Vetro

Ogni mercoledì attraversavo la parte ovest del parco e raggiungevo il piccolo minimarket sul corso. C’era sempre lo stesso commesso occhialuto con i capelli unti appiccicati alla fronte. Rispettare questa routine mi dava l’illusione di avere una sorta di controllo sulla mia vita, allora facevo tutto allo stesso modo, muovendomi come costretta da una forza soprannaturale. Quel mercoledì, la macchia di ketchup che incrostava la maglietta del commesso mi dava la nausea, ma tenni sotto controllo lo stomaco e i pensieri.

«Bicchieri, disinfettante, 8 e 50.»

Uscii da lì con la solita fragile busta biodegradabile e per un attimo sperai che si rompesse, ma la tentazione di aprire le dita e lasciarla andare era un istinto che non potevo permettermi di seguire. Il mercoledì successivo, il ragazzo dietro al bancone, aveva la maglia piena di peli e non riuscii a trattenermi.

«Ti piacciono i gatti?»

Non mi aveva mai sentito pronunciare una frase intera, quindi mi guardò un po’ sorpreso poi si spazzolò la maglietta con indifferenza.

«Sì, ne ho uno. Si chiama Willo. Sempre 8 e 50.»

Non sapevo il nome del commesso e così, nella mia testa, per riferirmi a lui utilizzavo il nome del suo gatto. Andavo al supermercato sempre durante il turno di Willo, trovavo rassicurante il suo aspetto trascurato e l’assoluto disinteresse per me. La sua prevedibilità mi permetteva di tenere sotto controllo i pensieri, ma un mercoledì non trovai il disinfettante verde, allora andai in cassa con quello rosa: mi veniva da piangere.

«Questo brucia, la prossima volta ti metto da parte quello verde. Ho aggiunto dei cerotti, omaggio della casa.»

Mi asciugai gli occhi con la manica e pagai i soliti 8 e 50. I disinfettanti avevano lo stesso prezzo, perché qualcuno – per la stessa cifra – avrebbe dovuto scegliere quello che brucia?

Alla fine, io e Willo siamo diventati amici. Spesso passavo poco prima della sua pausa e ci smezzavamo una sigaretta rannicchiati sul retro, era l’unico momento in cui mi lasciavo andare, non contavo più i minuti né i passi. Willo mi piaceva perché era buono, i suoi eroi dei fumetti facevano sempre la cosa giusta e lui anche, allora un giorno gliel’ho raccontato.

«La prima volta è successo per sbaglio, le è caduto il bicchiere con la vodka e mi ha detto di raccoglierlo. Mi sono ferita. Quando l’ho guardata, stava sorridendo. La volta dopo, quando l’ho fatta arrabbiare, ha lasciato cadere per terra il bicchiere di vetro e io sapevo che dovevo tagliarmi. Poi un giorno abbiamo finito i bicchieri perché li aveva rotti tutti. L’ho guardata dritto negli occhi e le ho chiesto se dovevo comprare altri bicchieri… e lei non ha detto niente.»

Willo mi ha abbracciata forte, avrei voluto ricambiare ma sentivo le braccia molli, inerti lungo i fianchi – adatte solo a trasportare buste biodegradabili piene di vetri destinati a infrangersi.

«Aspettami qui.»

Riapparve con una confezione di bicchieri di plastica dura, quelli per bambini.

«Dalle questi, fidati, non dovrai più comprare altri bicchieri… e, se vieni giovedì, ti faccio conoscere Willo.»

Forse giovedì sarebbe stata una bella giornata, avrei avuto due amici e nessun taglio sulle mani.

Un racconto di Stefania Covella

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