«Pizzeria Marina, sì, chiudiamo tra poco. No, quello è un vecchio volantino.»
Passo lo straccio sul tavolo incrociando lo sguardo delle ultime clienti di stasera: le petòneghe. Mi studiano con disgusto ogni volta che entro nel loro campo visivo.
Valeria continua a parlare al telefono: «Quell’offerta non c’è più, mi dispiace.»
Fra le tre arpie, riconosco la mia vicina di casa, addobbata peggio di un albero di Natale. Ambra, Anna… non vedendola da anni manco ricordo il nome. Forse Alba.
Mi sforzo di tenere la bocca chiusa e ferma. Mi avvicino e passo una mano sulla fronte per asciugare il sudore: «Vi serve altro?»
«Prima lavati le mani, poi ne possiamo parlare» dice lei, provocando l’imbarazzo delle altre due. Rispondo deciso al suo sguardo sfidante ma le dita mi tradiscono in una serie di spasmi nervosi. Raggiungo il lavandino in cucina quando sento una di loro dire, neanche a bassa voce: «Di solito il sabato c’è l’altro cameriere, quello bello.»
«Ah, Cristiano, il figlio della Nunzia!» aggiunge l’altra.
«Sì, strano… anche perché ‘sto qui studiava in America fino a poco tempo fa.»
Le mie orecchie si fanno a sventola.
«America? Dove?»
«Albuquerque, mi pare.»
Quella a destra tira un sussulto: «Nel New Mexico? Esotico!»
Alba ribatte: «No, no, è andato in America, non in Messico.»
Valeria è ancora al telefono: «Guarda, tesoro, non so che tipo di latte venga usato nelle mozzarelle. Aspetta che chiedo.»
La guardo, mi guarda: «È latte di mucca?»
Dopo un attimo di silenzio, mi volto nuovamente verso il tavolo.
«Sì, anche il mio collega conferma che il latte usato è probabilmente di mucca. Sì, sì, mucca italianissima! Non posso farti avere il certificato, no.»
Le petòneghe spettegolano guardandomi con la coda dell’occhio. Quella a sinistra, con dei boccoli biondi cotonatissimi e degli orecchini kitsch accecanti, sussurra: «Ha un bel viso ma non sorride mai.»
«Pota, è il figlio della Stefania,» mormora Alba, «la mia vicina di casa, la musona.»
«Quella tozza?»
«Sì. Stefania la tozza musona.»
Sto perdendo il controllo delle mani, delle labbra, dello sguardo. Qualcuno si sta impossessando del mio corpo.
«Non cura più il giardino. Le foglie dei suoi alberi continuano a cadere nel mio.»
«Mica ha appena perso il marito, la Stefania?»
La possessione fa il suo corso. Sono un burattino maldestro, inciampo in avanti e le interrompo: «Vi serve altro?»
Le loro facce si pietrificano ma Alba riesce a rianimarsi abbastanza in fretta: «Tre caffè. Dì alla Valeria di venire a salutare.»
Raggiungo il retro del bancone.
«Vogliono il limoncello» risponde lei senza guardarmi. Si slaccia il grembiule: «Portaglielo, io me ne vado.»
Le faccio notare che mancano dieci minuti. Lei, di tutta risposta, si accarezza i capelli: «Ho una festa, voglio uscire prima per darmi una sistemata.»
«E io ho tanta voglia di cagare nel mio cesso, Valeria. Mi vedi dentro o fuori dalla pizzeria?»
Metto i caffè e la bottiglia di limoncello sul vassoio e raggiungo il tavolo.
«Ho capito che ha perso da poco il papà, che è finito a fare il cameriere,» spiega Alba, «però deve sorridere un po’. Tutti abbiamo i nostri problemi.»
«Ah, sì, sì, verissimo. Abbiamo tutti i nostri problemi!» rispondono le altre in coro.
Alba procede imperterrita nella sua crociata: «Tutti ‘sti giovani che cercano di scappare dall’Italia… solo perché sanno di non essere abbastanza brillanti per rimanere qua.»
«Hai ragione,» interviene la bionda, «guardate il mio Carlo, segue i passi del padre in banca. Un indeterminato a vent’anni!»
Sto per vomitare acido ma mi limito ad aprire la bocca: «Valeria è impegnata. Vi serve altro?»
Non faccio in tempo ad appoggiare il vassoio che Alba si schiarisce la gola: «Sbaglio o ti sei allargato in America?»
Riconosco il burattinaio. Con una calma metodica, mio padre sposta la bottiglia di limoncello di fronte alla bionda. Afferra il vassoio e lo rovescia addosso alle tre arpie. Le tazzine precipitano a terra.
Mi manca papà, è bello farlo entrare in me. Prende il vassoio con due mani, con la precisione di Picasso riesce a colpire Alba in pieno volto. Cade dalla sedia con le braccia in aria. Papà afferra la bottiglia di limoncello, la spacca sul tavolo. Ciottoli freddi esplodono sul pavimento, sono una manciata di coriandoli.
Mi avvicino ad Alba, Asia, Ambra. Alla stronza insomma. Mi metto sopra di lei. Stravolta e con una guancia bordeaux, tiene gli occhi fissi sulla bottiglia di limoncello. Appiccicosa, come il suo sguardo su di me, ma gelida, come la reincarnazione iraconda a cui mi sono prestato.
«Vi serve altro?» le sussurro mentre prova a rialzarsi. Con un piede le schiaccio il polso. Le sue due amiche sono ormai fuori dalla porta. C’è un silenzio sacro, irreale, paralizzante. Valeria rimane alle mie spalle, non interviene. Mi accovaccio e rovescio il limoncello rimanente sul vestito di Alba, a mo’ di benzina. Lei prova a urlare qualcosa, ma la voce le muore in gola.
«Niente?» chiedo tra i vari tremolii del mio corpo.
Appoggio la bottiglia scheggiata sulla sua gola: «Meglio così, stiamo chiudendo.»
Lascio cadere l’arma. Mi tolgo il grembiule, calpesto il vetro che costella le mattonelle. Papà mi abbandona di nuovo, torno solo nella mia testa. Le dita smettono di muoversi, gli occhi mi si spengono.
Mi giro verso Valeria: «Alla fine la pizza l’ha ordinata?»
«Chi?»
«Il tipo al telefono.»
«No,» risponde stizzita, «ha chiesto se usiamo mozzarelle con latte di Marinella o no.»
Rido, strusciando le mani inzuccherate sui pantaloni: «La gente sta male.»
«Ma né?»
Un racconto di Mauro Colarieti

