All’inizio dicevo la verità, erano i primi anni e mi divertivo a raccontare. Si divertivano pure gli altri, anche se era difficile che capissero. I pochi che ci riuscivano, tra l’altro, alla fine hanno cominciato a preoccuparsi. Usavano termini come «esagerazione» e «mania», attenuati, almeno secondo loro, da espressioni odiose come «un tantinello», «un pelino».
È per questo che ormai non lo dico più a nessuno. Per un po’ ho persino provato a resistere. Anche allora, però, fiutavo la ricorrenza a qualche giorno di distanza e, fingendo di prepararmi ad affrontarla, in realtà non facevo altro che inseguirla. Perché quella che nel frattempo coccolavo – in segreto, persino a mia insaputa – era la voglia di riprovare, di non lasciar correre, piccolo abbozzo di organo indesiderato che al momento giusto, invariabilmente, mi strappavo da dentro ancora caldo e palpitante. Ormai mi sono arresa, ho normalizzato la cosa e riesco sempre a tornare in tempo. Prenoto i voli con un anno di anticipo e poi, un paio di giorni prima, invento una scusa per partire. Un compleanno importante, un matrimonio, la laurea di un cugino. Sarà pure una fissazione, ma ho preso un impegno.
Era il tre aprile 2015, vent’anni fa. Lo ricordo alla perfezione, nei minimi dettagli. È qualcosa di più vivido di un sogno ricorrente, ma non ha nemmeno il carattere particolare di una premonizione. Il fatto è che la persona con cui ho parlato era un essere umano in carne e ossa. Certo, sempre ammesso che io abbia realmente parlato con qualcuno. Chiudo gli occhi e mi concentro. Ci avrò provato centinaia di volte, ma decido di tentare anche oggi. Il punto, mi dico, è che dev’essere una rievocazione oggettiva, e così faccio quello che ho letto su Internet, visualizzo una stanza vuota e la riempio man mano.
Per prima cosa arriva il marciapiede. In una città piena di buche, i marciapiedi del lungomare appaiono inaspettatamente compatti, quasi curati. Ci sono persino gli alberi: emergono ubbidienti da piccoli quadrati di terra, e intanto con le radici, zitti zitti, lottano per spaccare il cemento. Furbi, loro.
Nel mio ricordo sono proprio sotto un albero. Non conosco la specie, ma ha foglie scure e lucenti, piccole. C’è anche una panchina, una di quelle con le assi di legno, e io ci sto seduta sopra, le gambe accavallate e la testa un po’ rovesciata all’indietro. Di fronte ho il mare. Lo osservo con gli occhi socchiusi, senza pensare a niente. Un mare grosso, più grigio che azzurro, su cui si riflette un cielo stranamente invernale per questa stagione. Fa un po’ freddo.
«Fa un po’ freddo, non credi?».
Me lo chiede senza aspettarsi una risposta e si siede accanto a me. È una donna sulla sessantina, i capelli di un celeste luminoso e improbabile, la ricrescita che già si intravede ai lati di una scriminatura perfettamente dritta. Ha un’aria familiare e io mi concedo una lunga occhiata indagatrice: chi è? Mi trovo sempre a disagio quando fisso gli estranei, ma in questo caso non posso farne a meno, la guardo e la riguardo. La cosa non sembra disturbarla. Anzi, direi che il suo sorriso a trentadue denti è sul punto di aprirle la faccia come una cerniera. Continuo a scrutarla: pure questo sorrisone non mi è nuovo. È la fata turchina, penso, e lei scoppia a ridere, dice «Non proprio».
«Non proprio cosa», le chiedo.
«Non sono la fata turchina».
«Ah».
Non sarà una fata, ma la conversazione continua così, con me che formulo un pensiero e la signora che mi risponde ad alta voce. Andiamo avanti per una buona mezz’ora, sembra che lei si diverta molto. Io, dal canto mio, in questo ricordo sono un’adolescente annoiata che ha appena compiuto sedici anni: un incontro fortuito con la fata turchina è proprio quello che ci vuole per movimentare l’ennesima giornata piatta. Certo, strano è strano, ma non mi pongo il problema, o almeno non finché lei non si guarda intorno con aria circospetta e abbassa la voce. È a quel punto che la nostra conversazione, già indubbiamente singolare, prende una piega inaspettata.
«So che è difficile credermi, ma io…», riflette, respira a fondo, «ho visto il tuo futuro».
Forse dovrei pretendere delle spiegazioni, ma le credo d’istinto, e così la ascolto imbambolata mentre, visibilmente a disagio, farfuglia che ha pensato molto a quello che vuole rivelarmi, e in conclusione – sì, no, ecco, è un po’ strano – ha deciso di non dirmi niente.
Ma come niente? Non capisco, protesto, e lei sembra in difficoltà, si giustifica, dice che tanto non potrebbe rivelarmi nulla di utile. Mi chiede persino scusa un paio di volte e poi, dopo aver scelto con cura le parole, mi propone un compromesso.
«Facciamo così, diamoci un appuntamento fisso. Che giorno è oggi?»
Le dico che è il tre aprile, venerdì.
«Bene. Ogni anno, il tre aprile, tu vieni qui e mi aspetti. Verrò da te tutte le volte che voglio dirti qualcosa».
Annuisco in silenzio, più perplessa che mai, sconfitta dalla disparità di questo accordo. Lei mi stringe la mano con convinzione e fa per allontanarsi, poi ci ripensa e si precipita ad abbracciarmi. Io me ne sto ferma, rigida come un palo, mentre lei mi stritola con una passione inaspettata e alla fine, con la bocca incollata al mio orecchio, mormora: «Mondiali 2018, Francia – Croazia quattro a due».
Non ha aggiunto altro e non l’ho più incontrata, ma non credo di averla sognata, e ormai penso pure di aver capito chi fosse. Guardo i miei capelli, del solito castano che ormai è spruzzato di grigio, e mi dico un giorno, tra non molto, tutto sarà più chiaro. Intanto, come ogni anno, anche oggi me ne sto sul lungomare ad aspettare la fata.
Un racconto di Mariastella Cascone

