Per ammazzare un uomo bastano una sera d’estate e un mal di testa.
Stavo disteso sul divano del salotto dei miei genitori. La testa mi pulsava per il dolore. L’emicrania c’era da una settimana, ormai. Un fastidio sempre uguale, sempre freddo. Una sensazione che passa soltanto quando butti giù un OKI.
Avevo già preso un OKI quella sera, quindi ero a corto di idee.
Meglio accendere la TV.
Tiro fuori il telecomando e lo punto verso lo schermo.
“Nel nome di Moloch, io ti ucc…!”. Rai 4 propone un horror. Meglio di no.
“Gli elefanti più anziani, capendo che è arrivata la loro ora…”. Alberto Angela. Passo.
Magari sto morendo.
Certo, come no.
“Come dice, scusi?”.
“Ho detto che oggi sono la Morte”. Un western di quarant’anni fa.
La testa mi frulla. Il dolore è diventato più forte, più reale. Fuori dalla porta, nel giardino, i grilli friniscono sopra sottili fili d’erba.
Forse sto davvero per morire.
Ah! Morire di mal di testa, questa è bella.
“Dammi i soldi!”. Tre colpi di revolver, panico nel saloon.
Spengo. Non riesco a pensare.
“Okay, okay. Questa è l’ultima però”. Il deejay del lido vicino casa si avvia alla chiusura:
Una rotonda sul mare, il nostro disco che suona
vedo gli amici ballare, ma tu non sei qui con me.
Lei non mi ha scritto neanche oggi. Riaccendo la TV. Faccio zapping. Niente di bello. Per sfinimento mi fermo su un documentario dedicato a Vittorio Gassman. Un critico parla del suo ultimo film, Tolgo il disturbo: “È la sua migliore interpretazione. Il suo testamento attoriale.”
“Mio padre, come ultimo desiderio, voleva essere impagliato”, ora è Alessandro Gassman a parlare. “Voleva che lo esponessimo all’ingresso della nostra casa per spaventare chi entrava”. Ride, “Ovviamente non l’abbiamo accontentato”.
Sullo schermo, un desolato Vittorio Gassman balla un valzer sul lungolago di Stresa. “Si muore sempre da soli” secondo il critico.
Guardo il cellulare: l’una e cinquantotto. Nessun messaggio. Sicuramente non mi scriverà. La luce del telefono è troppa. Lo spengo.
E se stessi davvero per morire?
I grilli non la smettono di cantare e le pareti sono così sottili che riesco a sentirli come se fossero accanto a me. La musica è finita. Soffia una brezza che fa sbattere una persiana.
Morirò. Io questa notte morirò.
È una frase che a dirla lascia un po’ di serenità. Sdrammatizza. Ti fa credere di avere il controllo.
Dai, che cazzata.
Cambio canale. Una strage in Medio Oriente, in onda le immagini di un servizio di Al Jazeera. La testa ora è calda, come se stesse per esplodere.
Cambio di nuovo.
Violenza, sempre violenza. Delitti a Roma e indagini sullo stupro di Palermo. Sono da poco trapelati i nomi dei colpevoli, rischiano il linciaggio.
“Hai paura?”.
“Sì. Ma tanto ci vediamo dall’altra parte, no?”.
Ho cambiato di nuovo canale?
Una vecchia serie di fantascienza, forse. Non lo so, non voglio fermarmici. Pubblicità: un cartone animato in cui un gatto insegue una merendina antropomorfa. Il gatto sta morendo di fame, ma proprio non riesce ad afferrare quello snack che gli fa le pernacchie.
Le persiane sbattono ancora, pure la tenda si muove leggermente. I grilli sono impazziti.
Oddio, oddio.
La testa mi fa troppo male. Metto il televideo. No, meglio di no, il televideo va a braccetto con la morte. Gli unici che lo consultavano notte e giorno erano i miei nonni, che il cancro si è portato via la scorsa estate.
Mi devo rilassare.
Metto Rai 1. Sottovoce. Sono le due e trentadue.
“Hai paura di sognare?”, chiede Gigi Marzullo.
Un boato da fuori, sarà caduto un ramo. Il vento è fortissimo, com’è che i grilli friniscono ancora?
No no no, mi conosco. Mi sto ossessionando, devo smetterla di pensare alla morte.
Tiro fuori il cellulare. Il suo schermo troppo bianco adesso mi rassicura. Avere la forza di strizzare gli occhi, d’altronde, significa essere vivi. Apro la e-mail, apro Whatsapp, apro Instagram. Poi riparo su Wikipedia. Mi tranquillizza, ma cosa cercare? La faccia di Marzullo mi guarda. Vada per lui.
Digito il suo nome sulla barra di ricerca. Mi basta scrivere “Gig”. L’avevo già cercato in passato. Salto tutto, vado direttamente alla sezione “Vita privata”.
“Gigi Marzullo era fratello di Enzo Maria Marzullo, giornalista e critico d’arte trovato morto nel 2003, nella casa dei genitori, all’età di 42 anni” (la mia età, al rovescio).
Una leggera tachicardia.
I grilli si fanno silenziosi, come la TV. Il vento tace, e la testa pure.
“Gigi Marzullo ha il terrore della morte.”
Oddio.
“In una puntata di Verissimo ha dichiarato: Temo di morire, di addormentarmi sul divano mentre guardo la TV e non svegliarmi più. La morte è un’ingiustizia.”
Brividi freddi mi assalgono. Le viscere si muovono. Tremo come il giorno in cui sono nato. Un serpente mi risale il braccio, i peli si rizzano. Vorrei urlare, ma non riesco. Cri cri cri i grilli riprendono a frinire, le persiane di tutta la casa si avventano contro i vetri. La testa è un incendio, il cuore mi esce dal petto.
“Ancora una”, è il deejay:
Stalattiti sul soffitto i miei giorni con lei
Io la morte abbracciai
Stendo le gambe. Non devo chiudere gli occhi, non devo chiudere gli occhi. Chiuderli equivale a morire. Due dita sotto il mento. Se i battiti diventano troppi, proverò a gridare. Ora ho la certezza che morirò. Non sarà la vecchiaia a uccidermi, ma un telecomando, un cellulare e Marzullo insieme.
Sono le tre e undici.
“Svegliati, svegliati. Ma che hai?”.È mattino. Ho gli occhi spalancati. Due dita puntate in gola. Chi è che mi chiama?
Un racconto di Giorgio Ruffino

