Il frigo vuoto

Era un accordo commerciale tra adulti, punto. Basta cercare on line. È l’algoritmo che accosta escort e cliente, calcolando il bisogno d’intimità che YouPorn non concede. Abbiamo stabilito prezzo, orario e tutto il resto. Non tratto sui soldi, manco naturalmente di meschinità: arrivo, pago, ho un orgasmo, e tu col denaro fai quello che vuoi. Questi i pro.

Il contro è il fetore insopportabile che emana il bisogno. Lascio le cazzate romantiche sulla professione ai Francesi dell’Ottocento: Nanà era una povera scema, la madre di Cosette un’ingenua senza denti. Più realistico pensare che quei soldi paghino un bisogno.

L’imbroglio l’hai messo a segno dopo quando, io rivestito e ripulito, pronto a tornare nel mio mondo, mi porti davanti al frigo, lo apri e dici: «Vedi? Io non ho niente». In una domanda (vedi?) io trasformato in un mostro lascivo e tu in un martire senza paura, santo della santità dei poveri. Santo con le stigmate dei tatuaggi che ti coprono il costato, salendo dal fianco leggero come quello di un ragazzo. Santo come la statuina della Dea Madre nella stamberga di una favela, di una pomposa e accaldata città sudamericana. Tu non hai niente e il mondo giustifica lo sportello d’acciaio spalancato, lindo, vuoto, e urla che la colpa è mia, che ho una vita e una carriera. Spinge me nella melma delle persone miserabili, e te tra i miserevoli.

E pensare che mi hai anche baciato.

E se invece mi avessi riconosciuto? Chissà quante volte mi hai guardato in un video coi clienti.

Oggi non ti ho cercato perché l’uomo ha bisogno o stronzate simili: sesso ne ho fino alla nausea. Era arrivato il momento di sentire un corpo, la pelle, un peso, un odore, la lentezza e l’abilità di fingere l’amore. Ho comprato tutto il pacchetto.

Ritrovo il tuo profilo. Il computer ha finto un’incertezza, si è spento e riacceso, come conoscesse le intenzioni e tifasse già per te. L’intelligenza artificiale e gli uomini imparano presto la pietà pelosa che riservano ai deboli. Eccoti bello come dal vero, la camicia bianca e gli occhiali da bravo ragazzo, con la descrizione di te, delle prestazioni, dimensioni del pene (che hai un po’ esagerato, ma quale maschio non lo fa?), ruolo e tariffe. Sei lì, stessa foto e stesso profilo uguale. A vederti tutti tifano per te, ma se fossi stato raccolto da un barcone non avrebbero avuto pietà. A te che sei bello e abbastanza bianco, invece chiedono: come mai? Per quanto ancora? Gne, gne, gne!

In mutande, stacco la coscia dalla poltrona di pelle. Sono forte alla tastiera, è qui che si definisce la differenza tra noi. Sono potente, innamorato di me come dopo il trenta e lode all’esame di “letteratura latina-1”. Sta tutto lì, ragazzo, te che indulgi nella vendetta e non sei pericoloso, e io che posso diventarlo per cittadinanza e perché sono chi paga e tu quello che incassa.

Allora sul profilo scrivo un giudizio, partendo dalle dimensioni che non corrispondono all’annuncio. Eh, sì: primo inganno! Passo alla voce ambiente: raffazzonato, anche un po’ ordinario. Pulito, sì, riservato, ma non elegante. Accogliente, questo molto. Tu sorridente, ma anche io. Puntuali entrambi. Durata? Molto inferiore all’ora. Specifico che ho pagato per un’ora e sono stato scopato per meno di quindici minuti, a un certo punto sei venuto, e stop. Io so fare di meglio ed è da dilettanti non controllare l’orgasmo; però ho provato tenerezza quando ti sei lasciato andare.

Mi fermo a rileggere: lascio tutto com’è, poi magari tolgo il melenso. Bevo un sorso d’acqua. In questa valutazione che mi fa sembrare il cliente rancoroso al quale non hanno offerto l’amaro dopo la pizza, è tutto vero, è andata davvero così. E l’«io non ho niente» te lo tieni per te: quando lavori, tocca far finta che tutto vada bene, la tua miseria, il tuo cazzo di frigo vuoto non li voglio conoscere. M’induci a salvarti, a proteggerti, e questo è… irrazionale. Chissà se quei soldi ti sono serviti per fare la spesa o per medicine, cure, comprarti una casa! Certo non ti ho salvato, ma comunque… No, sono un idiota. È intollerabile. Era un accordo commerciale, sentimenti esclusi, punto!

Però.

Potrei rivederti domani…

Mi accanisco su una pellicina fino a farmi sanguinare. Tiro su col naso come un bullo cocainomane. Mi concentro sull’odio e non sulla pietà. È cruciale non provare compassione. Vitale salvare me, e non Nanà.

No! Finito, basta, niente! Rilascio l’erezione montata a pensarti.

Se avrai difficoltà a trovare altri allocchi sarà solo colpa tua. E poi le recensioni non le legge nessuno, figurati, ma stammi fuori dal cuore, e non trascinarmi giù con te. Non ho spazio affettivo per estranei, non con il cast, non per le colleghe con cui giro porno. Ci conosciamo, scopiamo come da copione, ma è solo lavoro: «Ringo, Ringo!» mi urlano dietro. Perché ho il cazzo grosso e son sempre pronto, i registi mi reclamano, ma dopo, finite le riprese, non voglio vedere nessuno. Ho il frigo pieno di libri, io. Sono un divo del porno, ma potevo insegnare, io.

Avrai altri clienti, ragazzo; trattali bene. Quanto a me non torno mai sui miei passi, Ringo è il dio del sesso, Ringo non si lascia fregare: è lui che frega.

Rileggo, controllo: italiano corretto, invio.

Ah, potevi anche non dirmi che ti chiamavi Diego.

Un racconto di Giampiero Pancini

2 thoughts on “Il frigo vuoto

  1. Frasi brevi, come stilettate precise che incidono piano. Sembrano solo graffi, invece, scavano a fondo. Amore – sesso, coniugazione della correttezza formale contro l’uso informale di un corpo che non è “persona”, ma solo l’emblema della nostra incapacità di dare senso alle scelte. Bello il ritmo sincopato, il linguaggio immediato che risponde all’urgenza di liberarsi di se stessi, delle proprie emozioni, dei propri pensieri.

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