Il dio dei miserabili

Greta buttò il piatto sul marciapiede, vuoto, lindo, laccato di saliva gialla, mondato di ogni particella di cibo che il dio dei miserabili vi aveva depositato sopra, e il piatto si ruppe. Con un rutto, ringraziò il nero della cucina e quello la maledisse (sia per il piatto spezzato che per il rutto), ma non troppo e non troppo a lungo, perché sapeva che il dio dei miserabili gliela avrebbe fatta pagare. Poi prese la porta di servizio e rientrò a bestemmiare sulla propria sfortuna, mentre Giulia – era lei il donnone avvolto in una pellicola di stracci, con un cappello da baseball consumato e afflosciato sui capelli grigi – rimase a guardarlo ridendo, sul marciapiede nero di unto, accanto ai bidoni della spazzatura che olezzavano di cibo fermentato. Li vide, i bidoni, e decise di scandagliarne il contenuto, aprì a uno a uno tutti i coperchi, frullò le mani in mezzo al sudiciume, scavò tra gli intestini di pesce, gli scarti di verdura, gli avanzi di pasta, e salvò dal mucchio tutto quello che le sembrava commestibile, ficcandoselo in bocca, masticando coi denti che le dolevano e sputavano sangue e la facevano lacrimare di rabbia per i ricordi moribondi nella testa, perché, le sembrava, un’altra vita doveva averla vissuta (ma quale?), e per il riflesso mentale di una figura più giovane, bella, e forse piena di amore (era successo?). Ma sapeva che il dio dei miserabili l’avrebbe salvata se avesse mangiato, se avesse ingurgitato calorie e proteine, zuccheri, spazzatura per tenersi in piedi, il non consumato della società dei consumi, per rimanere viva e arrivare sana e salva alla redenzione, al giorno in cui il mondo si sarebbe capovolto e i poveri della terra, i miserabili, i tormentati, gli sconfitti, i perduti avrebbero riavuto indietro la loro vita. 

L’aveva visto in sogno, il dio dei miserabili, bello come tutte le divinità, algido come gli attori dei film americani degli anni ’50, un Gary Cooper, un Cary Grant, un Burt Lancaster, con l’occhio turchese e il ciuffo scalpellato, la voce morbida, un gentleman in giacca, cravatta e scarpe lucide. Glielo aveva detto lui, col suo tono maschio e rassicurante da speaker di aeroporto, mangia, incorpora, manda giù, ingoia tutto quello che ti mando, resta viva, perché verrà il giorno… verrà il giorno… a quel punto si era svegliata, e aveva capito: verrà il giorno della giustizia, della ricompensa, delle fiamme in mare, del ghiaccio nei deserti, il giorno delle spiegazioni, dei ricchi che diventano poveri e dei poveri che ammazzano i ricchi. Dio dei miserabili e della rivoluzione. Doveva solo mangiare e rimanere viva.

Così aveva cominciato a ingurgitare cibo, facendosi una mappa mentale di ristoranti, pizzerie, bar, discariche, cassonetti, mense sociali; tutto quello che si chiedeva ai poveracci era di non disturbare, di lasciare le entrate sgombre, di non importunare i clienti, di servirsi della porta sul retro, di non parlare e di farsi vedere il meno possibile. Nel seminterrato di un albergo si contendeva il pasto coi gatti randagi, ai quali ringhiava per tenerli al proprio posto. Il dio dei miserabili ogni tanto gli mandava un’anima gentile come quel nero del ristorante – che fra tutti era il migliore- dai quali spuntava un piatto ben condito o una busta di frutta. Al McDonald’s rovistava nei cestini fino a quando non la cacciavano a male parole. Anche lì, però, ogni tanto, qualche ragazzo a contratto, un cliente depresso, un padre stressato dai figli, si impietosiva e le metteva nella borsa un hamburger. Dai bidoni delle gelaterie prendeva i coni mangiucchiati e i rimasugli delle coppette. A volte rubava nei supermercati e un giorno, in un luna park, rubò due ciambelle fritte, si prese una bastonata sul cappello e sei punti di sutura sulla tempia. In ospedale però riuscì a consumare un pranzo completo.

La notte di Capodanno avvenne il fatto. Era capitato, a un ristorante abbastanza famoso, che i clienti di una mega prenotazione avevano dato buca. Il locale si era così ritrovato sul groppone una montagna di cibo per lo più già cucinato, e il titolare, invece di chiudersi in ufficio per fare harakiri, aveva deciso di offrire tutto ai poveri.

Giulia si era accomodata prendendosi un paio di posti e aveva buttato tutto: prosecco di benvenuto, finger food, fritturine, pasta al forno, affettati, crostini, molluschi, funghi, riso allo champagne, paccheri pachino e bufala, cinghiale, aragosta catalana, tagliata, dolci vari, frutta. Dopo un bicchierino di Amaro del Capo era collassata.

Si era risvegliata in una stanza spoglia, completamente bianca, poi una parete era scivolata via ed era comparso Cary Grant, ovvero il dio dei miserabili, splendido più che mai. Giulia si era sentita mancare di nuovo.

-Voi? – aveva esclamato

-Si, mia cara

-Ma allora è arrivato il giorno che tutti aspettavamo

Cary Grant si lisciò i capelli che non si mossero di un millimetro

-Che stai dicendo, cara?

-Come – fece Giulia sgomenta – il sogno… verrà il giorno…

-Beh?

Verrà il giorno… che i miserabili avranno la loro giustizia

-Cara, non c’è giustizia per i miserabili, dovresti saperlo – aveva detto il divino sistemandosi la cravatta – C’è solo la morte.

Un racconto di Stefano Pagni

One thought on “Il dio dei miserabili

  1. Crudo al punto giusto, secco come la condizione dei miserabili, completo.
    Ci si cala nella parte di lei o di un barbone tra allucinazioni e momenti di lucidità e si gusta d’un fiato la condizione vissuta da lei e da loro.
    Bello!

Lascia un commento