Il geometra Pablo Piccione li chiamava anche farabutti, delinquenti e rottinculo.
Gli si ghiacciò la nuca quando Licia grugnì:
«Carpaccio di capesante. E gamberoni. Alla griglia.»
Festeggiavano l’anniversario. Tuttavia, secondo Pablo, tre anni di fornicazione monogama non meritavano l’esosa mattanza crostacea.
Per distrarsi, pregustò la fellatio gratuita del dopocena. Attese il gonfiore dell’erezione preparatrice. Niente. Ventinove euro per un piatto di gusci erano un affronto troppo grande, anche per il suo pene. Uccidevano la libidine.
Licia placcò un cameriere e ordinò una porzione di patatine fritte. Aveva saltato il pranzo. Pablo sospettò volesse spillargli denari, misurare il successo della loro relazione a botte di pietanze, una via l’altra.
Finché, afflitta da fame primitiva, Licia gettò un’occhiata languida al carrello dei dolci.
«Posso avere la lista?»
Pablo la lesse indignato. Per un dessert da sette euro e cinquanta, si aspettava una bionda con le bocce di fuori che lo imboccasse e gli leccasse l’orecchio. Ingollò un sorso di Chardonnay, tiepido come camomilla. Tamburellò sul tavolo, al ritmo di Vivaldi, filodiffuso nella sala.
Licia affondò la forchetta in un bignè, che sparò fuori il gelato alla panna.
«Sono incinta.»
Mostruose cifre a multipli zeri si pararono davanti alle palpebre del Piccione fecondatore. I violini dell’Estate stridettero.
«In che senso? Hai quarantacinque anni.»
La gravida allontanò la sedia dal tavolo, si alzò e abbandonò Pablo, che domandò il conto e aggiunse:
«Me lo metta nella stagnola.»
Guidò verso casa con una palla di profiterole liquefatta in grembo. Svelto come un addetto al trasporto di organi vitali, mise al fresco l’avanzo. L’avrebbe mangiato a colazione.
La cucina era avvolta in un buio violaceo. Pablo risparmiava su luce e climatizzazione. Nel tempo, aveva imparato a muoversi come un gufo e sviluppato una termoregolazione degna di un San Bernardo. Ci aveva rimesso un alluce e una bronchite. Quando riceveva la bolletta, si gloriava delle ferite riportate nella lotta ai rincari.
Se non fosse che, contemplando il bianco del frigorifero, al cospetto dell’acqua del sindaco travasata nelle bottiglie di Ferrarelle, Pablo sentì che le budella gli si attorcigliavano.
Licia lo aveva lasciato. Dove la trovava, alla sua età, un’altra così pulita?
Aveva già seppellito i suoi vecchi, Pablo. Nessuno lo avrebbe compianto. Sarebbe morto solo e abbandonato. Il presagio del proprio funerale lo terrificò. Trascorse un’ora in piedi, la faccia intirizzita dalla brezza del Rex spalancato, fattosi confessionale.
Pablo non aveva amici. Solo conoscenti. Rifuggiva i tornei di calcetto per non pagare il campo, gli inviti a teatro per le salatissime poltrone, le mangiate con la scusa delle coliche renali, le trasferte dei tifosi del Milan perché la benzina non valeva la candela della distanza. Aveva rinunciato persino a fare il padre. Alla propria discendenza. L’ultima possibilità di riscattarsi.
Dicono che bisogna raschiare il fondo del barile, prima di tornare a galla.
Pablo telefonò a sua sorella, che non rispose. Giocava al torneo di briscola al Circolo delle mogli dei reduci.
Chiamò Licia, che riappese. Fumava davanti ai Bellissimi di Retequattro, con una mano sulla pancia e un gran senso di colpa per il feto affumicato.
Il Piccione si appisolò sul divano. Un esercito di aragoste minacciò di divorarlo. Si svegliò trafitto dal sole. Gli servivano dei fiori.
Mentre metteva le calze al rovescio, com’era sua abitudine per fare meno lavatrici, si domandò quanto costasse un mazzo di rose. Prese un paio di forbici e uscì.
S’immerse in un campo di erba medica. Color giallo pulcino, dall’odore mieloso, nauseabondo e confortante. Recise qualche gambo. Scese in un fosso secco, nel cui letto crescevano i gigli selvatici. Raggiunse un bosco di robinie e allori. Al bouquet per Licia mancava un po’ di verde.
Pablo avrebbe implorato perdono. Con le mani tremanti in quelle morbide di lei, commosso, avrebbe domandato di quanti mesi era.
«Dammi il portafogli, stronzo.»
Pablo si voltò in direzione della voce.
«Non ce l’ho.»
Era vero. Usciva sempre senza. Per non scialacquare.
Il tizio era quadrato. Muoveva occhi rapidi, sporgenti, da corvo. La pelle delle sue guance, color candela della chiesa, guizzava. Allungò le unghie.
«Sfigato.»
Pablo sorrise. Non temeva nulla. La consapevolezza gli faceva da scudo.
«Lo ero. Fino a ieri sera. Poi ho scoperto che mi nasce un figlio.»
Il toro agguantò Pablo per il collo. Lo spinse contro un albero. Gli premette la guancia destra sulla corteccia. Pablo scorse una fila di formiche intente a risalire il tronco. Percepì la loro fatica, la smisurata varietà del cosmo, le occasioni sprecate. Inalò l’odore aspro della resina.
Lo trovarono tre giorni dopo, steso sulla schiena, la faccia maciullata e abbronzata, un mazzo di fiori di campo secchi sul torace. Era tutto nudo.
«Ladri» commentò un agente della locale tappandosi il naso. «Lo hanno ripulito.»
«Ruberebbero anche l’anima alla loro madre» fece il collega.
Si strofinò una scarpa impolverata sul pantalone dell’uniforme e gettò un mozzicone oltre il corpo.
Giunse l’ambulanza. A sirene spente, come si usa con i morti certi. Solo le sospensioni del veicolo, che sobbalzava sulla terra gibbosa della campagna, infrangevano il silenzio.
Un racconto di Ilaria Gremizzi

