Il reparto infanzia è una tappa obbligata se voglio arrivare a quello dei detersivi. Attraversarlo è faticoso quanto una corsa a ostacoli. Non ci sono aste, ma passeggini, carrelli e genitori da scavalcare. Questi ultimi sono i peggiori. Imbalsamati in mezzo alla corsia, con lo sguardo verso i ciucci alla ricerca di quello migliore per le esigenze del neonato che strepita giù, accanto a loro, sofferente nell’incastro delle bretelle. Non c’è verso di placare il pianto. Non basterà prenderlo in braccio, dargli il biberon o intrattenerlo con qualche stupido verso o gioco da parte di chi con fatica proverà a farsi strada lungo il corridoio. Lui continuerà a urlare e quelle urla ti martelleranno nella testa per il resto della giornata. Lo faranno quando sceglierai il detersivo che cercavi, nella corsia più avanti; le sentirai ancora quando selezionerai le albicocche più mature, come piacciono a Carlo, e poi ancora quando ti rimetterai in macchina per tornare a casa da sola. Le ultime analisi stropicciate nella borsa che pesano più dei chili di frutta nelle buste. Le sentirai divampare ancora nel silenzio della cucina, quando tirerai fuori la spesa e di biberon e ciucci non ci sarà traccia. È quello che succede da mesi, del resto. Non ti pentirai di aver chiesto ai responsabili del supermercato il divieto d’accesso ai passeggini, visti gli spazi poco agevoli, piuttosto ti sentirai anche legittimata nell’aver protestato contro quei pianti incontrollati. Ti sentirai rispondere che sono bambini, è normale. Ma tu penserai ancora che no, non è normale. Con educazione ti verrà chiesto di non disturbare oltre e, con la testa alta e la gola dolente, continuerai a svuotare il carrello, incurante degli sguardi sprezzanti degli altri clienti. Quando, infine, la donna con il passeggino dietro di te urterà la tua gamba, tu crederai che l’abbia fatto di proposito e le urlerai che è una stronza. Darai un calcio al passeggino facendo piangere il neonato dentro. Lei si scuserà, ma tu non accetterai alcuna scusa, perché neppure tutte le scuse di tutte le mamme del mondo potranno mai essere abbastanza per te.
Quando Carlo torna a casa, lo sa che hai di nuovo dato di matto. Non dice niente, ma ti guarda in quel modo che tu sola sai che significa. Gli dici che stai bene. E lui ti dice ma guardati, ti tremano le mani. Tu abbassi lo sguardo e ti accorgi di aver rovesciato l’acqua sul bancone della cucina. Posi il bicchiere, chiudi gli occhi e chiedi a Carlo che diavolo voglia da te. I risultati delle analisi, ovviamente. Tiri fuori dalla borsa i fogli e glieli lanci. Lui legge ad alta voce, ma non capisce niente. Non capisce mai un cazzo, Carlo. La riserva ovarica è troppo bassa per qualsiasi tentativo, gli spieghi, perderemmo solo tempo. Quindi che si fa, ti chiede, e tu lo guardi, ma in realtà vorresti ucciderlo. Niente, che cazzo vuoi fare. Continuiamo a vivere la nostra vita di merda così com’è.
Però, tutti i giorni per un anno, torni allo stesso supermercato. Fai la spesa tutti i giorni e tutti i giorni litighi con quei passeggini del cazzo. Da un paio di mesi hanno persino ampliato il reparto, i passeggini e i genitori e i neonati urlanti sono raddoppiati. Piangono, strepitano, ridono facendo tremare gli scaffali e tu temi che possano crollarti addosso da un momento all’altro. Non è possibile, bisogna fare qualcosa, reclami per l’ennesima volta con il responsabile. Ti suggerisce di cambiare negozio. Non lo fai. Invece, cominci a farti giustizia da sola. Inizi con qualche spintarella a un passeggino, poi a una bimba tenuta per mano dalla madre, che perde l’equilibrio e cade, raccogli un ciuccio perso da un altro bambino e lo intaschi. Il poppante si sporge dal passeggino, ti guarda in attesa e tu gli ridi in faccia. E lo fai decine di volte, cleptomania che ripaga ogni torto. Alla tua nuova collezione dedichi un angolo del ripostiglio, tanto Carlo non ci va mai.
Le mamme iniziano a lamentarsi con la direzione del supermercato. Tu te la ridi e nel frattempo arricchisci la tua raccolta con gli ultimi modelli di biberon. Sei talmente soddisfatta dei tuoi furti che quando, alla cena di Natale di quello stesso anno, tua cognata annuncia «Sono incinta» e tutti scoppiano di gioia, tu prendi il coltello, vorresti bucarle la pancia per prenderti quello che ti spetta, che è tuo di diritto e che lei ti ha rubato, ma più grande è la paura che lei possa prenderti i ciucci e i biberon che hai conservato con tanta cura. Allora corri nel ripostiglio, ti eleggi unica custode degna di vegliare sulla sacralità dei reperti, chiudi la porta a chiave e decidi di non uscire mai più dal tuo museo.
Quando le testate locali racconteranno della tua morte scriveranno: morta d’invidia.
Un racconto di Francesca Barracca

