C’è un letto sfatto e un russare grave, un rantolo di muco incastrato in un sogno. C’è una donna sdraiata: occhi aperti e vestaglia. Ci sono delle macchiette rosse sulla schiena del bambino al suo fianco.
La donna avvicina una mano ai boccoli sparsi sul cuscino, li sfiora, accarezza l’aria che li circonda; chiude le dita a becco di uccello, afferra un lembo della maglietta e lo abbassa sopra il fianco scoperto. Strofina le occhiaie dietro uno sbadiglio e rotola sul letto, scivola carponi sul pavimento ingombro di giocattoli e, un piede dopo l’altro, tra una papera di gomma e una sedia a dondolo, si tira su. Stringe la cintura della vestaglia sul petto stropicciato e osserva il bambino: candido, nel mezzo del letto matrimoniale di cui si è appropriato scalciando i genitori e le ninne-nanne svogliate. È perfetto. Si è addormentato.
L’uscio cigola sotto i passi di un uomo con le scarpe lucide; l’uomo oltrepassa la soglia, porge un cappotto alla donna e le fa segno di seguirlo. Lei posa una mano sulla fronte del bimbo, solleva lo sguardo e scuote la testa. L’uomo poggia il cappotto ai piedi del letto e indica l’ora che lampeggia sul comodino; la donna si è già voltata, ha raggiunto la finestra, e chiude le tende su un giorno non ancora vecchio.
L’uomo abbandona la stanza. La donna crolla sul dondolio della sedia.
Sbircia il marito al volante e le pare ringiovanito, come se il fatto di viaggiare soli lo riportasse indietro nel tempo. Gli accarezza la mano che vibra sul cambio e si lascia cullare dal movimento dell’automobile.
Arrivano che sembra già notte. La schiena della receptionist spiega le regole del Love Hotel mentre li accompagna in camera. La seguono nell’aria densa come sciroppo del corridoio lungo e torto – porte chiuse, socchiuse, porte aperte – fino a una stanza che da fuori pare uguale alle altre.
Il marito infila la mano in tasca ed estrae il cellulare, che si illumina del sorriso di un bambino con le braccia spalancate, pronto a oltrepassare il vetro. Al padre basta premere un tasto: spegne il telefono; e il figlio scompare dietro lo schermo nero.
L’uomo e la donna varcano la soglia.
Un odore al neon rosso di ciliegia avvolge la camera e si insinua tra le ombre delle tende a baldacchino che circondano il letto.
L’uomo sfila il cappotto alla donna e lo lascia cadere; infila le mani sotto la vestaglia e le accarezza i seni nudi. La donna apre la tenda rossa del baldacchino e si sdraia a pancia in sotto sul letto liscio, divarica le gambe, e aspetta.
Lo sente spogliarsi in fretta, sfilarle con calma le mutandine, e stendersi sopra di lei: petto contro schiena, corpo su corpo, occhi che non si vedono.
All’inizio sembra una scena già vissuta: i sessi che si sfregano, i fluidi che si mescolano, le geometrie che si ripetono. Poi la scena cambia: lei si solleva, strattona l’uomo, lo ribalta; gli striscia sopra, una gamba dopo l’altra; lo immobilizza, gli tiene i polsi e lo trascina dentro di sé. E allora è di nuovo lui che si rigira, la sovrasta, si impone con gli affondi del corpo. E poi ancora lei che si batte, lo spinge via, gli monta sopra. Rotolano, si mescolano, combattono e si abbracciano, e ricominciano: donna, uomo; uomo, donna.
Il piacere di lei è un punto che vibra in mezzo alle cosce e si trasforma in tremore che le attraversa il corpo – quanto tempo è passato? – un groviglio di mani sconosciute accompagna il tremore e ne detta il ritmo – di chi sono quelle mani? – veloce, lento, veloce – di chi è il corpo che scalcia e ansima con il suo? – corde pizzicate e tamburi che battono – dov’è finito il suo uomo? Se ne è andato o è stato spinto fuori dal letto?
La corda si tende su una nota grave, i tamburi vibrano sul respiro affannato, e lei precipita. Ma invece del vuoto, trova il pavimento; si sente rimbalzare su un suolo che pare fatto di gomma: una, due, tre volte, sempre più veloce, più in alto. Un sibilo acuto e stonato le rimbomba nelle orecchie.
La stanza ora puzza di un odore che alla donna sembra familiare, come chili di pannolini usati sparsi tra i resti del pranzo della domenica. Si sente soffocare, vorrebbe divincolarsi, coprirsi il naso; ma qualcuno glielo impedisce: la tiene ferma, monta sopra di lei, e la schiaccia, tra l’odore di merda e le coperte; la stringe, la tira, poi la bacia, la coccola, e di nuovo la succhia, la schiaffeggia. Lei è paralizzata, impotente. Non ha più forza, non ha più volontà: si sente in balìa di questo essere che la blocca, che si è impossessato di lei, che ha preso il posto del marito, e che ora le entra dentro. Ma è una penetrazione che non lacera, non riempie; è un fastidio; sembra un esserino minuscolo che si dimena nella vagina, avanti e indietro; un girino che fugge, un giocattolino inceppato che sbatte, avanti e indietro. Un pene in miniatura. Avanti e indietro. Il pene di un bambino. Basta. Intravede i boccoli, le macchie di ciliegia, l’odore di morbillo. Basta. Sente il girino risalire: si infila nelle orecchie, spinge sulle tempie, le scava gli occhi. Basta. Qua-qua-qua, strombetta, qua-qua-qua. Basta. Mamma, chiama e preme, mamma mamma.
Sobbalza. Il freddo del pavimento sotto i piedi blocca il dondolio; un paio di dita calde premono sugli occhi chiusi. Le dita sollevano le palpebre, «Mamma, mamma», raccolgono la papera da sotto la sedia e la strizzano; strombetta tra le macchie rosse delle manine; «Mamma, mi sono addormentato».
Un racconto di Sara Djelveh

