Per prime sono fiorite le mani

Per prime sono fiorite le mani. Si sono coperte di germogli in una notte senza luna. Al risveglio, alcune foglioline verdi giacevano fra le lenzuola. Le ho conservate in un cassetto al riparo dalla luce. Non volevo smarrire l’inizio della fioritura. Temevo che le foglie facessero la fine delle donne. Le donne si perdono. Si diluiscono negli uomini. Da bambina le osservavo rassegnate a una realtà opprimente che non osavano sfidare. Gratificate nel sacrificio. Glorificate nell’abnegazione. Mia zia rideva a Natale, a Pasqua e nelle feste comandate. Quando si spaccava la schiena, trovava sollievo. Rideva quando ci apriva la porta e ci faceva accomodare, prima di tornare ai fornelli. Era già truccata e pettinata. Si vestiva verso metà mattina. Prima di sedersi a tavola, toglieva il grembiule e spiluccava le pietanze che aveva preparato per ore. Lei esisteva nella fatica. Qualsiasi femmina ha un ruolo in relazione alla felicità altrui. Se le osservi sole e assorte nei pensieri, emanano una bruma amara. Gli uomini non trasudano la stessa angoscia.

Nessuno notava i germogli sulle mani paffute. L’indifferenza mi rassicurava, l’anonimato mi sollevava. Mia madre mi trattava come sempre, mio padre a stento mi guardava. Evitavo di cogliere le sue provocazioni e schivavo i litigi che infiammavano la casa. Mi chiudevo in camera con la scusa dei compiti e apprendevo il piacere. Con le mani fiorite, scoprivo la magia del mio corpo bambino. Avrei dovuto vergognarmi del peccato e invece l’ho solo protetto. Occultato. Tenera come i germogli, risoluta come il tronco di un abete, ho difeso la passione per me stessa.

Le ragazze hanno diritto alla gioia fino all’adolescenza, ma con moderazione. Senza esondare. Il troppo non sta mai bene sulle femmine. Tranne il sacrificio. Quello non ha unità di misura. Dobbiamo imparare i confini e rispettarli, vivere a nostro agio compresse. Lo spazio è dei maschi. Mai aprire le gambe. Mai pretendere. Loro possono sbracare. Noi no. Le femmine devono essere brave signorine prive di rabbia e rancore. Ci addestrano ad accogliere i soprusi col sorriso, a ringraziare per le briciole. Crescere significa normalizzare gli abusi. Addomesticarsi. Ciecarsi. È così. Che ci possiamo fare. Niente. O magari tutto. Io, ad esempio, a sei anni ho iniziato a fiorire e non ho mai smesso. Ho avuto delle battute di arresto che mi hanno fatto perdere tempo, ma la fioritura non è mai cessata. Come vi ho detto, le prime sono state le mani per accarezzarmi con gentilezza e disseppellire il piacere dal fondo remoto della pancia.

Poi è toccato ai piedi, ma ci sono voluti molti anni e mi ero già abituata ai mormorii delle fronde cariche di petali nel petto. Dal liceo, il mio sterno ospitava un paio di glicini che lo ricoprivano a ondate regolari prima di sfiorire e spogliare le ossa. Le stagioni non c’entravano niente. Era il mio umore a nutrire i boccioli o a far seccare le radici. Ero io a governare l’intensità del lilla. Nessuna morte era definitiva. Gli arbusti trovavano sempre il modo per omaggiare l’allegria. Avvolta nella mia primavera, familiarizzavo con le fioriture che seguivano i crolli. L’adolescenza non è stato un periodo facile, ma i glicini sono resistenti. Solo allora – con lo sterno carico di petali e le mani piene di germogli – sono fioriti i piedi e mi hanno mostrato la strada per conoscere il mondo.

Sono stati loro a condurmi dalle mangrovie. Si sono staccati da terra uno per volta e mi hanno portata in Paesi di cui avevo solo sentito parlare. Le mani avevano perfezionato il segreto del piacere e io ero libera dagli uomini. Potevo bastare a me stessa. Sazia. In qualsiasi momento, avrei potuto incendiare il mio corpo e immergermi nella tiepida primavera del mio petto. Potevo camminare sola in luoghi lontanissimi e vagare fra impronunciabili meraviglie. I piedi mi hanno portata davanti all’oceano, sono inciampati negli arbusti intricati delle mangrovie e non è accaduto per caso. Inciampare serviva a prendere tempo, a rubare istanti alla corsa verso le onde, a legare gli arbusti al mio corpo. Le mangrovie sono femmine. Si stringono fra loro e proteggono. Proteggono se stesse dagli ambienti ostili dove nascono e le coste dagli assalti dell’acqua salata. Il mare si mangerebbe la terra senza di loro. Gli uomini mangerebbero me senza le mangrovie. È per questo che i miei piedi sono inciampati nella speranza che qualcosa attecchisse fra le caviglie. L’innesto ha funzionato, le mangrovie si sono avvinghiate ai miei passi. Io mi sono salvata.

Le donne si perdono, si diluiscono negli uomini. L’ho appreso da bambina, l’ho sperimentato da adulta. Io non mi sono persa. Bugia. Mi sono persa, ma mi sono ritrovata. Mi sono diluita, ma mi sono ricomposta. Le mangrovie hanno impedito che venissi sbranata a morsi o tutta intera. Come le donne con cui sono cresciuta che sparivano negli anni finché non rimaneva più nulla di loro. Solo un vago ricordo di come mescolare la farina con le uova montate insieme allo zucchero.

Un racconto di Maria Grazia Patania

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