Siamo bicchieri pure noi, penso, mentre il ragazzo bislungo del bar mi allunga il caffè al vetro che ho chiesto. Lo fa con un gesto rapido, meccanico. Quando si allontana metto due bustine di zucchero, giro, e butto giù tutto d’un fiato. Me lo aspettavo diverso il bar dell’ospedale. Non è un covo di persone tristi questo, non c’è dolore palpabile, né paura.
“Com’era il caffè?” mi chiede, quando entro nella stanza spoglia e fredda in cui è ricoverato da una settimana. Prova a cambiare posizione, si toglie le lenzuola di dosso. Prendo la sedia sghemba accanto al letto e mi siedo. Il suo respiro si è fatto irregolare. Ha il volto livido e le labbra secche.
“Faceva schifo” dico arricciando il naso. Un sorriso sdentato si fa spazio tra le guance sgualcite. Ho conosciuto mio nonno davanti a una tazza di caffè. A me il caffè non piace, ma quello che può accadere davanti a un caffè sì. Ogni giorno, dopo pranzo, lui mi aspetta sull’uscio della porta con la caffettiera pronta tra le mani. Quando arrivo la metto sul fuoco, mentre lui sistema con cura tazzine e cucchiaini. Quando è pronto ci sediamo in soggiorno, uno di fronte all’altra, lui sulla poltrona rossa, io sul divano. Mi racconta della prima volta che ha visto mia nonna, di come l’ha corteggiata, di come li ha fatti penare mio padre quando aveva la mia età. Le storie di mio nonno hanno l’odore del caffè appena estratto. La verità, non quella che per anni ho letto sui libri, ma quella della terra, ha la voce pastosa di mio nonno.
“Piove?” mi chiede alzando a fatica la testa dal cuscino.
“Non ancora. Forse più tardi.” Sposto lo sguardo verso la finestra. Fuori è quasi buio.
“Speriamo, mi concilia il sonno la pioggia.”
“Vuoi dormire un po’?”
“Il sonno è fratello della morte, Mariù.”
“Hai sentito l’infermiera? Ha detto che domani ti dimettono” fingo di ignorare le sue parole “significa che stai meglio.”
“Meglio, sì. Quel veleno là dentro servirà a qualcosa” dice, indicando la flebo di fisiologica che gli allevia il dolore.
“Quel veleno ti tiene in vita.”
“Tiene in vita a voi, no a me.”
“Quando torni a casa mi insegni a giocare a scala quaranta, hai capito?”
Dice di sì con la testa mentre cerca la mia mano e la stringe. L’uomo che mi ha insegnato a scioccare le noci, a dare un nome alle piante, a mangiare la frutta con la buccia è ora ridotto a un fantoccio. Scompare nel pigiama, scivola nel letto della stanza 103.
“Fai una cosa a nonno” dice con un filo di voce. “Suona.”
“Suono?”
“L’armonica mia. Mo’ è tua.”
“Dove sta?”
“Nella tasca dei pantaloni, prendila.”
L’armonica a bocca è il terzo polmone di mio nonno, l’unico che gli rimane adesso che ha gli altri due compromessi. Se ci penso bene, io di un tempo senza armonica non ho memoria. “Suona ca’ la vita è amara” mi ha detto un giorno davanti a una tazza di caffè. Suonava mentre guidava la Punto scassata, con buona pace di mia nonna, dopo pranzo tra un sorso di grappa e l’altro, prima di togliersi i calzini e coricarsi. Suonava quando giocava a carte e perdeva. Ha suonato anche la sera che è morto suo figlio.
Mi alzo, cerco i pantaloni ma non li trovo.
“Vedi là dentro” dice indicando la valigia accanto al letto “non me la ricordo più l’ultima volta che li ho portati.” Mentre cerco l’armonica, vedo nella valigia una cravatta blu e una camicia.
“E queste?”
“Anche la morte richiede decenza, o no? Mo’ però suona. Suona fino a che non m’addormento.”
Stringo l’armonica tra le dita, tra i denti. I suoi occhi piccoli si chiudono lentamente, dai miei cade una lacrima. Inizio a suonare per non sentire i miei pensieri, per cambiare i suoi. Spasmi saltuari scandiscono il passare dei minuti.
Solo quando si è addormentato, esco dalla stanza.
“Grazie per aver chiuso un occhio” dico all’infermiera, che mi guarda e poi mi abbraccia.
Il giorno dopo non lo dimettono. Durante la notte ha avuto una crisi respiratoria e deve rimanere in osservazione per qualche giorno. Le sue condizioni si sono aggravate, i polmoni sono palloncini d’acqua sul punto di esplodere. Quando arrivo in ospedale mi fermo al bar. Un medico con le mani affusolate sta gesticolando al ragazzo bislungo. Mi avvicino. Vorrebbe partire per l’estate, andare in Grecia, ma non sa quale isola scegliere. Provo a distendere i nervi, tiro su le maniche della camicia.
“Mi scusi” provo una volta, ma la voce del medico mi sovrasta. “Mi scusi vorrei due caffè da asporto, per favore” dico, stranita.
Il ragazzo chiude la cassa e prepara i caffè, il medico si è dileguato.
Sto uscendo dall’ascensore quando squilla il telefono. È mia madre. Dove stai, ah all’ospedale, quindi già lo sai, no, come te lo dico a mamma, è finita?, sì, è finita, nonno non c’è più.
Nonno non c’è più.
Percorro il corridoio lentamente, cercando di non far cadere il caffè. L’odore pungente di ospedale mi entra prepotente nelle narici. Quando entro nella stanza 103 il corpo giace immobile, ancora caldo. Non c’è la camicia bianca, non c’è la cravatta. C’è solo mio nonno che si è addormentato e non si sveglia più.
Siamo come bicchieri, penso, mentre bagno le sue labbra con il caffè. Veniamo maneggiati, usati, impiastrati e poi portati via, puliti, rimessi a nuovo finché un giorno, compromessi, invecchiati dal tempo, ci ritroviamo nella dispensa, al buio e nella polvere, mentre la tavola continua a essere imbandita ogni giorno, e di noi non c’è più traccia.
Un racconto di Caterina Nori


Bello. Complimenti. Bella l’immagine della tavola che continua a essere imbandita, il vestito già pronto in valigia, il rimandare a domani qualcosa che si vorrebbe ancora fare… Caffè al vetro non lo avevo mai sentito? Significa Caffè in bicchiere? O come dicono a Trieste “capo in B? Anche il ritmo trovo che sia ben dosato. Mi hai fatto emozionare.