Latte impastato con la polvere di marmo

L’ho spiato dalla finestra per tutta la vita.

Ci divideva solo un giardino, il suo, un luogo strano, decadente, pieno di statue di madonne e putti.

Sebastiano, secco e spigoloso, passeggiava spesso fra quelle reliquie, affiancato dalla madre, Beatrice, una donna alta e severa con le mani sempre chiuse attorno a un rosario.

Le statue erano il lascito del nonno, uno scultore che aveva trasmesso la sua devozione a Sebastiano.

L’unica volta in cui lo incontrai fu qualche giorno dopo il nostro trasferimento.

Mamma aveva deciso di portare i nostri omaggi ai vicini, alla donna sola che cresceva il figlio unico, mio coetaneo, nella speranza che facessimo amicizia.

Mamma era una cuoca formidabile, lavorava in un forno e ripeteva sempre che i suoi chili di troppo erano il miglior biglietto da visita per i suoi clienti. 

Riempì una cesta di ogni bendidio e bussammo alla loro porta con indosso i nostri abiti più eleganti.

La donna austera con il rosario fra le mani ci dedicò poche frasi di circostanza, dal tono seccato, prima di congedarci con Sebastiano alle sue spalle, immobile e incuriosito, lo sguardo fisso sul cestino e sui profumi che emanava.

Ci rimasi male per quell’accoglienza glaciale, così come mia madre, che decretò che non era il caso di riprovarci.

Il cestino finì depositato su una delle panche del loro giardino, intatto. Appena rientrata in casa, dalla finestra notai lo sguardo di rimprovero di Beatrice quando Sebastiano provò a sbirciare al suo interno.

Restò lì, finché ogni cosa deperì mangiata dai vermi.

Da quel giorno mi limitai a osservare dalla finestra quei silenziosi pellegrinaggi da una statua all’altra. Spesso Sebastiano si soffermava per ore ad ammirare la linea decisa di una schiena, la tensione nel muscolo di un polpaccio, la curvatura delicata di una guancia, i tendini delle mani unite nell’atto di pregare.

Suo nonno era cresciuto a latte impastato con la polvere di marmo, godendo di ogni eccesso.

Per Beatrice, invece, abbandonarsi a certi piaceri con ingordigia era peccato mortale, così tutto era votato alla frugalità: dagli abiti ai pasti, lo si capiva dal fisico mingherlino di Sebastiano e dai suoi vestiti anonimi.

Ogni tanto, lasciavo cadere qualche fetta di dolce dalla finestra, avvolta in dei fazzoletti bianchi. Lo facevo quando lei si recava alla messa serale, l’unica a cui Sebastiano non era costretto a presenziare, sperando che lui le raccogliesse.

Lì, trafitte dalla luce del crepuscolo, le statue mi apparivano più austere e minacciose, protese verso quel divino che non riuscivo a comprendere. 

Sebastiano, all’opposto, sembrava comprenderlo bene, e grato di quel silenzio e di quella solitudine, si abbandonava a una contemplazione assoluta. Pareva stregato dalla statua di una vergine al centro del giardino, era quella su cui tornava con più insistenza.

Le sue dita affusolate sfioravano il marmo, assecondandone le linee, e in quei gesti intimi trovavo la stessa adorazione che i santi riservavano a Dio, ma anche una punta di malizia, quando la mano si soffermava un secondo di troppo sulla curva del seno.

Intorno al suo diciannovesimo anno, sua madre morì, lasciandolo solo in quella grande casa, solo con le sue statue e gli scalpelli del nonno, con i blocchi di marmo e i rosari. 

Il corpo continuava a rifiutare il cibo, memore degli insegnamenti materni, e in quei vestiti logori ed essenziali pareva sparire ogni giorno di più.

Ma le sue mani, quelle mani nervose e delicate, non smettevano mai di plasmare il marmo, senza completare l’opera a cui, di volta in volta, si dedicava per giorni.

Lavorava in giardino, dalle prime luci del giorno fino all’approssimarsi della sera, forgiando madonne e putti scheletrici.

Iniziai a mangiare meno anch’io. Comprai una Bibbia spinta dal desiderio di compiacerlo, nella speranza che potesse sollevare lo sguardo dal marmo e indirizzarlo alla mia finestra.

Invidiavo con ferocia quelle creature esili che nascevano dalle sue mani, desideravo fondermi con il marmo, lasciare che mi plasmasse allo stesso modo, volevo scomparire in quei blocchi dalle venature scintillanti, lasciarmi accarezzare e scalfire dai suoi strumenti. 

Non comprendevo che il suo intento era contrario al mio, Sebastiano desiderava liberare l’uomo dal peso della materia, per ascendere al divino, non imprigionarlo in una forma plastica e tesa fino allo spasmo.

In quella sottrazione perenne, di carne e materia, c’era la devozione agli insegnamenti di Beatrice, la liberazione da ogni colpa. La lotta eterna fra gli impulsi più bassi dell’uomo e la ricerca di una bellezza assoluta che lo avvicinasse a Dio; una lotta incompiuta.

Come molti anni prima, mamma mi invitò ad accompagnarla da Sebastiano la mattina di Natale. 

Non so perché decise di riprovarci, forse perché Sebastiano era rimasto solo, forse perché non ne poteva più di sentire il rumore dello scalpello abbattersi sul marmo tutto il giorno, forse perché anche lei si affacciava alla finestra, e la vista di quel ragazzo magrolino e chiuso nella sua ossessione le suscitava il curioso impulso di nutrirlo.

Bussammo alla sua porta, lei con i suoi chili abbondanti e io sempre più magra.

Sebastiano venne ad aprire e restò impalato sull’uscio, gli occhi fissi su mia madre e sul cesto ricolmo di cibo che stringeva fra le mani.

Non disse una parola, restò a guardarla finché lei non gli tese il cesto. Quando Sebastiano lo afferrò, osservai da vicino quelle mani stringersi sulla paglia intrecciata del manico.

Fece un passo indietro e si richiuse la porta alle spalle, inghiottito dall’oscurità della casa.

Mamma ripeté le identiche parole della prima volta e tornammo a casa.

Mi affrettai a raggiungere la finestra della mia stanza e notai il cestino sulla panchina, intatto.

Qualche giorno dopo, tornò a dedicarsi a uno dei suoi blocchi di marmo. Uno molto più grande del solito, e per mesi lavorò alla scultura.

Man mano che dal marmo prendeva vita una forma, il mio turbamento cresceva, così come lo stupore per quella figura imponente.

Una donna grassa, piena di rotoli molli, adagiata sul tavolo come una sposa la prima notte di nozze.

La venerazione con cui rifiniva ogni curva era ipnotica. C’era Dio in quelle scalpellate, nella polvere di marmo che si sollevava nell’aria, nella fessura lunga e stretta che le aveva lasciato fra le gambe.

Quella statua, l’unica completa in un giardino di volti e sembianze incompiute, sembrava la più viva, tesa verso il divino.

Quando Sebastiano la ultimò, seppi che non mi sarei più affacciata a quella finestra. 

Era quella la somma delle sue riflessioni, della lotta fra gli istinti più bassi e la bellezza assoluta.

Restai con lui fino all’alba, ingozzandomi come non mi capitava da mesi. Gli occhi fissi sulla statua e su Sebastiano, che l’accarezzava, e intanto si spogliava di ogni abito. Con le dita assecondava le linee del volto, con la mano aperta imprigionava il grosso seno, con la lingua stuzzicava il capezzolo turgido, con la bocca ridisegnava quelle labbra carnose, e poi di nuovo giù, a succhiare i seni, con l’altra mano scendeva sul ventre rotondo, per poi farsi largo in quella fessura creata apposta per fondersi con il marmo, per imprigionare la sua carne in quel peccato terreno.

Lo guardai sdraiarcisi sopra, toccarne ogni lunghezza con gli arti, spingersi dentro la statua, fra le pieghe di marmo di quella fessura, affondando e spingendo, ansimando e piangendo, spingendo sempre più forte fino a sanguinare, fino a venire.

Arretrai, con l’ultima immagine di Sebastiano abbandonato sulle rotondità della statua, sulle gocce di sangue che si accendevano sul bianco alle prime luci dell’alba, e serrai la tenda, ingoiando l’ultimo boccone di torta.

Un racconto di Giovanna Giordano

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