L’odore di sgrassatore al limone ricopriva ogni piastrella del bagno.
Cominciai a trafficare tra i cassetti sotto lo specchio, le maniche rimboccate e le galassie di lividi che baluginavano alla luce della lampada.
Non ci persi molto tempo.
Pescai una ciotolina trasparente, infilai quattro denti di leone con un po’ d’acqua e tornai in camera.
Liberai uno spicchio di comodino e aggiustai i fiori gambizzati, in posa per la loro ultima primavera.
A qualche passo una foresta di tubi teneva aggrappata la larva che un tempo era stata mia madre.
Attesi un po’ con le mani intrecciate all’ombelico e il capo chino per la rituale veglia.
Forse il prione le aveva risparmiato l’olfatto e lei ne respirava il profumo.
Forse i denti di leone fiorivano tra i buchi del suo cervello.
Forse sentiva che le ero vicina.
Dicevano di parlarle, di accarezzarla, di baciarla.
Sollevai lo sguardo fino al bracciale ospedaliero e socchiusi la bocca, ma l’unico suono provenne dai macchinari con i loro continui bip.
Me ne andai senza che nessuno fosse venuto a visitarla.
Il quartiere era impreziosito da lampioni, corridoi di siepi e una panchina rossa. Da un giardino un cercis faceva capolino con le sue fronde rosa. Inspirai l’aria fredda, compatta, senza traccia di erba tagliata, resina e fiori.
Il cliente era già arrivato. Aspettava appoggiato al suv acceso, le mani infilate nelle tasche del cappotto nero.
Non lo avevo mai visto, ma bastò uno scambio di sguardi.
Mi avvicinai con la bustina trasparente già in mano e lui ricambiò con una stretta di carta inumidita.
«Ti spiace?»
Si guardò intorno, poi fece segno di no con la testa. Forse più preoccupato per l’occhio vigile del vicinato che della polizia.
Leccai il pollice e scorsi le banconote come facevo con le carte dei Pokemon.
Ce l’ho, ce l’ho, ce l’ho, c’è, c’è.
Terminai il conteggio con un cenno, ma lui non si schiodò.
«Tocca a me.»
Aprì la portiera e cominciò a preparare gli ingredienti sul cruscotto: un pizzico di polvere, spatola, un tubetto arrotolato.
Sniffò la pista in un colpo e si stese sul sedile con un profondo sospiro.
Sul retro due grandi occhi ci fissavano da un seggiolone imbottito.
Un caschetto biondo incorniciava le guance paffute e il ciuccio con i cubi di lettere: ANNA.
«Potevi risparmiartelo.»
L’uomo mi rivolse un’occhiata fulminea, la mandibola serrata come se gli avessi interrotto un coito.
«Fottiti e si fotta pure Anton» ringhiò e mi salutò con una spinta.
Sbatté la porta e sgommò via.
Di loro rimasero solo petali rosa che galleggiavano sulla corrente d’aria.
Un tuono cantò tra le nuvole corvine. Accelerai il passo verso l’edificio dalle finestre strette e le tende da sole sui terrazzi. Il cancelletto si richiuse alle mie spalle e proseguii sulla lingua di piastrelle soffocata dalle erbacce.
Arrivata al portone, le chiavi mi caddero vicino a un trio di margherite strette in una fuga claustrofobica. Avevano il gambo piegato e la corolla raccolta in attesa della tempesta.
Afferrai il mazzo ed entrai.
Anton era seduto a capotavola, il monociglio arcuato mentre rollava un cannone. Di fronte c’era una distesa di accendini, fili di tabacco, cartine, biglietti del bus strappati.
Non appena superai la soglia, mi lanciò il grinder sbagliando di qualche centimetro.
La sedia cadde per terra e in un attimo avevo il polso stretto da dita appiccicose.
«Fai la paternale ai clienti ora?» urlò sputacchiando pezzi di biscotto.
Le pupille di fulmini rossi mi fissavano spalancate.
«Aveva una bambina.»
«E io ho una morosa idiota» sibilò e con l’altra mano fece centro.
Lo schiaffo mi lanciò in corridoio, addosso al muro e poi distesa sul pavimento. Gattonai verso il bagno, ma Anton chiuse la fuga.
Indietreggiai al ritmo dei suoi passi fino all’angolo del corridoio. Poi mi rannicchiai con la testa piegata e le braccia raccolte.
Fuori cominciò a piovere.
Una scimitarra di luce tagliava la stanza a metà.
«Mi spiace per l’ora, ma mi hanno detto di chiamarla se…»
L’infermiera si interruppe e vagò con lo sguardo sul pavimento, prima di fuggire con una stupida scusa.
La stanza cadde nel silenzio.
Afferrai il bicchiere sul comodino diretta al bagno. Buttai i fiori cadaverici e ci infilai dentro tre margherite. Poi lo rimisi al solito posto.
Intrecciai le mani e chinai il capo, ma la veglia non durò molto.
Sollevai lo sguardo al di sopra del bracciale ospedaliero.
Mamma era sempre lì, racchiusa nel suo bozzolo, solo che non respirava più.
Passai la lingua sul labbro gonfio e bagnato dalle lacrime.
Avrei voluto parlarle anche se non mi poteva ascoltare.
Avrei voluto dirle che passavo tutti i giorni a trovarla, che avevo conosciuto una bambina con il mio stesso nome e che l’avrei aiutata, che avrei lasciato Anton, che era ora di finirla con questa vita.
Avrei voluto dirle tante cose, ma non sapevo da dove cominciare o finire.
Afferrai le sue dita tra le mie e mi chinai a baciarla.
Profumava di erba tagliata, nespole, fragole, resina e denti di leone.
Di margherite fiorite dopo un giorno di pioggia.
«Ciao ma’.»
Un racconto di Gianandrea Frighetto

