Abitano nell’appartamento accanto al mio, anche se non li ho mai incontrati. Davanti alla loro abitazione, sul ballatoio che corre lungo la parete esterna della casa, non c’è niente: non una pianta o un portaombrelli, le finestre sono sempre chiuse, i davanzali spogli. L’etichetta sul campanello è bianca. L’unica traccia della loro presenza sono le scarpe, a lato della porta, allineate alle venature delle assi del balcone. Lui calza Oxford lucide, lei delle ballerine che deve abbinare al vestito, perché ogni giorno sono diverse.
Da quando sono arrivati, non ascolto più musica. Ho preso l’abitudine di tendere l’orecchio per carpire i loro movimenti, ma di giorno sembra che non ci sia nessuno. Li sento solo la sera, mentre mangio qualcosa fissando il muro che ci separa. Anche se non distinguo le parole, ascolto le loro voci: gaia quella di lei, così profonda da confondersi con il sottofondo della città quella di lui. Ogni sera lo stesso rituale: ridono, si dicono qualcosa, poi ridono ancora. Rumore di sedie spostate, una porta che sbatte. Silenzio.
La mia immaginazione sfonda la parete, entra nella loro cucina e spalanca la porta della camera da letto. Stanno scopando. A questo pensiero mi allungo sulla sedia, alzo la maglietta, abbasso le mutandine e mi tocco, ma mi fermo sempre un po’ prima. Mi piace andare a letto languida e addormentarmi così, ma il giorno dopo mi sveglio presto, irrequieta.
Sono le quattro quando apro gli occhi. Fuori è ancora buio. Ho dimenticato la finestra socchiusa, l’aria entra nella stanza facendomi rabbrividire. Mentre sto per chiudere, sento dei gemiti. Esco in fretta sul ballatoio, scalza e con la t-shirt che uso per dormire. Un bagliore proviene dalla finestra dei vicini e illumina il legno del pavimento. Gli scuri sono semiaperti, mi avvicino piano. Frammenti di corpi nudi entrano ed escono dal campo visivo della finestra, nella penombra di una lampada schermata da una sottoveste. Se guardo l’immagine riflessa nel vetro posso aggiungere alla scena il viso di lei, una ragazza con i capelli corti e il viso affilato. Ha gli occhi chiusi e un’espressione beata. Di lui vedo i piedi, le gambe, il culo: sono rinsecchiti come quelli di un vecchio, ma deve essere bravo con la lingua perché lei gli dice sì, continua, ti prego. Sento i capezzoli turgidi sotto la maglietta e la voglia di toccarmi. Infilo le dita nelle mutandine, vorrei essere leccata anch’io. Guardo il viso di lei mentre gode, non finisce mai e io continuo.
Non mi accorgo che lui si è alzato e si è avvicinato alla finestra. Mi fissa negli occhi, poi mi guarda il seno mezzo scoperto, la mano nascosta tra le cosce. Non riesco ad allontanarmi, non è poi così vecchio e ha un sesso invitante. Sorride e inclina il vetro della finestra in modo che io possa vedere meglio.
Lei è in ginocchio, ha il corpo scattante, il tatuaggio di una rosa sul petto. Ha i capezzoli prominenti, me li sento puntati addosso mentre pizzico i miei e continuo a masturbarmi. Lui si avvicina al letto e con la mano recupera l’erezione. Quando lei lo prende in bocca, i tratti del viso si ammorbidiscono, come se gustasse un vino liquoroso. Intanto si accarezza, con movimenti pigri, così diversi da quelli per lui. Godo insieme a loro, una scarica di piacere così violento che mi costringe a chiudere gli occhi e ad appoggiarmi al muro. Quando guardo di nuovo, la finestra è chiusa, le tende tirate. Dietro le mie spalle la città si sta risvegliando, il sole del mattino disegna una striscia di luce che arriva fino alla porta del mio appartamento.
Trascorro la giornata galleggiando intontita tra un’attività e l’altra, il corpo appagato e la mente svuotata. Quando ritorno a casa, la sera, le scarpe non ci sono e gli scuri sigillano le finestre.
Ceno con la tivù spenta, davanti alla solita parete. Ho dimenticato di fare la spesa, mastico controvoglia due cracker e un po’ di parmigiano.
Sento dei passi sul ballatoio, ma non si fermano davanti all’appartamento dei vicini. Qualcuno bussa alla mia porta. Quando apro, sono in piedi uno accanto all’altra. Nessuno dei tre sa cosa dire, dove guardare. L’occhio mi cade sulle scarpe stringate, sulle ballerine fucsia, poi si infila nella scollatura della blusa, nello spazio tra il pomo d’Adamo e la camicia sbottonata. Lui indugia sul mio seno, lei si aggiusta la gonna sui fianchi, poi accennano al tavolo alle mie spalle. No, non mi disturbate, stavo solo sbocconcellando qualcosa. Bella l’idea di una cenetta in compagnia, mi preparo in un attimo.
Un racconto di Deborah Foss

