Le processioni del fango

Avere i capelli rasati a vent’anni è un atto politico. Io sembravo Britney Spears.

Maicol se li tagliava da solo: somiglio all’omino della Playmobil, diceva; io pensavo che doveva essergli terribile baciare tutte quelle ragazze. Mi portava in giro in macchina con lui e fumava sempre e gli occhi aperti che non vedevano niente mi si gonfiavano di fumo cattivo.

Che era triste l’ho capito solo dopo: rideva sempre.

Quel riso assieme mi creava aspettative, la realtà le cancellava: io, di andare a casa, avevo paura. Di come respiravano quei muri, in un suonare di ossa rotte. Maicol non lo so se lo capiva, se lo sapeva che cosa succedeva dentro casa mia. Io pensavo di sì. Forse solo perché, quando andavamo giù, al Trebbia, a guardare le alghe affogare dentro ai mulinelli, gliele vedevo le ginocchia sempre coi bolli, come di frutta maturata troppo in fretta. 

Stavamo seduti sui sassi, sulla riva del fiume, finché finiva il pacchetto, anche due, a volte, ne fumava. Stavamo seduti col culo sugli spigoli delle pietre bianche, ci faceva male, ma non ce lo dicevamo mica. Noi, coi nostri culi magri. Io in ansia, lui in hangover: guardavamo passare il fango e, da lì, in fondo al Trebbia, vedevamo tutto quello che non avevamo. Sfidava la maledizione Maicol, schiantandosi nelle sigarette, disperandosi di gin. 

Mentre tornavamo, pensavo che non ci sono pettinature adatte al fallimento. Ecco perché. Ecco perché manco i capelli mi erano rimasti.

Ma avere i capelli rasati a vent’anni è un atto politico. Non importa se li hai persi. 

E, mentre Maicol continuava a bere gin lemon e a baciare tutte le ragazze, io ero soltanto pelato. E basso. 

Ho fatto quello che potevo: non si può fallire bene. Maicol fumava, si faceva i fatti suoi e io diventavo una specie di naziskin. Più skin che nazi, ma quello era. Quello ero. Ero: finalmente, qualcosa. 

Pioveva, intanto. Diventava grosso il Trebbia, non ci si poteva più andare a fare il bagno. Maicol mi aveva detto che passava a trovarmi qualche sera, ma lo sapevo che non lo vedevo più. Lui credo che a volte mi vedeva, in giro, con quegli altri, uguali a me. Non ne avevamo mai parlato, ma lo sapevo che uno che chiama “gin lenin” il gin lemon non può andarci in giro con uno come quello che ero diventato. Però, mi piaceva pensare che un giorno, quando tornava l’estate, io e Maicol ci andavamo ancora in fondo al Trebbia a guardare il fango che passava.

Facevamo paura perché eravamo tanti, mica perché eravamo pelati. 

Un giorno, la gente ci ha fatto gli applausi. Eravamo al super che ci prendevamo le birre e vediamo questo vecchio che lo spinge un marocchino. Grasso il vecchio, con il naso rosso di chi è mattina e ha già bevuto. 

Esce fuori che aveva rubato, il marocchino. Aveva rubato e pure spinto il vecchio. Io guardo. Guardo così forte che mi esce il sangue dal naso senza che mi aveva toccato nessuno, che mi succede sempre quando ho paura. Tanto poi lo sapevo che potevamo dire che era stato il marocchino che aveva rubato e spinto il vecchio a farmelo uscire. 

Faccio paura: ho ancora paura: mi sa che ci sono cose che non ti passano mai. 

Il marocchino tiene i palmi sporchi e alti, come a dire non vi faccio niente – col vecchio che vuole chiamare i carabinieri, con la cassiera che vuole i soldi, con noi che vogliamo fargli male – e dice solo me ne vado me ne vado me ne vado. Appoggia, con il candore perfido del ladro, un deodorante azzurro sul tapirulàn nero della cassa e dice me ne vado me ne vado me ne vado. Ma non se ne va. Poi, diremo che è stato il marocchino che aveva rubato e spinto un vecchio a farmi sanguinare il naso. 

Io pensavo che se c’era Maicol glielo comprava lui il deodorante. 

A noi, alla fine, le birre ce le hanno regalate. Facevamo paura, ma ci piacevamo alla gente a ovest del Trebbia in quegli anni là.

Poi, il cielo ha iniziato a diventare più basso o forse ero io che mi allungavo, e Maicol non lo vedevo più e, allora, andavo al Trebbia e pensavo mi sa che è tutto qui, che si poteva pure essere felici quell’anno là, ma che la provincia ti pianta i suoi chiodi nei palmi e non ti lascia andare mai e allora per forza è tutto qui, ma tutto cosa. Me ne stavo in fondo al Trebbia, i pesci gli unici che venivano a trovarmi, gli stessi pesci che spolpavano i corpi che tiravano su i sommozzatori. Ne tiravano su tanti di affogati quei giorni là. Uno l’avevano trovato con settanta coltellate nella pancia. Io pensavo che dopo settanta coltellate sembra che hai le branchie e forse allora ha più senso se stai nel Trebbia. Bastava che non eri tu, Maicol. Che non volevo vederti con le branchie dentro al petto e le squame sul mento e le guance sgualcite delle rane. Non volevo che tutti i pesci venivano a vederti per mangiarti gli occhi, tu che glieli mangiavi sempre gli occhi ai pesci e dicevi che sembravano polpette e a me veniva il vomito e non potevo starti a guardare.

Penso che doveva essere terribile baciare tutte quelle ragazze mentre eri così triste e nemmeno io me ne accorgevo, spero che, forse, Maicol sei solo andato via. Ma se hai detto che mi passavi a trovare qualche sera io ti dovevo aspettare. 

Lo aspetto ancora. Lo cerco ancora, nelle processioni del fango.

Un racconto di Ilaria Padovan

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