Le prime volte

Che ridere, il funerale di un ex becchino. Sono passati diciannove giorni dal nostro primo anniversario.

Io sono sasso, sono pietra, sono montagna. Solo le ere possono scalfirmi, le glaciazioni. 

Fino alla prima pietrolina che fa tic sul legno della cassa. Poi un’altra, toc, forse un po’ più grande.

Mi faccio slavina, colo tutta.

La tua amica mi abbraccia. Mi dice: Non è giusto, non a te. Io mi chiedo se esista qualcosa di giusto. La mia me più grande direbbe che le cose sono quello che sono, né giuste né sbagliate.

Giuseppe mi incrocia al bar, sono con i tuoi amici. Bevo qualcosa, in piedi al bancone. Tu ti stai raffreddando in una bara di piombo per non contaminare la terra.

Mi dice: Lui non ti ha mai amato. Eri la sua sposa bambina, l’ultima cosa a cui aggrapparsi prima di morire. Prima di te c’era la Bea, solo che lei lo ha lasciato quando si è capito che la malattia era uno schifo. Tu invece, fessa! Sei rimasta. Lo sai cos’è un surrogato? 

Io ancora non lo so cosa è un surrogato. La mia me più grande direbbe che è il pasto sostitutivo che ti tocca sorbire per mantenere la linea dopo i quaranta. 

Ora, Tony, se Giuseppe non fosse tuo fratello – stessi capelli, stessi occhi, solo meno smilzo, meno malato – non ci farei neanche caso. Forse sputerei a terra e mi farei una striscia di Speed, nei miei bei diciassette anni.

Ma lui è un te poco più giovane, coi suoi trentadue anni mal portati. Meno intelligente, certo, ma l’ultimo appiglio a cui aggrapparmi per non scorrere via come l’acqua del Lambro.

Allora lo guardo, e gli dico: Non è così. Tu non sai, non mi conosci. E lui: Allora fammi vedere un po’ cosa c’è che non capisco.

Nella cantina l’aria ha sempre lo stesso odore e non è di muffa, perché è a piano terra e c’è una finestrella. Ok, non la si apre mai, ma non sa di vecchio, caso mai di cuccia, del materasso che ci ha visti mischiati, del mio sangue sulle tue mani quando ho perso la verginità. Perché lo sappiamo noi due che è andata così, che quelli con cui ero stata prima, inutili, non ce l’avevano fatta a sverginarmi.

Ma tu, con le tue mani, sì.

Non avevi ancora avuto il coraggio di amarmi del tutto, avevi paura. E se fossi appassita anche io, come te?

Tuo fratello serra il chiavistello. Tira fuori una bustina. Mi bacia sulla bocca veloce, fa scivolare la lingua sulle mie gengive. Non avere paura, mi dice, non sono malato come lui.

Prende una siringa, miscela polvere e soluzione salina. Conosco l’odore pungente: coca. Tira su la manica, mette il laccio al braccio e si fa una pera.

Mentre il suo viso si trasforma dice: Cazzo, cazzo, scusa… non volevo farti vedere questa cosa. Non avevi mai visto uno bucarsi, vero?

Guardo i vasetti di passata di pomodoro che ha fatto tua madre non so quanti anni fa. Dicevi che da quando tuo padre se ne era andato lei in cantina non era scesa più.

Quando ha finito si appoggia a uno scaffale e butta la testa all’indietro. Si passa una mano tra i capelli e sbiascica qualcosa che non capisco. La sua bocca prende una curva all’ingiù che imparerò a conoscere bene. Poi dice: Prendimi quella bottiglia lì.

Seguo il suo mento e vedo una bottiglietta di plastica mezza vuota, senza più etichetta. Spero non voglia usarla per pisciare, invece mi dice: Dammi un momento, ti faccio fumare. Hai già basato, no?

No, non l’ho mai fatto. Quante prime volte, tutte insieme.

Recupera un pezzo di stagnola da chissà dove – questa cantina è più attrezzata della cucina della mia me più grande – poi copre il collo della bottiglia. Con l’ago della siringa fa dei buchi sulla parte superiore, poi mi dice: Accenditi una sigaretta e scrollala qui, sull’alluminio. Eseguo. Mentre fumo prende un cucchiaino, lo riempie di ammoniaca e ci mette dentro un po’ di coca. Quasi gli cade, e allora mi viene voglia di picchiarlo. Non vale un’unghia di te, Tony. Pensa in che mani mi hai lasciata.

Smascellando mi fa: Vedi? Scaldi il cucchiaino e la coca frigge… diventa base. Così si può fumare.

Fa un buco sulla bottiglietta, inserisce la cannuccia di una Bic e mi dice: Fuma.

Prendo quella scultura di arte moderna e lui accende la base sulla cenere. Tiro una, due volte e sento come una schiuma che mi sale dall’esofago e una parte del cervello farsi ghiaccio. So che dovrei smettere, accucciarmi e aspettare che passi, me lo hai insegnato tu. E invece forse è meglio che continui, mi dico.

Qualche notte fa ti ho sognato. Eravamo in un pub e ti chiedevo perché te ne fossi andato senza di me. La mia me più grande direbbe che in ogni promessa di eternità c’è il germe della menzogna. Mi hai guardata e mi hai detto: Ok, seguimi. Mi hai portata fuori e subito ci siamo trovati lungo le siepi che costeggiano il cimitero in cui riposi senza neanche poter tornare alla natura. Sei entrato in un buco della rete e ti stavo seguendo, quando mia madre mi ha svegliata perché dovevo andare a scuola. Non riuscivo a smettere di piangere. E allora forse è adesso, il momento in cui devo venire con te, e quello era un segno.

Faccio un altro tiro e sento il cuore che spacca la cassa toracica. Tuo fratello mi prende dalle spalle e mi mette due dita in gola. Vomito schiuma e sangue e brandelli di me. Mi prende tra le braccia e mi dice: Non è niente. Mi fa sdraiare sul nostro materasso. Con una mano inizia a slacciarsi i pantaloni.

Un racconto di Silvia Guberti

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