Due passi in due quarti in una battuta fa quattro colpi.
tá-ta-ta tá
tá-ta-ta tá
tá-ta-ta tá
Pausa. Affanno, respiro. Si ricomincia: tá-ta-ta tá, tá-ta-ta tá, tá-ta-ta tá.
Non ricordo niente delle lezioni di piano, ma mi piace pensare a una terzina più un lungo. La terzina: una raffica breve, nello spazio di uno: gamba-tacco-punta, poi arriva il bastone, io cammino così.
Anche i pensieri, da quando ricordo, sono sempre così: tá-ta-ta tá, tá-ta-ta tá, vanno avanti, handicappati in due quarti, con semiminima – o pausa. È colpa della gamba, ma colpa non è la parola giusta: la gamba mi dà un tono. In realtà, la gamba mi piace.
tá-ta-ta tá
Sono zoppa e tutti mi guardano quando cammino. Sono la zoppa e quando mi parlano mi aspettano vecchia: è una grande delusione essere zoppi a vent’anni. A sessant’anni sarò uno splendore: mi aggirerò per le biblioteche e potrò affascinare. Ora è solo curiosità, sono un tá-ta-ta tá che non ti lascia un secondo, finché non scompaio.
Solo quando faccio le scale il ritmo si perde, i pensieri pure un po’ si confondono, ma quando ho un rettilineo sfilo così. Lo so che mi stanno guardando, non ho bisogno di controllare. Il passo arriva al soffitto e torna all’indietro, storpio tutto rimbomba sul marmo liscio. Tutti sentono in continuazione: tá-ta-ta tá, tá-ta-ta tá, tá-ta-ta tá.
È forte il ritmo dei passi e penso si sentano anche i pensieri.
Il mio compleanno è importante, mi piace; ma c’è un giorno più importante, del mio compleanno. Più del giorno in cui sono nata, per me quel che conta è da quando ho vissuto davvero. Nel mio caso è così.
tá-ta-ta tá, lo ero già allora. Mi prendeva per il culo, mio padre, mentre pisciavo dalla bocca dalla testa dagli occhi e il sangue cercava il tappeto. Mia madre rideva piano, guardava mio padre, non me, le mettevo paura. Lei forse mi ha voluto bene ogni tanto, ma solo ogni tanto. Tre piani di scale: un miracolo, diceva la dottoressa. Un incubo, ringhiavo io. Da allora la gamba è stata tagliata e poi sempre musica: tá-ta-ta tá.
Credo di aver imparato a pensare solo grazie alla gamba. Non ricordo pensieri che non abbiano musica, che non abbiano avuto la gamba. Zoppa, la musica, zoppa, la gamba: io penso solo così, tá-ta-ta tá.
Nel mio caso, i giorni sono molto vicini: è il giorno prima, prima del mio compleanno, il trenta novembre. Il mio unico vero anniversario è il ventinove novembre, non è un caso se è anche il giorno in cui è morto il Maestro Puccini, d’improvviso a Bruxelles, senza l’ultimo atto. tá-ta-ta tá, gli avrei detto, ma non sono una musicista, io.
È andata più o meno così. Anzi, è andata proprio così: cinque raffiche brevi, venti colpi. Senza ritmo non ci sarei riuscita, mi sarei persa confusa. Ma show must go on, non importa come, non importa a nessuno come, né a me né a te né agli spettatori, non importa a nessuno: l’importante è fare qualcosa. L’importante è il ritmo: dieci passi in due quarti in cinque battute fa venti colpi.
tá-ta-ta tá tá-ta-ta tá tá-ta-ta tá tá-ta-ta tá tá-ta-ta tá.
Morti sul colpo, io non ridevo, non mi sono distratta. Ho fatto la brava, come diceva lui, rideva e mi pisciava sulla testa e rideva.
Legittima difesa, ventinove novembre, minorenne ancora solo di un giorno:
tá-ta-ta tá.
La gamba, la zoppa, terzina, battuta: la vita in due quarti è iniziata così.
Un racconto di Esther Bondi

