Se avessi saputo a cosa avrebbe dato inizio quella passeggiata, non mi sarei fatta convincere a uscire. Ma, dicevano, il sole, l’aria, il verde, tutti i verdi diversi dell’erba, degli alberi, del mare vicino alla costa, vedere tutti quei verdi ti aiuta, abbassa i livelli di cortisolo, aumenta la serotonina, vedrai che guarisci. E chi non vuole guarire?
Se stavo a casa, con le tapparelle abbassate e i piatti sporchi nel lavello e gli armadi aperti, e poi chiusi, e poi di nuovo aperti e poi di nuovo chiusi, era perché mi trovavo in uno stato di prostrazione e spossatezza. Avevo dei piombi attaccati alle braccia, qui sull’omero, vedi? proprio qui, e poi sulle cosce, e un piombo pesantissimo sotto lo sterno, per cui muoversi, capisci? era difficile. Ma, dicevano, il sole, l’aria, i verdi, soprattutto i verdi delle foglie che cantano quando c’è la brezza, tutte queste cose quel piombo lo sciolgono, vedrai. E allora vestiti, metti un pantalone da battaglia e le scarpe comode, lascia i piatti nel lavello, gli armadi chiudili, per ora, e esci.
Io degli altri mi fido. Ho la convinzione che gli altri le cose le sanno meglio di me che ho sempre vissuto un po’ in disparte perché, lo confesso, il mondo mi spaventa. Tutto quel saper fare le cose, tutta quell’iniziativa che serve per vivere io non me li sento. Per questo ho deciso di uscire quel giorno: mi sono fidata.
Per arrivare al faro si doveva camminare lungo un sentiero in una pineta nera, che aveva il profumo della pelle pulita e incremata dopo la doccia, quando, dopo una giornata al mare, si lavano via la salsedine e la sabbia, ma un po’ di quell’odore di sole e di acqua salata ti rimane addosso. La volta dei pini stava sopra di me e, se alzavo la testa per guardare le chiome che si aprivano come ombrelli, vedevo il susseguirsi delle ombre interrotto da macchie luminose; vedevo i rami, neri per l’abbaglio del sole; vedevo che tutto scintillava e si muoveva con me: le pietre polverose del sentiero, le cortecce dei tronchi che mi passavano accanto, le nuvole simili a cavolfiori che, dietro alla volta, volavano verso il faro.
Stavi bene? Chiedimelo. «Lì, in quel verde reso nero dal sole, in quel muoversi di tutte le cose, stavi bene?».
Per qualche momento sì. I piombi alle braccia e sulle cosce si erano alleggeriti, e quello sotto lo sterno aveva allentato la pressione, per far posto al su e giù del mio respiro diaframmatico – inspira, riempi la pancia, rilassa; espira, svuota la pancia, contrai – ; mi sentivo fiera delle gambe, del movimento fluido delle braccia, del mio cervello che accoglieva la fatica senza irritazione. Solo l’occhio destro tendeva a chiudersi e a lacrimare un po’, qualche lacrima che si asciugava da sola, lasciando tracce di sale vicino alla palpebra inferiore.
La pineta era ormai scomparsa, l’avevo abbandonata senza rendermi conto che aveva lasciato il posto a una distesa di arbusti grigi screziati di rosa, e che le macchie luminose sopra di me erano ora un’aria assolata e azzurra che avrei potuto toccare, se solo il mio occhio destro avesse smesso di lacrimare. Perché sotto il sole lungo la strada che conduceva al faro, bianco sul ciglio della scogliera, il mio occhio aveva preso a lacrimare copiosamente e la mia mano destra, l’indice soprattutto, asciugava di continuo quell’umidore all’attacco delle palpebre, e il sale cominciava a bruciare.
Ma il faro com’era? Chiedimelo. Una torre bianca di intonaco a calce, sormontata da una lampada ingabbiata in una cupola vetrata (dodici fasci luminosi ogni cinque secondi). Una torre bianca poggiata sulla casa del farista. «Devi entrare nella casa. Ne hanno fatto un museo: all’ingresso c’è la riproduzione in miniatura del faro e della casa del farista».
Era bella la casa in miniatura? Chiedimelo. Bella sì, perché dal tetto vetrato potevi osservare gli interni, il piccolo divano verde, la bambolina seduta sul divano, le sedie imbottite attorno al tavolo, il letto e il comodino, la stufa a legna con le piastre da cottura e le pentole minuscole. Osservavo la riproduzione del faro e della casa stando dentro la casa, sapendo che il faro era sopra di me, mentre l’occhio lacrimava e dava ai profili delle cose un tremolio continuo, così che il divano verde, la bambolina seduta sul divano, le sedie imbottite, il letto, il comodino, tutto si sfocava e io stessa mi sfaldavo, l’indice che asciugava le lacrime si sdoppiava, e così pure la mano destra, che cercavo di afferrare con la sinistra per capire quale delle due fosse vera.
Se avessi ascoltato il mio occhio destro, se non mi fossi irritata giudicando che stesse a bella posta rovinando un momento che doveva essere bello, per la pineta e il sentiero, le macchie luminose e il respiro, le braccia fluide e il bianco del faro a picco sul mare, che era verde vicino alla costa, verde come il divano della casa in miniatura, se non fossi entrata nella casa del farista, se non mi fossi avvicinata alla riproduzione in miniatura della casa del farista, al letto col comodino accanto, alle sedie imbottite, al divano verde e alla bambolina seduta sul divano, non mi sarei sfocata, non mi sarei sfaldata in tante macchie luminose nel susseguirsi delle ombre, l’indice destro e poi un altro indice destro, un’altra mano destra, tutta diversa.
Più piccola? Chiedimelo. Piccolissima: quella della bambolina seduta sul divano che da allora sono io.
Prigioniera? Chiedimelo.
Un racconto di Elena Molisani

