BESTIARIO FERIALE: RHIZOSTOMA VITREA

Ora, nello specchio di mare, di fronte al paese abbandonato di S., non galleggia più nulla.

Ma quando il golfo era ancora abitato l’apparizione di centinaia di cupolette iridescenti nelle acque di un mattino d’estate destò sorpresa. Sparse e silenziose riflettevano la luce come prismi arrotondati.

La medusa di Jacobi-Caglieris o medusa di vetro è una cnidaria innocua che trascorre immobile tutta la sua esistenza. I tentacoli e il corpo sono costituiti da una sostanza chitinosa, rigida e trasparente che le fa assomigliare a enormi lampadari di cristallo. Ogni medusa ha una forma specifica, come si fosse congelata mentre accompagnava il movimento delle onde. Si ritiene che crescano di qualche millimetro l’anno, come stalattiti nell’acqua e che le più grandi possano essere vissute per secoli. Di questo animale vitreo sono sconosciuti il modo di nutrirsi, di riprodursi, di regolare la temperatura e di morire. È talmente rara che per molto tempo la si è considerata solo una leggenda.

Quel mattino la spiaggia fu invasa dai curiosi. Un vecchio, che aveva raggiunto il paese di S. per porre fine alla propria esistenza, si spogliò e con la calma dei vecchi scese in acqua. Nuotò fino al branco e si lasciò circondare. La testa barbuta, i capelli lunghi in mezzo alle magie di luce e rifrazione fu lo spettacolo più fotografato della stagione. Accarezzò una delle cupole e si guardò la mano. Niente, non un’irritazione, non un segno o una luminescenza. Restò a lungo in mezzo agli animali immobili finché, stanco, si spinse a riva.

Fu subito emulato.

Solo i primi tre o quattro nuotatori riuscirono a mantenere un atteggiamento cauto. Poi la curiosità prese il sopravvento. Cominciò un lento e inesorabile allagamento umano del golfo che si trasformò in una piscina affollata e chiassosa. Dopo gli approcci timidi intere famiglie si contesero gli esemplari più grandi per le foto di gruppo. Alcune signore abbracciarono le creature perché le energie positive degli esseri cangianti si trasferissero. Questo è meglio delle piramidi, concordarono. L’acqua ribollì di entusiasmo. I nuotatori persero ogni delicatezza e si lasciarono andare a giochi, risate e scherzi.

In seguito, l’inchiesta non riuscì ad appurare chi diede il via alla tragedia: nessuno era emerso dall’acqua a testimoniare. Una grande medusa di vetro, vecchia di diversi secoli, fu sollevata oltre la superficie, pencolò sui lunghi tentacoli e cadde su un esemplare più piccolo. Un rintocco sonoro e possente, una nota piena e perfetta, fece increspare la superficie del mare. Per un momento i bagnanti rimasero sorpresi di una tale potenza. La gente immersa ritrovò la timidezza verso quelle creature sontuose. Un’esitazione che forse avrebbe potuto salvare loro la vita. E invece ricominciarono a giocare con le bestie indifese. 

Da terra altre persone si denudarono e si immersero. Seminudi nell’acqua, uomini e donne circondati dalla meraviglia, si sentirono un’umanità uguale, fraterna, libera. Il gioco continuò per diversi minuti. Poi una nota stridente ferì l’udito dei bagnanti, salendo fino ad assordare gli astanti affacciati dalle colline.

Cazzo, si è rotta.

Accanto a tre adolescenti, che tenevano alta una medusa longilinea, galleggiava un tentacolo. Per gioco un giovane innamorato spinse il tentacolo verso una ragazza. Lei, fingendo ribrezzo, lo respinse. Il ragazzo non proseguì il gioco amoroso. Guardava la ragazza livida in volto, immobile nel corpo. Dalla mano le mancavano tre dita, una fontanella di sangue diluito le correva lungo l’avambraccio. Cominciò a gridare. La folla, invece di allontanarsi, si avvicinò al teatro dell’accaduto mentre il sangue arrossava i dintorni della giovane. Ignorato da tutti, il tentacolo affilato andò a scontrarsi con un’altra medusa che si spezzò e si scompose in numerosi frammenti. Le schegge sfiorarono bagnanti e meduse, aprendo perfette orribili ferite negli uni, provocando incrinature e collassi nelle altre. In brevissimo tempo centinaia, forse migliaia di lame galleggianti e taglienti fecero scempio di carni diversamente abbronzate. Il panico fu il motore di un enorme frullatore marino.

In breve tempo il golfo fu un brodo rosato di parti umane e lamenti. Trenta secondi, forse meno, e la calma tornò sull’acqua. A terra centinaia di spettatori restarono impietriti fin quando orecchie, dita, nasi, ginocchia dei loro simili cominciarono ad arenarsi sulla spiaggia. Insieme ai pezzi di parenti e amici arrivarono anche i frammenti taglienti e i soccorritori persero falangi e altri arti prima di desistere.

Mentre il lento movimento delle onde continuava l’azione di trituramento, la notte i turisti abbandonarono il paese. Il giorno dopo si allontanarono anche i soccorritori. In poco meno di una settimana il paese, il golfo, la costa furono abbandonati. Lo sono tutt’ora. Nel paese di S. è rimasto solo il vecchio, unico uomo al mondo, ancora in vita, ad aver accarezzato una medusa di vetro.

Un racconto di Livio Milanesio

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