biondi né abbastanza lunghi; tossisce lo zio in rincorsa e ondeggiano le alghe persone pendolari, intravedo pantaloni a cavallo basso, ma forse troppo basso, la marea di alghe nasconde la perla rara, l’ostrica che luccica piena di promesse, ma lo zio pesante che ce l’ha fatta si è alzato e oramai il treno è partito, le dita restano sospese sulla tastiera, la flora marina si stabilizza rivela la perla che si gira di profilo e…
Nessun desiderio avverato.
Le volte che ho desiderato che apparissi e non è successo! Quando, dimmi quando quando quando, che cosa devo fare? Ballare nuda sotto la luna piena? Lo faccio. Mangiarmi un lombrico vivo? Lo faccio. Tingermi di verde i capelli? Lo faccio.
Pretesto di scrivere un racconto che non scrivo, per scrivere che spero che tu salga sul treno e mi veda così che scrivo e poterti dire che in realtà stavo scrivendo di te, della tua apparizione e che, anzi io! Io infatti ho fatto in modo che tu prendessi questo treno tra tutti i treni, che salissi su questo vagone tra tutti i vagoni per passare insieme questa ora a parlare e, magari anche dopo, magari anche per sempre a scappare. Dico scappare, fuggire dal mondo per rifugiarci nel sorriso io tuo, tuo mio. Tua risata, tuoi occhi, tuo viso bello, tue mani, tuo cazzo che desidero da quella notte in cui non avevamo il preservativo e allora non si è fatto nulla. Perché io sono anche brava, prima di tutto la protezione, e tu che non ne hai mai bisogno, hai detto, qualcosa del genere, ma nel sentiero buio di montagna il tuo cazzo era già fuori dai pantaloni, l’ho sentito bene tra le chiappe, per un momento, caldo, duro, grosso. L’ho sentito ma non volevo poi fare molto altro: prendertelo in bocca troppo intimo, mi pare. Solo scopare volevamo, ma non si poteva e allora ci eravamo capiti male, hai detto. Io ti ho fermato, ho detto senza no, non si può.
Però un attimo, ho detto io, forse ce l’ho nel portafoglio, giravo sempre con un preservativo nel portafoglio. Allora sono andata in stanza, tutti dormivano, tutti dormivano, ho cercato nello zaino il portafoglio, nel portafoglio il preservativo, ma non c’era, non c’era! Ricordo: prima di partire mi ero detta, ma che me ne faccio, ma a che mi serve, e l’avevo lasciato a casa. Tu hai detto, Se ce l’hai sei una… sei una… davvero una… vipera, hai detto? Mantide religiosa, hai detto? Qualche cosa di verde e non rassicurante, hai detto. E io mi sentivo candida, così candida. Io non avrei fatto nulla se tu non mi avessi baciato, se tu non l’avessi fatto io non avrei fatto nulla, lo giuro, solo starti vicino. Sì, mi sarei limitata a parlare, ridere, flirtare, come facevamo in quei giorni in cucina. Ogni tanto per sbaglio sfiorarsi qualche parte del corpo e rimanere incollati. Come bruciati, con la pelle ustionata staccata dal proprio arto e rimasta appiccicata al corpo tuo, dell’altro. Terzo grado. Ustionata dalla tua mano che mi tocca per aiutarmi a scendere da un muretto buio. Mi dai la mano. Di solito non l’avrei presa, avrei detto ce la faccio, che sono una vera femminista, ma quella volta l’ho presa e nel buio ci siamo tenuti la mano in silenzio qualche secondo in più del normale. Che poteva essere un caso, uno sbaglio, ma non lo era. E quel contatto mi è sembrato che durasse un giorno intero, un’intera era geologica. Poi le voci dei bambini e come un soffio di vento si sono staccate le mani, con una carezza lunga sfilate, sono scivolate via l’una dall’altra e con l’ultima falange del dito più lungo che cerca di stare attaccata, come se fosse questione di cadere nel dimenticatoio, come se fosse mai più eppure un errore.
Che fino alla fine io non ero certa, solo speravo, sentivo, sentivo che anche tu, forse, volevi rimanere a parlare con noi, con me, in cucina a ridere, ad aiutarci con i vassoi, a tagliare il pane, a scolare la pasta, ad asciugare le posate. Noi non avevamo bisogno e tu eri così spesso in cucina con noi. Con me.
Quando stavamo giocando e tu mi hai segnato le guance di blu, la squadra opposta alla tua. Allora anche lì poteva essere un caso, poteva essere uno sbaglio, una fantasia mia, un’impressione, il caldo estivo, uno svarione. La precisione con cui hai disegnato due righe sulle mie guance con le dita, come se fosse una carezza, un tocco che altrimenti non poteva essere, esistere. Un tocco che, se ci penso adesso, mi bagno e allago questo treno regionale pendolare che nel frattempo si è infarcito di gente e affogo la bambina giapponese seduta qui di fianco. Che bestia strana, questa esserina vestita di rosa dalla testa ai piedi, con cappellino di vimini color maialino accessoriato di occhi e orecchiette mobili, con in una mano bottiglietta di succo chimico di fragola fotonica e nell’altra un bastone con testa di coniglietto Hello Kitty e in piedi vicino a lei una donna incinta con…
Donna incinta. Chiudo il PC, lo metto nello zaino, mi alzo.
Le lascio il posto, mi sfilo dai sedili. Con zaino tra le gambe in piedi nel corridoio del vagone, con gomiti stretti ed estremità di sconosciuti schiacciati addosso, prendo il telefono, apro le note e scrivo:
“Mi sono alzata come sacrificio. Ho lasciato il posto alla madre della bambina giapponese. Non perché fosse incinta, ma perché ho pensato sacrifico la mia comodità per vederti salire a questa fermata o anche arrivata a destinazione. Mi sacrifico e pretendo di vederti. Ora.”
Mi guardo intorno.
Non ha funzionato.
E anche questa volta la flora submarina del vagone pullula di alghe basse, pesci non abbastanza biondi con pantaloni troppo hip hop. E anche questa volta l’Universo era a un altro piano, a portare a braccetto un’altra amica. Metto via la polvere magica dei miei incantesimi. Apro un libro e mi rifugio in un’altra fantasia.
…
La voce registrata incomprensibile di Trenitalia mi dice che è l’ennesima fermata. Bip bip di porte. Qualcuno mi spinge per scendere, qualcuno per salire. Raccatto lo zaino da terra, faccio spazio a un uomo scapigliato con uno zaino arancione e mi faccio sardina contro il sedile, alzo gli occhi dal libro. E vedo. Capelli biondi abbastanza, lunghi abbastanza. Alto abbastanza, fa passare una persona-alga giù dai gradini tra il piano alto e il piano basso del vagone. Semplice abbastanza si siede a terra, interessante abbastanza ha un libro in mano e si rimette a leggere.
Il mio cuore si ferma.
La magia ha funzionato, il sacrificio ha funzionato! Me lo trovo davanti come avevo sognato. L’organo tamburo riprende vita d’improvviso, scariche elettriche ovattate come onde fucsia che dal cuore riverberano fino al cervello. Mi sento la faccia in fiamme. Lo fisso. Prendo lo zaino, faccio due passi verso di lui, sfrutto la gente che si sposta, che si avvicina alla porta. Perché potrebbe essere che mi stia spostando per far passare loro, solo per una necessità altra, alta. Comincia a colarmi il naso in modo incontrollabile. Sono a due metri da lui, il treno pieno, legge, non toglie gli occhi dal libro. Lo fisso. C’è un ragazzo di fianco a lui che mi ha sgamata in pieno, devo avere un’espressione sconvolta, evidentemente ridicola, allucinata. M fermo. Gli volto la schiena, mi soffio il naso. Mi controllo la faccia con la telecamera interna del telefono, lo metto in tasca, riprendo il libro. Penso che forse non gli vado nemmeno a parlare. Mi basta che la magia abbia funzionato, mi basta sapere che l’Universo mi ha ascoltata. E poi, che dovrei dirgli? Non lo so, adesso non mi viene in mente niente. Solo che potrei indietreggiare di tre passi e sparire tra la gente. Solo che mi sembra un miraggio anche questa volta e forse uno esprime i desideri e poi quando si avverano non sa più che farci. Solo che ho le gambe molli come budini. Apro il libro. Fingo di leggere una pagina, due righe, il titolo, mi abbasso le cuffie, prendo lo zaino da terra, faccio un passo verso di lui. Il ragazzo in piedi mi sorride, ha capito tutto, ha capito. Sono ancora indecisa, posso ancora scegliere di non parlargli, di non farmi scoprire, solo guardarlo, solo sapere che esiste, che è successo quello che prego da mesi, che la magia ha funzionato. Non penso più, faccio tre passi. Il mio piede è a un centimetro dal suo piede Potrei toccargli una spalla, dire qualcosa o rimanere immobile a guardare la sua testa bionda piegata sul libro. Lui è seduto per terra sotto la mia mano, io in piedi incapace di emettere suoni, pesce lessa. Per fortuna alza la testa.
Non dico niente. Lo guardo credo bocca spalancata, credo immobile fotoflash sulle montagne russe.
Lui ci mette un secondo per capire che sono io e poi sorride a bocca aperta e senza suono, anche lui pesce lesso tra le alghe, tra il tempo sospeso di questo acquario su binari.
E poi parliamo, ma non ricordo cos’è la prima cosa che ci diciamo.
Neanche la seconda.
Qualcosa tipo come stai, ma va’, ma va’’, come stai tu, che fai, cosa fai tu, da dove arrivi.
Le rotelle del mio cervello girano lente, sembrano arrugginite.
Cosa facevi a Milano, mi chiede.
Prendo i treni avanti e indietro attorno ai periodi di festa sperando di incontrarti, non dico.
Mi fa delle domande, gli faccio delle domande
Vorrei dirgli che l’ho invocato, che lui è lì perché io l’ho voluto.
Guardo la pelle butterata, gli occhi grigio azzurri. Il sorriso e il collo che si incurva in un modo da giraffa. Quel movimento, proprio quel movimento, lo riconosco! E la parte di me che aveva ancora dubbi che questo potesse essere possibile, si ricrede. Gli tocco il ginocchio.
– Che bello vederti.
– Sì, anche per me.
Mi parla della tesi in ingegneria aerospaziale, una cosa che sembra il super potere di un cartone giapponese. Guardo di lato per fingere distacco, per darmi delle arie. Studio le sue labbra, che roba che è qui davanti ai miei occhi. Cosa ridi, dice. Sono molto felice di vederti, dico. A questo punto le mani sul suo ginocchio sono due ma in qualche modo, a un certo punto, vengono via. Vorrei toccarlo, vorrei che le sue mani toccassero le mie mani. Questo non avviene neanche per sbaglio. Con precisione estrema si alza per far passare qualcuno senza sfiorarmi, ed è in piedi. Mi dà le spalle. In questo corridoio stretto vedo la sua nuca a dieci centimetri da me. Pelle liscia, leggera peluria dorata sotto i capelli biondi abbastanza lunghi abbastanza legati. Sarebbe davvero tremendo se ci toccassimo per sbaglio. Sarebbe qualcosa di gravissimo, come una molestia. Sto bene attenta a farmi indietro, a schiacciarmi contro il sedile più che posso mentre gli fisso la nuca rosa rosa senza neanche un neo, immacolata.
Parliamo di teatro, di Sarah Kane. Lui crede che io sia una rivoluzionaria, qualcosa di pericoloso, forse di verde e poco rassicurante e un po’ glielo faccio credere mentre parlo di quello che faccio e vorrei solo toccargli le labbra. La voce registrata impietosa di Trenitalia ci dice che è la nostra fermata. È finita. Bip bip di porte. Scappare insieme! È l’unica soluzione. Ma a lui chiaramente questa idea non passa neanche per l’anticamera del cervello. Il treno si ferma, prendo la valigia, scendiamo. Lui dice qualcosa tipo
– Incontrarsi sui treni, che strano.
– Ti ho invocato.
– Come?
– Stavo scrivendo un racconto sul treno, un racconto su di te.
Scendiamo le scale dei binari, nel sottopassaggio i numeri ci scorrono di fianco mentre camminiamo. 4, 3, Partenze, Arrivi, 2…
– Sì, voglio vedere se sono in grado di trasmettere quello che ho provato quest’estate.
Lui sorride ma non mi guarda, guarda dritto. Mi sento il viso in fiamme ma ho una voglia di dirglielo, non posso non dirglielo, dirgli tutto. Sono mesi che desidero dirgli tutto.
– E ci sei riuscita?
– Questo non posso dirlo io.
– Ma secondo te.
– Non lo so.
Saliamo le scale del sottopassaggio, siamo dentro alla stazione. La luce delle porte di vetro del fuori, del mondo fuori, del mondo normale senza magia, senza le invocazioni, del mondo normale in cui non ci vedremo più se non per sbaglio, ergo tra molti molti mesi, ergo mai più, mi acceca. Mia madre anche è fuori, venuta a prendermi. Spero che sia in ritardo, bloccata dall’altra parte della città, imbottigliata nel traffico, gomme a terra, senza più benzina. Sua madre anche dal mondo di fuori è venuta a prenderlo. La chiama. È già lì. Chiamo la mia. È già lì.
Dobbiamo andare nella stessa direzione ancora per qualche secondo, grazie Universo. Esondo:
– Che bello averti visto.
– Ti emozioni facilmente.
– Mi emoziono facilmente. E tu non ti emozioni facilmente?
– Anche io, ma faccio il duro.
Attraversiamo la strada. Sono gli ultimi secondi, le nostre mamme dovrebbero essere lì, come fuori dalla scuola elementare.
– E allora ci incontreremo così, sui treni.
Mi scappa una risatina. Forse avrebbe voluto dire qualcosa di diverso, di meno banale? Non lo so, non mi importa. Non mi importa se lui non è contento di vedermi, se lui non è emozionato o felice come me, se lui non ha passato questi mesi ad invocarmi e a pregare che apparissi, non mi importa. Io parlo:
– In un mondo ideale parallelo mi piacerebbe che ci vedessimo. Per prendere un caffè, parlare…
Ci fermiamo uno di fronte all’altro, le cose si fanno serie.
– Quello che è successo quest’estate, ha avuto delle ripercussioni sulla mia relazione. Sono stato molto male.
– Mi dispiace.
– Quindi per me no.
Io non so come finisco a dire che anche per me, sorprendentemente, quello che era successo a luglio aveva avuto echi e ripercussioni. Volevo fargli sapere che anche lui aveva avuto un impatto di errore nella mia vita, nonostante tutto.
– Sì, lo so, lo so. Per questo ho detto mondo parallelo ideale, una realtà diversa da questa. Anche per me sarebbe doloroso.
– Ci vedremo sui treni per caso e chiacchiereremo.
– Sì…
– Ciao bella.
Ciao. Bella. Il saluto più, davvero più, davvero, insulso sulla faccia della terra.
Bacio e bacio sulla guancia.
– Ciao.
E via in direzioni opposte. Non guardo, all’inizio. Lo sbircio poi che attraversa la strada, le strisce, le macchine. Arriva sua madre. Arriva mia madre.
…
Il maleficio si è compiuto, il mio sacrificio accolto dall’Universo.
Mi sento come se avessi aspettato un anno per il giorno del mio compleanno, e poi fosse passato senza che neanche me ne fossi accorta.
Ho detto tutto quel che avevo da dire.
Non so se ho fatto bene, male, non importa. Io dovevo, volevo dire, buttare fuori.
E sentirmi dire.
Sentirmi dire “Non possiamo rivederci”.
Anche io avrei potuto dire la stessa cosa, sarebbe stata vera: “Quello che è successo ha fatto male alla persona che amo e a me di conseguenza, perciò non possiamo vederci neanche per un caffè, mi farebbe stare male. Su non piangere, capisco bene che vorresti rivedermi, ma da bravo, non fare il bambino, ho detto di no, tirati su, ma cosa fai in ginocchio, ma che figura ci fai qui a pregarmi così davanti a tutti, su dai, basta. Ho detto no, è inutile che insisti.”
Per fortuna che c’è un sesso razionale che non crede nella magia. Per fortuna che l’Universo, alla fin fine, è come la Moni e mi ha accompagnata a braccetto fino a qui, a poter dire tutto.
E io l’ho fatto.
Sono libera.
*Nota per lettrici sinestetiche
Mi ricordo la musica che ascoltavo in quei giorni:
Regina Spektor a ripetizione.
Loveology, pour toi.
//
Ghost Track LUGLIO
Il mio cuore è un alveare
al suo interno milioni di cellette
alveoli per spazi interstellari – ogni
corpoanima di innamorato ogni
bacio ricevutodato
e sboccia una nuova celletta-mondo
e il mio cuore si espande
infinitamente più grande e più grande
e tutti hanno casa
e tu hai casa.
Ci abbiamo eretto
un piccolo paese in collina
con le pareti di sassi
e una grande cucina
dal forno sempre acceso
ad abbrustolire avanzi di risate e burro.
C’è questo spazio nel mio corpo adesso
che è una casa per te
una stanza a cui poter ritornare, se serve
a cercare del miele.
//
Un racconto di Valentina Ghelfi

