Erica di brughiera

Ti restava un filo di voce ma bastava perché fossi tu, ancora una volta, a consolarmi. Gli altri sembravano tante comparse affaccendate sul tuo corpo in un doveroso, inutile accanimento. Facevano il loro dovere mentre tu eri già altrove. 

Avvicinati.

Stando attenta a non toccare fili e tubicini, ho appoggiato l’orecchio alle tue labbra.

Guarda nella mia cassetta delle sementi. 

Di seguito, un respiro che pareva volersi prendere tutta l’aria contenuta nella stanza e poi, in un soffio, le tue ultime parole.

Ti ho lasciato le istruzioni.

Abbi pazienza se non lo faccio oggi e non lo farò domani. Devi lasciarmi un po’ di tempo perché ancora non posso pensarti in quella forma e nemmeno riesco a credere che di te siano rimasti solo quei ventuno grammi e una manciata di polvere, leggera come neve. Non voglio guardarti scivolare dalle mie dita e volare via, in una nuvola di particelle incoerenti. Potrei accettare che tu fossi diventato legno, ruvida corteccia così uguale alle tue piante che ancora non sanno. Non più corpo, non più braccia ma rami flessuosi, non più pelle e capelli ma fogliame lucido, e nervature e duri nodi d’osso. Un trapasso, per dio, che ti avesse reso grazia.

Ma tu perdona, ti prego, questi deliri, perdona anche l’attesa. Mentre aspetti che io sia pronta, c’è qualcosa che posso fare per te: ti posso raccontare del giardino.

Le rose rampicanti stanno per sfiorire, si sono prese altro posto lungo il muro di confine ma dovrai essere tu a guidare la mia mano, quando verrà il momento di potarle. 

Anche l’agapanto si è così caparbiamente infittito e i suoi ombrelli blu hanno coperto già l’aiuola grande. All’ombra degli steli si nascondono le chiocciole e poi dovresti vedere quante api, è una cosa bella che ci siano, non credi? Le api sono vita, sono l’organico perfetto da cui avremmo qualcosa da imparare.

E ti ricordi, amore mio, di quando hai seminato la dichondra? È un’erba gentile, dicevi, non cresce in altezza, preferisce camminare, non sgomita per prendersi il suo spazio. Non ci speravi e invece senti qua: la dichondra sta soppiantando le infestanti e ha già formato un tappeto folto fra il vialetto e la siepe del viburno. 

A volte ho l’impressione che le piante mi osservino mentre mi aggiro da sola nel giardino e ti confesso che il loro stormire mi mette un po’ a disagio. Ho ripensato a quando hai detto che gli alberi cantano. Ti avevo quasi riso in faccia, ma come, cantano, invece tu eri così serio mentre affermavi che prima o poi li avrei sentiti anch’io.

Ti ho lasciato le istruzioni: trova il posto.

Alla fine il posto l’ho trovato, è quella zona di mezz’ombra dove cresceva poco o niente. L’ho scelta per questo, proverò a mitigare la sua ostilità come un tempo facesti tu con me. 

Avevi un dono, possedevi la pazienza del giardiniere: sollevare, sostenere, proteggere, aspettare. Concime e amore in giuste proporzioni e poi sarà una splendida fioritura.

Il substrato. Non avevo idea di cosa fosse e ti guardavo impastare il terriccio insieme agli altri materiali. In realtà mi annoiavo ma per farti piacere mi sforzavo di fingere interesse. Un buon substrato, spiegavi, deve contenere un insieme di elementi che costituiscono il supporto ideale per l’impianto radicale. Deve drenare per evitare i marciumi e lasciare respirare le radici, altrimenti il rischio è l’asfissia. Bisogna che sia ricco di nutrienti per favorire lo sviluppo della pianta, ma non è solo questo, sai. La bellezza e il benessere non esistono senza amore, ma che sia amore incondizionato, che sia la volontà di non soffocare l’altro. 

E io? Di che substrato avrei bisogno, avevo chiesto interpretando le tue parole.

L’hai mai vista tu l’erica di brughiera? È una pianta che non teme nulla, le serve solo del terreno torboso ma vive bene anche in mezzo alle asperità, sferzata dal vento. Tuttavia, non disprezza il calore di una giornata di sole e dai suoi fiori le api traggono il nettare. Dolce e un po’ selvaggia, come te.

Ti ho lasciato le istruzioni: trova il posto, scegli i semi che preferisci, se vuoi puoi mescolarli fra loro.

Ma qui ci sono un sacco di buste: astri, gerbere, ranuncoli… Chiudo gli occhi e punto il dito, sarà il caso a decidere.

E adesso ascolta bene: prendi ciò che resta di me e mettilo a dimora insieme a quei semi, ma prima prepara il substrato. 

Ecco, il substrato. Maledizione, dovevo stare più attenta. Allora, qui ci sono tre sacchi diversi, vediamo, dovrebbero riportare le proporzioni. Ho capito. Infilo i guanti, mescolo tutto e ne verso due terzi in quei pochi metri quadri che ho scelto per te.

Ora fai dei piccoli solchi vicini fra loro e inizia a spargere. 

È troppo difficile, sei così leggero che ho paura di perderti.

Poi copri tutto con dell’altro terriccio per preservare la semina e mantieni sempre umido. Ecco, hai finito, con un po’ di fortuna presto vedrai qualcosa di verde spuntare dal terreno. 

Mi prenderò cura di te ma tu germoglia, fiorisci, torna da me in ogni stelo che nascerà, in ogni foglia, in ogni singolo petalo. 

Te lo dico sottovoce, ho sentito cantare il salice. Lì per lì non ci ho fatto caso, sembrava il solito fruscio dei rami mossi dalla brezza, invece…

Non si può dire che fosse proprio una melodia, somigliava più a una nenia, la medesima nota dolente che tornava, a tratti più alta, a tratti più bassa e un attimo dopo, ci credi? 

Un attimo dopo era tutto il giardino a cantare.

Un racconto di Laura Chiapuzzi

One thought on “Erica di brughiera

  1. La vita che si regenera, che attraversa spazi e morte, e sconfina in un sentire pacato, docile, silente come una fioritura che buca la terra in cerca di sole. Laura Chiapuzzi cattura le voci (tutte, tranne i gemiti) e li trasforma in polloni, semi e radici che raggiungono la profondità dell’essere, la pura ed estatica essenza stessa della vita. Tenero e ammaliante il suo racconto, intriso di amore, nostalgia, pietà e speranza.

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