Non le era ancora capitato di morire in primavera.
La maggior parte delle volte era accaduto d’estate.
Quale era stata la prima volta? Immersa in quella confusione, le era quasi impossibile ricordare, gente che andava e veniva, il campanello che suonava di continuo, il telefono che mugolava insistente reclamando attenzione cui lei cedeva, distraendosi.
C’era davvero tanta gente, chissà chi l’aveva invitata. Il cibo sarebbe bastato per tutti? Non era sicura di aver messo in ordine di recente. I gatti, ammesso ne avesse, si sarebbero inquietati con tutto quel via vai. In bella vista sul cassettone nell’ingresso aveva una multa da pagare, un eccesso di velocità di cui andava fiera, ora, però, avrebbe voluto toglierla, non le pareva elegante esibire le sue prodezze.
La prima volta, riprendeva faticosamente a pensare, doveva essere successo in un giorno di giugno. Al mare.
Rosso con fiorellini verdi e bianchi.
Quello non era certamente il suo costume, non poteva essere il suo. Aveva infilato le gambe nei buchi, una dopo l’altra, con un certo sforzo l’aveva tirato su e, nonostante lo slancio, si era subito incastrato, l’elastico affondava e la tagliava nel morbido, si sentiva stringere ovunque. La testa piegata verso i piedi cercava a vuoto, il costume era scomparso là sotto da qualche parte, piuttosto, in alto, sbucava qualcosa che non aveva mai notato prima. Un pezzo solo non bastava a coprire tutta quella sé che avanzava in abbondanza, esposta e indifesa.
Sarebbe rimasta lì dentro. In fin dei conti, fuori, non aveva impegni urgenti.
Iniziò a starnutire, la mamma spalancò la porta. La luce infuocava ogni dettaglio convertito in polaroid accese. In quella panoramica di colori abbaglianti vedeva una folla a quanto pare mimetizzata e invisibile a tutti gli altri che solo lei sentiva ridere distintamente.
Svenne.
Le mani intrecciate a nascondere quante più parti poteva rimasero incastrate, non le servirono ad attutire il colpo.
L’azzurro carico diventò nero.
Un luminare, il primo dei molti cui fu sottoposto il cadavere ancora piuttosto morbido, anziché prescrivere un bikini, individuò un’allergia al legno di un particolare tipo di abete, quello che cresceva in forma di listelli da cabina.
Mai una cosa normale nella tua famiglia, eh.
Era il ritornello con cui i suoi genitori attribuivano reciprocamente alla genia altrui quella figlia che maturava choc anafilattici per allergie uniche tutte da studiare di cui i dottori si complimentavano, il che, alla fine, un po’ li inorgogliva.
Quando raramente non si trattava di un’emergenza e, per una visita di controllo, si trovavano nelle sale d’aspetto degli specialisti, i due guardavano con commiserazione quei bambinetti, pavidi principianti, tutti uguali, coperti di chiazze e pustole, con i visi gonfi, sfigurati, avvolti in bendoni oscuranti, allora, accarezzavano fieri quel loro rigido baccalà che trasportavano con un’imbracatura artigianale, ma efficiente, tipo valigia.
In autunno, quando la scuola era iniziata da poco, le compariva l’allergia alla formica verde, alternata a quella per il linoleum nero e rosso e per la merenda comprata dal bidello. L’unica allergia alimentare nota.
Con il freddo, le imbottiture, strati su strati su strati, la proteggevano quasi per tutto l’inverno ad eccezione delle feste di Natale e di Capodanno in cui si inteccheriva, all’improvviso, ora per i nastri rossi, ora per i regali riciclati, il vischio, l’agrifoglio, il cartone pressato dei puzzle e il cartone di tutte le scatole dei giochi in scatola, in generale. Gli effetti più gravi erano provocati, però, dall’abete che, sia di legno sia in plastica perenne, spuntava nei salotti imparentato con fili argentati, palline e luci intermittenti.
Ma in primavera mai.
Buttava nella spazzatura le scorte di antistaminici e cortisone di cui tutti tendevano inutilmente a rimpinzarla.
In primavera, era pronta a scommettere sui sogni. Le germogliavano in tasca liste di desideri, impegni e buone pratiche.
A volte qualcuno addirittura le diceva Sono molto felice di stare con te.
Avrò capito bene, pensava lei, rimanendo sempre col dubbio che fosse stata la radio.
Osservava la sequenza di verde nuovo che sbucava ovunque e si stupiva ogni volta di tutte quelle tonalità che le parevano inventate da quanto erano belle.
Un ti prometto senza riserve.
Era in primavera che qualche pezzo di futuro le si imprimeva addosso, la sollevava e la portava da un’altra parte, un po’ più in là.
Fino all’inizio della stagione balneare.
Stava cominciando ad infastidirsi sempre di più.
Un po’ perché aveva perso il filo di tutti gli episodi in cui si era sentita morire. Un tempo se li sarebbe ricordati senza alcuna difficoltà e, se mai ci fosse stato qualcuno interessato ad ascoltarli oltre ai ricercatori che se l’erano sempre contesa in animo di sfruttarla per ottenere un nobel, avrebbe potuto elencarli, a piacimento, in ordine alfabetico, per tipologie di allergeni, per colore.
Un po’ perché nonostante tutta quell’animazione, nessuno sembrava curarsi veramente di lei.
Le si avvicinavano sussurrando, biascicavano qualche parola incomprensibile e si allontanavano.
Lei aspettava che qualcuno le piazzasse un disco freddo sul petto, la punzecchiasse, battesse un martelletto.
Niente.
Che bel colore.
Finalmente, pensò.
E’ uno speciale tipo di abete.
Subito si sentì morire.
Un racconto di Francesca Dello Strologo

