Il pizzicore alla gola, appena sveglio, mi disse che quella domenica mattina la primavera era divampata, e, in primavera, i fine settimana di mio padre erano tutti un potare, innestare, zappare. «I’ ‘a miezz’a terra vengo e miezz’a terra aggia stà» ripeteva a chi gli diceva di godersi la pensione. «Mi riposo di più a faticare che a leggere come fanno muglierema e ‘o figlio».
Quando cadde dalla scala di legno, appoggiata a una pianta di limoni in giardino, il tonfo secco squarciò il canto degli uccelli.
Alla fine del viale, a marcare il limite della mia esistenza, stava il cancello, maestoso e grifagno. Non oltrepassavo quella soglia da quand’ero un ragazzotto energico. L’ultima volta che sono uscito avevo vent’anni, e vent’anni è l’esatta metà del tempo che ho trascorso sulla Terra. L’orda di gente brulicante per le strade mi inorridiva, in mezzo a loro sentivo il cuore scoppiare, l’aria venir meno.
Il giardino era un’oasi di pace, e, come un bambino, fantasticavo che le sue mura alte e spesse fossero mura di un inespugnabile castello medievale. Durante la fioritura, tuttavia, anche il giardino diventava territorio ostile. Quando ci mettevo piede venivo tormentato da una tosse che dilaniava i polmoni, così mi serravo ancor di più nella tana. Fuori c’era il mondo, io lo rifiutavo con quotidiana ostinazione.
L’ambulanza arrivò dopo un tempo sospeso che direi infinito, e io scrutai dalla finestra del mio studio due omaccioni sollevare quel corpo emaciato, assicurarlo alla barella e ripartire.
La visita che doveva accertare l’assenza di fratture segnò l’inizio del calvario. «A tuo padre hanno trovato un brutto male ai polmoni, e ce l’ha da parecchio, asintomatico» disse mia madre, guardando fisso nel vuoto, quando arrivò l’esito della biopsia.
Dalle mie parti il tumore non si nomina, è solo il brutto male.
Il tumore se lo prese con una lenta ma inesorabile forza spersonalizzante: smise di essere lui per diventare il malato. Perse per sempre la sua identità, il suo io di uomo che aveva lavorato per cinquant’anni, di padre, di marito, di contadino che amava il proprio orto.
Le giornate di donna Maria, mia madre, si ridussero a seguire lo scadenziario dei medicinali, a tentare di fargli ingoiare un boccone, spronarlo come se spronandolo potesse cacciare il male dal corpo. Era convinta che ci fosse una speranza, alla quale s’aggrappava con una tenacia che mai avevo visto in lei. Sarà che quando attraversiamo una catastrofe si passa per un lungo rigetto. Tentiamo di rifiutare la realtà, fingiamo, per non impazzire, che in fondo esista una via d’uscita.
Ogni tanto scendevo dal mio studio per giocare a carte con papà, come mai avevo fatto.
Confesso di non essere mai stato bravo ad alcun gioco, anche se lui, vero e proprio campione, si ostinava a indottrinarmi. «Ci deve stare una magia, un’intesa con chi giochi» diceva «t’hê ‘a capì accussì, guardannave ‘e stramacchio». E, allora, sciorinava segni e simboli per dialogare col compagno, senza permettere che gli avversari intuissero le proprie carte.
«È come parlare davanti a tutti di un segreto» gli dissi una delle prime volte che me li spiegò.
«Esatto, è come parlare di un segreto» disse col solito sorriso beffardo, consapevole che non avevo capito nulla.
Ne avevamo noi due, di segreti, e proprio in quei segreti stava l’alimento del nostro legame.
«Sono stanco, finiamo la partita domani» disse la sera in cui capii che stava per morire. Non era un fatto razionale, i medici assicuravano che stesse rispondendo bene alle cure, ma in quell’attimo ebbi la premonizione dell’addio. Allora s’apprestava il primo, gradevole tepore d’aprile, che, col suo venticello, cacciava il gelo dalle vene. Era ormai passato un anno d’agonia.
Mio padre se ne andò sette notti dopo, in una notte bollente che s’appiccicava addosso, se ne andò addormentato dalla morfina, se ne andò, e quasi non me ne accorsi.
Dovevo essere triste, disperarmi, eppure sentivo un senso di sollievo che mi metteva a disagio.
Avevo vissuto mille e mille volte quel momento, i suoi occhi serrati, i pianti strazianti degli altri, il vuoto che si sarebbe fatto assenza. Mi chiedevo come l’avremmo abitato, quel vuoto, e ora che era lì, sotto i miei piedi, lo osservavo impietrito.
Il giorno del funerale la casa era assiepata di gente. Gente del paese, colleghi di lavoro, lontanissimi parenti che non si sa come avevano saputo. Rinchiuso nella mia tana, ordinavo la libreria, cercavo la latitudine dei miei punti d’appiglio, mentre su un’agenda in cuoio marocchino appuntavo note e prossime letture.
Fuori si recitava un teatro dell’assurdo in cui ciascuno aveva una parte, riproduceva gesti codificati, ripeteva parole che non consolavano. Da un momento all’altro, ero certo, mi si sarebbero riversati addosso, come formiche che scappano in massa dal formicaio.
«Signori, vi chiederei, se possibile, di recarvi all’uscita» disse con compostezza imperiale mia madre, prima di aprire la porta dello studio. «Papà sta per andare via» furono le sue uniche parole, e papà era ormai un corpo senza più peso – sollevato dal letto, sembrò che stesse per spezzarsi.
Quattro uomini uscirono con la bara in spalla, io guardavo dalla finestra. Le piante strabordavano di fogliame, dai rami curvi pendevano limoni e arance, il cielo era una cappa di nuvole, i pollini danzavano sospesi nell’aria, ma tenni la finestra spalancata.
Restai così, confinato dentro, col respiro affannato e la tosse che sembrava distruggermi dalle viscere, finché scomparvero tutti.
Le campane rintoccavano la loro litania, e nulla, non ricordo più nulla.
Un racconto di Felice Lanzaro


Molto emozionante, scritto bene , con gli occhi della mente ho vissuto il racconto. Complimenti 👍💗