Silvia, lo sai? lo sai che Luca si buca ancora?
Luca C.
Dal balcone a casa di Luca si vede anche il mare.
Silvia S.
A te posso dirlo, oggi con un buco mi sono fatto venire le convulsioni. Cioè, le convulsioni. Ma bè, ouh!, che vuoi? Mica è facile gestirsi una dipendenza, eh, sembra facile ma: ouh! Poi non è stata colpa mia, è colpa di Luca! Ho incontrato Luca, ce l’hai presente quel ragazzo che anche lui si chiama Luca come me, quello stronzo di Bologna, ecco, ho incontrato Luca. Che cazzo ci viene a Siracusa a rompere i coglioni quel Luca stronzo di Bologna, ouh?
…perché siamo a Siracusa, vero? Ah, certo che siamo a Siracusa, sono da mia madre. Cioè, che quella poverina è tanto comprensiva con me, pensa di aiutarmi perché per amore di avere tutto sotto controllo mi dice te la compro io, una la settimana, e te la fai qua nella tua stanza al chiuso bello tranquillo, che se c’è un problema chiamo il dottore io, ouh, si crede che io mi faccio solo quella, lei lo fa tipo per aiutarmi e io la deludo, lo so che la deludo. Però stavolta non è stata colpa mia, ho incontrato quello stronzo che si è fatto i soldi, Luca ho incontrato l’altra sera, quello che ho conosciuto a Bologna, giocavamo assieme da piccoli. Dice che Silvia voleva parlarmi, nientedimeno, ouh. Silvia era la mia ragazza del liceo, ho fatto il liceo, l’artistico, e lei una che il suo passatempo principale era portare tutti i suoi amici a casa mia, arrivava con ‘sta folla di gente, ouh, e si mettevano nel balcone a bere.
Perché io, ouh, non so se te l’ho mai detto, ma a Bologna finito il liceo io ero tipo una grande promessa, faceva tendenza potermi conoscere, e io pensavo tipo di essere arrivato, che quando ero piccolo neanche ci potevo andare in centro, a Bologna, che se ne accorgevano subito che ero uno di San Lazzaro, e Luca lo stesso: andiamo a comprar libri usati al Porto, che io pensavo bello, le navi, il mare, come giù, e invece il Porto è il nome di un quartiere e mi hanno preso pure per il culo, a Bologna non c’è il mare, non lo sai? Ci prendevano per il culo a noi della periferia, andavamo a scuola assieme, o all’oratorio, e alla fine del liceo con quell’arte nelle mani eravamo tipo come che ci sentivamo arrivati. Cioè io, eh: lui i soldi li aveva sempre avuti, e quando ha preso lui la galleria d’arte io pensavo che era un amico, che mi faceva lavorare, si comprava le mie tavole.
Ouh, si è comprato tutto, tutto, lo stronzo, mi dava cinquantamila lire a tavola, ouh, come dire un cazzo, e io grato e adorante che mi faceva lavorare. Poi, quando mi ha tolto tutto e io ero già un tossico grave che si vedeva che non potevo durare, che stavo per fare la fine di Basquiat, hai presente Basquiat? Ma forse Basquiat non era ancora morto, che anno era? Bè, quando mi aveva comprato tutto, anche i disegni sul tovagliolo del bar, eh, chiaro? Allora ha fatto il colpo, mi ha lanciato. Gli agganci, ne aveva quanti ne voleva, quel borghese del cazzo e, bè, cioè, ouh! All’improvviso io sono diventato la grande promessa. Che lui aveva la cantina piena di roba mia e io non avevo un cazzo, rubavo i colori per dipingere e le radio per comprarmi la roba. E mi sentivo arrivato, era il mio momento di gloria, ci avevo la casa piena di tutti quegli intellettualini del cazzo del Dams che mi si venivano a ubriacare sul balcone. E più io facevo scenate per buttarli fuori più quelli mi adoravano e anch’io li adoravo, ero grato di averci tutto questo, che quand’ero piccolo mia mamma non mi ci mandava neanche in centro, l’unica cosa da fare era aspettare il teatrino dei burattini per farsi quattro risate a vedere che finiva sempre a legnate, botte al ladro, botte al ladro, e adesso ero la guardia che dava le legnate e anche il ladro che le prendeva ero sempre io, ero il padreterno dell’arte, adorato e adorante, spaccavo denti come niente, rubavo i colori, e non mi accorgevo che tutt’e due erano parti di burattini. Facevo mostre nelle grandi gallerie, e tutto quello che vendevo i soldi se li prendeva quello stronzo, e Silvia l’amica sua mi riempiva la casa di gente che veniva sul balcone a vedere il mare, e ci aveva la figa una fogna ormai, mammina, faceva schifo, e meno male che non me la dava neanche più, veniva solo a riempirsi di jack e coca e a discutere d’arte, veniva a farmi vedere come una bestia dello zoo, che ci avevo la stanza in centro, che poi è diventata quella la zona malfamata che mia madre mi vestiva bene per portarmici, e la periferia dove abitavamo noi adesso è quella buona, e averla comprata lì, la casa, ouh, adesso era un bell’investimento, e invece se n’è voluta tornare a Siracusa, quella scema, non ha neanche capito che continuo a bucarmi senza farmi vedere, mi faccio anche a casa, o al parco archeologico.
Che almeno a Siracusa pensavo di non vederlo più quello stronzo di Bologna, me ne andavo all’orecchio di Dionisio a gridare e non lo vedevo più, e invece non faccio altro che vedermelo davanti, uèi Luca, mi fa, ci chiamavamo i due Luchi, io il Luca terrone e lui… niente, normale, perché lui era di Bologna, mi fa uèi Luca, a parlarmi dei vecchi tempi, che erano belli solo per lui.
E allora mi sono venute le convulsioni, cioè le convulsioni, anche qui a parlarmi di quella figa marcia? Che dal balcone di casa mia si vede il mare? Ma poi c’è il mare a Bologna? Ouh, che cazzo dico: non c’è il mare, mamma, c’è il porto ma non il mare, il mare è qua, mica su.
Un racconto di Andrea Sciuto

