Era disteso sul letto, nudo. Il bagliore lunare dipingeva la stanza di diverse tonalità di bianco e nero. Il grigio governa il giorno, la notte non lascia spazio a vie di mezzo.
Dovresti prenderti un pappagallo
recitava il messaggio. Non suggeriva un cane, il cui bisogno di passeggiate non avrebbe potuto soddisfare. Non un gatto, creatura infida e demoniaca. Non un pesce rosso, inconsapevole protagonista di un Grande Fratello che viene a noia in pochi istanti. L’amico, conoscendo il suo animo aristocratico, gli aveva proposto un pappagallo, ideale compagno per lui, che si riteneva un pirata moderno. Si vedeva passeggiare ostentando superbia col pennuto avvinghiato alla spalla. Immaginava i passanti ad ammirare la bellezza e l’eleganza di entrambi, senza avere l’ardire di interrompere quella sfilata a cielo aperto, neanche con un saluto.
Ma egli non poteva mostrarsi in pieno giorno. Cosa avrebbe dato per poter essere uno tra i tanti rappresentanti della mediocrità umana. Godere della libertà che quegli stolti non si rendevano conto di possedere. Quale invidia provava per quegli inetti, occupati a buttar via ogni istante della loro breve e insignificante esistenza.
L’amico era l’unico custode del suo segreto, percepiva la ragnatela di limiti nella quale si trovava intrappolato. Gli altri, ignari, si prodigavano nella celebrazione di ciò che credevano essere una vita avventurosa, e non una massacrante routine. Questa loro ottusità lo rendeva cieco, era la folata di vento che estingueva la fiammella del lume della ragione. La sua ira convertiva quegli inconsapevoli interlocutori in vittime di ciò che fino a pochi istanti prima decantavano.
Un pappagallo. Come lo conosceva bene il suo amico. Afferrò il telefono, rilesse il messaggio, e si rese conto che continuava:
per risolvere il tuo problema idraulico
Avvertì il rumore sordo delle gocce del rubinetto del bagno che perdeva da settimane. Le porte erano tutte aperte, per permettere al vento di dar sollievo in quella torrida notte estiva. Comprese che il pappagallo a cui si riferiva l’amico era la chiave giratubi. Gli aveva accennato del guasto, lamentandosi di come un professionista gli avesse chiesto cinquanta euro per l’intervento. Acquistare l’attrezzo e arginare lo stillicidio sarebbe costato meno.
Erano le tre e il caldo non accennava a placarsi. Da anni l’amico gli diceva di comprare un condizionatore. Giammai! Tra i costi dell’impianto, elettricità e manutenzione sarebbe andato in bolletta. Giorni addietro gli aveva consigliato di acquistare almeno un ventilatore. Non certo per avarizia aveva soprasseduto: bastava tenere le finestre aperte. Solo che non si muoveva una foglia.
Che importava, egli non sudava, uno dei pochi vantaggi della sua condizione, ma lo stesso non si poteva dire della donna che giaceva supina alla sua sinistra. Indossava un vestito che a stento le copriva i fianchi; sfiorandolo constatò come fosse imbibito di sudore. La gamba sinistra formava la gobba di una P di cui l’altra delineava l’asta. Il braccio sinistro le copriva gli occhi, lasciandole scoperta la bocca semiaperta che di tanto in tanto emetteva un rantolo. Si erano conosciuti su un sito d’incontri, l’aveva convinta a venire a casa sua e ordinare sushi. Due bottiglie di vino bianco, bevute quasi interamente da lei, avevano accompagnato la cena. Era collassata sul letto prima che nulla potesse accadere, biascicando: «Riposo un attimo, poi mi svegli e scopiamo».
Accese la flebile luce dell’abat-jour. Le guardò le gambe: quella stirata in tutta la sua lunghezza appariva snella e tonica, l’altra assumeva un aspetto più morbido e generoso. Entrambe lo attiravano. Il corpo era leggermente appoggiato sul fianco destro, e il seno più vicino a lui, adagiato sul braccio, appariva tondo e sodo. Lo stesso non si poteva dire dell’altro che, succube della forza di gravità, scolava sullo sterno come un gelato al sole. Lo inebriavano sia la compattezza dell’uno che la burrosità dell’altro. Spense la luce, era giunta l’ora di dar sfogo alla lussuria. Esitò quel tanto perché il suo membro si appisolasse sulla coscia destra. Fu allora che la fame, quella vera, si fece sentire.
Aveva voglia di sangue, non di cibo. Al suo fianco giaceva il suo pasto prediletto. Colei che credeva di avere il doppio della sua età era per lui una giovincella, poiché anche se di anni ne dimostrava venti, in realtà superava i duecento. Un tempo i vampiri senza bere sangue non sopravvivevano, ma nel ventunesimo secolo con gli integratori si può fare a meno di sacrificare la gente. Se oggi si tirano fuori i canini lo si fa per gola.
Attanagliato dal dubbio se avesse senso ottenere il benestare della propria vittima, indugiò. Era forte il desiderio di possederla, come quello del sangue, ma una nuova impellenza si faceva strada. Afferrò una bottiglia, svitò il tappo, e si girò sul fianco destro. Nonostante il tentativo di fare un lavoro pulito, quando il flusso fu più debole, al lato del letto si formò una pozzanghera paglierina. Avrebbe pulito più tardi. Ora non aveva voglia di fare nulla, nemmeno guardare il telefono, meglio farsi cullare dalla penombra, senza farsi disturbare dai led che avrebbero svelato la fine del messaggio:
così non devi neanche alzarti per pisciare.
Un racconto di Paolo Filardo

