Ho perso la voce di mamma.
È successo questo, che me ne stavo acquattato da solo, nella cuccia, ad ascoltare la sua voce. Poi sono entrati con le sirene e mi hanno portato via. Così ho perso la sua voce che stava nel cellulare.
Lì dentro c’erano le foto e i vocali. C’era anche il suo ultimo compleanno, quel video con la torta di fragole e tanta panna.
Ho perso solo la voce, mamma no. Lei se ne stava stesa da cinque numero-giorni di fronte a me e io non la muovevo perché dormiva e dormiva. Accanto avevo messo anche zio e gli ho tirato la lingua di fuori, verso mamma, proprio come piaceva a lui quando veniva a trovarci. Ora non dice più, sputandomi sopra, che sono un cane-a-due-zampe-reietto-sociale. Parlava proprio così, con in mano una bottiglia, appiccicando le parole, caneaduezampereiettosociale.
Sono grande, ma zio ripeteva che sono rimasto a cinque numero-anni.
Apro la mano e conto. Tre, sette, cinque. Ecco, cinque.
A me piace, il cinque. Mamma diceva “dammi il cinque”, oppure “ecco i biscotti, ma solo cinque”. E io li trangugiavo tutti insieme come la Cana Bau.
C’erano altri numeri che piacevano a mamma.
Per esempio quando facevamo gli esercizi, assieme, il pomeriggio, dopo che mamma tornava da lavasciuga appartamenti. Giocavamo a “Domanda/Risposta”, come voleva l’addestratore. Funzionava così: seduti di fronte, io legato come la Cana. Mamma prendeva una matita gialla, una rossa e una blu. Poi diceva: “Chiedimelo, quante matite ha mamma?”
“Cinque”, rispondevo, con la bava alla bocca che mi colava mentre guardavo i biscotti Bau.
Mamma diceva “Uff” e alzava gli occhi al cielo. Ma poi mi guardava e diceva: “Sono tre, tre matite, amore mio”. Quel giorno a mamma non doveva piacergli il cinque.
Poi si stancava e mi dava i biscotti.
“Matite tutte finite, ma’?”
“Domani di nuovo, amore mio. Tieni, biscotti”.
Quando zio si avvicinava a mamma io ringhiavo e mi penzolava la schiuma dalla bocca che cadeva sul pavimento. Allora lui mi lanciava tanti biscotti. E la bava cattiva diventava buona.
Mi dava un pacco sano sano, formato extra mega famiglia. Leggevo “famiglia” e pensavo ai biscotti. Tutti parenti, i biscotti, e io da solo.
Volevo essere un biscotto anch’io.
Mi buttavo nella busta, a faccia in giù. Era tutto buono lì dentro, ma c’era buio e quando mi tiravo fuori tutto imbriciolato vedevo zio che sbavava mamma. Lei lo guardava come fa con me quando sbaglio a “Domanda-Risposta”. Si accorgevano di me e lui le diceva “tanto certe cose neanche le capisce” e rideva.
Dicono che le cose che stanno fuori, in testa non ci sono. Così ho provato a metterle in testa, le cose, e sbatterci contro.
L’altro giorno zio beveva e ha lasciato la bottiglia di vino sul tavolo. Così la prendo e la stringo forte con le mani. La prendo a botte con la testa. Una, due, tante volte e poi la bottiglia si spacca ed esce rosso, io continuo su e giù e certi pezzi me li sento dentro e lo zio urla e mamma urla. Mi spavento. Mamma dice “No, cacca!”. Io capisco che i pezzi vanno messi dove va la cacca. Li porto giù, li strofino. Brucia, brucia, brucia. Mi piego. E piango e mi spavento, vedo mamma e zio con le palle grandi degli occhi e mamma piange e io ho paura.
La Cana mi abbaia addosso, mi ringhia brutto, la prendo e la voglio fare entrare in testa, come le cose, ma dopo non si muove e rimane a terra. Accarezzo liscio Cana Bau, ma niente.
Faccio entrare tutti in testa, ci sbatto contro. Mamma e zio a terra accanto alla Cana. Ecco che di mamma mi è rimasta solo la voce. La voce che sta dentro al cellulare. La ascolto solo solo. Le sto vicino, a cuccia.
Poi le sirene e mille numero-uomini dappertutto. Mi hanno portato via e ho perso il cellulare.
Mi manca la voce di mamma.
Mi manca la tua voce, mamma.
Ti prego, ascoltami. Rivoglio la tua voce.
Un racconto di Francesco Ciriolo

