Il difficile è morire

Effio Scabbia, riverso sul pavimento di casa, rifletteva sui continui fallimenti: da due mesi provava a morire senza riuscirci. Il primo tentativo lo aveva fatto in bagno. Riempita la vasca d’acqua calda, vi si era immerso, ma quando aveva cominciato a incidere il polso con la lametta, alla vista delle prime gocce di sangue, svenne. Riavutosi, seppe che non avrebbe potuto tentare di nuovo.

Di buttarsi nel vuoto non c’era neanche da parlarne, soffriva di acrofobia. Decise quindi di affogarsi. Avrebbe potuto farlo nell’Arno, ma quell’acqua melmosa lo ripugnava. Chissà quanti microbi e batteri vi nuotavano dentro! Optò dunque per il mare: si sarebbe gettato tra le onde. Attese la prima tempesta. A causa del surriscaldamento globale, settembre sembrò luglio. Cieli tersi, temperature al di sopra della media, 2mm di pioggia totale. Effio Scabbia, instancabile e fiducioso, controllò le previsioni finché trovò l’agognata tempesta, con venti che avrebbero sfiorato i 55 nodi. Ma si accorse che era prevista per il 6 ottobre, data coincidente con quella della morte della madre. Tutti gli anni le faceva visita in quell’occasione. Si raffigurò la tomba priva del solito crisantemo che portava, la tomba triste a causa del suo egoismo. Aveva tanti giorni per morire, doveva scegliere proprio quello? E poi, a dirla tutta, l’idea che potesse finire mangiato dai pesci gli faceva ribrezzo. 

Si sarebbe potuto impiccare. Comprò delle corde e studiò alcuni tutorial su Youtube per apprendere la tecnica perfetta. Quando finalmente la padroneggiò, si era a fine ottobre: l’indomani sarebbe stato il grande giorno. Si svegliò, si lavò e si vestì di tutto punto. Solo sulle scarpe ebbe un attimo di indecisione. Al completo grigio si abbinavano meglio quelle blu o quelle nere, nuovissime, indossate una volta sola? Alla fine optò per quest’ultime. Collocò una sedia sotto al lampadario e con le corde in mano, salì. Aveva quasi ultimato il nodo, quando si ricordò del perché avesse indossato le scarpe nere un’unica volta: erano scomodissime. Già gli stringevano i piedi. Ora, pur ammettendo che nella bara, da morto, non gli avrebbero dato fastidio, il dubbio gli venne sul momento della resurrezione universale. Dio non poteva certo far resuscitare i corpi nudi, l’idea era alquanto scandalosa. Per certo si resuscitava con gli ultimi vestiti che si aveva addosso. E voleva lui farlo con quelle scarpe? Ai tormenti che gli sarebbero stati inflitti all’Inferno, dove sarebbe sicuramente finito, voleva forse aggiungerne un altro? Le avrebbe cambiate prima di mettersi la corda al collo ma, terminato il nodo, nella trepidazione del gesto che avrebbe compiuto da lì a poco, si dimenticò di dov’era. Bastò uno sguardo distratto al pavimento per sentire l’ansia assalirlo, insieme a un giramento di testa. Rovinò sulla faccia. Il setto nasale si fratturò. Alla vista del sangue, svenne. 

Riavutosi e percepitosi più vivo che mai a causa del dolore, stava dunque Effio a riflettere sui propri fallimenti. Perché era così difficile morire? Colpa sua: aveva scelto soluzioni complicate. Non sarebbe stato più semplice buttarsi sotto un treno? Ma ricordò quello che gli era successo quattro anni prima quando avrebbe dovuto raggiungere Miriam a Roma per partire con lei alla volta di Tenerife. Le avrebbe fatto la proposta sulla spiaggia. Al tramonto. In ginocchio. Lei avrebbe detto sì. Si sarebbe trasferita a Pisa. Nel giro di un anno il matrimonio. Oggi avrebbero avuto una figlia, la seconda in arrivo. 

Effio aveva preso il regionale da Pisa, prevedendo di arrivare a Roma verso mezzanotte. Ma il treno fu fermato tra Follonica e Montepescali per accertamenti dell’autorità giudiziaria a seguito di un investimento sulla linea. Arrivò alle sette di mattina, Miriam già sull’aereo. Le aveva detto di partire, l’avrebbe raggiunta due giorni dopo con il primo volo su cui era riuscito a effettuare una prenotazione. Ma Miriam lo chiamò il giorno seguente suggerendogli di restare dove stava: si era innamorata del suo vicino di posto. 

Da quattro anni Effio Scabbia viveva nella certezza che Miriam fosse stata vittima di un colpo di sole: quando si fosse riavuta, sarebbe tornata da lui. Attendeva dunque, finché seppe che si sarebbe sposata a dicembre. Capì allora che non era il sole: era follia. Come poter convivere con l’idea che la sua amata Miriam fosse impazzita? Non gli restava altro che morire. Ma gettarsi sotto un treno, comportarsi come quell’uomo che gli aveva impedito di raggiungere Miriam in tempo, causa prima della sua malattia? Mai! 

Avrebbe potuto bloccare il freno dell’auto e schiantarsi da qualche parte, pensava, intanto che il dolore al naso andava aumentando. E se un bambino avesse accidentalmente attraversato la strada? o anche solo un cane… non avrebbe potuto morire con quel peso sulla coscienza. Inerzia! Immaginò di restarsene sul pavimento finché la morte non l’avesse colto, ma capì che quel dolore lancinante non l’avrebbe mai lasciato morire in pace. E d’improvviso, così come si viene assaliti dal buio al fulminarsi dell’unica lampadina nella stanza, Effio Scabbia fu assalito dalla soluzione. Si alzò e andò a rimettersi nelle mani del Sistema Sanitario Nazionale.

Un racconto di Graziana Patané

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