Sono fiorite le rose osserva Dorina con gli occhi di un verde ossidato. Ha il baricentro in avanti, ma lei dice che non si è incurvata. È solo che il tempo le si è seduto sulla schiena come un vecchio pescatore, così il suo telaio d’ossa fa rumore di foglie secche, sassi e vetri in frantumi.
Le basterebbe un decotto d’ortica, se solo ricordasse come si fa.
Accende la televisione, ma prima ha messo il Roger & Gallet e il suo rossetto preferito. Non vuole presentarsi senza, anche se adesso ce l’ha pure sui denti.
L’annunciatrice bionda compare in TV, dice un cordiale Buonasera. E come sempre lei ricambia. Buonasera… come sta oggi? Dallo schermo nessuna risposta. Allora borbotta. Spegne la TV.
Il telecomando brandito in aria come unica arma per lavare l’offesa.
E pensare che quella signorina mezzo busto sembrava davvero educata.
Si avvicina al vaso sul tavolino strisciando un passo alla volta sulla graniglia di marmo. Le rose mostrano petali di un rosso vermiglio. Due boccioli e tre fiori maturi. Identici a un anno fa, quando a Natale la neve era un lenzuolo di latte sulle case e le fronde dei salici avevano solo lacrime di ghiaccio. Ma le sue rose non temono l’inverno.
Fiorite tutto l’anno sopra un centrino a punto croce, accanto alla foto sbiadita dell’Osvaldo.
Sarà un miracolo ha ripetuto a mente, come a voler ripassare una frase importante da dire più tardi alla vicina. Acquattata come un ladro, c’è sempre la paura di perdere qualcosa: un nome, una data, un verbo, una preghiera, un’altra ricetta.
Le ricette sono le prime che se ne sono andate.
Era stato lo strudel il capopopolo di quella rivoluzione. E come tutte le rivoluzioni che arrivano senza presagi, quel giorno, ingredienti, istruzioni e tempi di cottura avevano iniziato a giocare a nascondino dentro il suo ippocampo. Così si era ritrovata con cinque mele affettate sottili, senza sapere cosa farne.
Ma questa volta è riuscita a preservare quelle tre parole: sarà un miracolo.
Ha guardato le rose, si è segnata e ha ringraziato S. Rita.
Osserva ancora la pianta, poi scruta l’Osvaldo che sorride. Si chiede chi sia quel volto che la fissa. Un volto naufrago dentro una mente in tempesta dove tutto si inabissa. A volte riemergono pezzi: il naso, la mano, il sorriso. Mai intero. Schegge di ricordi che diventano approdi, a cui si avvinghia la lontana sensazione di aver vibrato per quel volto dai contorni imprecisi.
Si china sulla pianta. Con le dita tasta la terra asciutta. Innaffiare è un gesto semplice, sa come fare. La prende tra le mani e ripercorre indietro gli stessi passi. Lo stesso sentiero domestico.
Un percorso tracciato da strisce colorate a terra.
Le gialle conducono in cucina. Le verdi in bagno. Quelle azzurre alla camera da letto.
Per un po’ ha funzionato mappare la memoria in quella ramificazione di colori, ma quando la percezione dello spazio-tempo si è smarginata oltre i confini del recuperabile e le sinapsi alterate, è diventato difficile associare stanza e colore. Così per orientarla il figlio Mario si è dato un’altra possibilità.
Adesso quando giunge nel corridoio Dorina non guarda più per terra, punta lo sguardo al muro e interroga le frecce. Una sorta di segnaletica che indirizza le sue domande quando annaspa dentro un Dov’è la cucina? E se ancora vacillasse nell’incertezza, guarda la porta. C’è scritto Cucina.
Tutte le porte portano indosso nomi, come chiavi d’accesso a luoghi dimenticati.
È un’impronta di resilienza. La marchiatura della memoria sulle cose.
In cucina, scatole di farmaci disposti a torre sono Lego colorati di una cura. Un rubinetto da riparare stilla gocce al ritmo lento di una novena. Irrompe la monotonia del silenzio.
È il suo animale da compagnia che non deve preoccuparsi di sfamare.
La modernità trova spazio in un calendario digitale che rassetta la cronologia. Glielo ha comprato Mario. Perché non è sempre lunedì, ma esistono anche i giovedì e i venerdì. Per gli altri giorni è lui l’oracolo parlante che etichetta il tempo, quando l’urgenza di definire Ma tu chi sei? non snebbia tutto il resto delle cose.
Apre il rubinetto. Lascia scorrere l’acqua, ne regola il flusso. Con le mani regge la pianta di rose sotto un filo liquido di non senso. E le rose non si flettono, non oscillano nemmeno. Restano rigide sotto una pioggia di acqua e calcare, in assenza di vita.
È acqua che lucida e bagna e non nutre, non penetra, non trova radici.
Scorre spedita su foglie in polietilene e sui fiori che odorano di formaldeide. E trascina con sé la polvere e il rosso stinto dalle rose, fino a che rimbalza sulla finta terra e tra le mani si disperde. Come un fiume di porpora che ha perso la foce.
Un racconto di Daniela Albano

