Ho scelto le donne perché non le voleva nessuno. Dopo però ho pregato il Lord che non mi mandasse anche dei maschi avanzati. «Grazie tante» mi ha scritto, «e cosa ne dovrei fare di tutti questi “virgulti”?». Ho usato la lettera per nettarmi la ferita al piede, purulenta. Un vantaggio delle soldatesse è che sembrano abituarsi ai miasmi meglio dei maschi. Non mi sono mai accorto di qualcuna che storcesse il naso al mio passaggio.
Il Lord è proprio una sagoma. Come a farlo apposta me ne ha spedito delle tonnellate di questi virgulti. Molti li ho usati per il tiro a segno. Altri li ho precipitati giù dal burrone.
I terroristi hanno preso alloggio in un vecchio castello, al di là del Ponte dei Cinque Denti. Mi sono fatto promettere dal Lord che una volta ripulito quel posto, mi sarebbe stato permesso di cambiargli nome. Odio i nomi poetici.
Ho convocato le mie tre Arpie: Donuz, emigrata qui secoli fa, che prima della guerra lavava i capelli. Un giorno gli ustascia sono entrati nel suo negozio e l’hanno seviziata; Raven invece gode a scannare, è nata così. E ultima viene Gegia, qui per esigere, con avvocatesca dovizia, il suo diritto al massacro.
A quelle che storcono il naso, pensando a un uomo che guida un manipolo di ardimentose, dico: ho una mia etica, non intrattengo nessun tipo di promiscuità con le soldatesse.
La ferita mi duole. Ho chiesto a una delle giovani, Lotte, di sciogliermi, disinfettarmi e ricucirmi. È stata brava, ma poi mi ha fatto delle avances: l’ho fatta frustare. È bene estirpare questo genere di patologie. Ora vive con me nella tenda, come animale domestico. Non l’ho perdonata, ma mangia il mio rancio, che è meglio di quello che diamo alle reclute. Il suo quoziente intellettivo è pari a quello di un fuco. Alle volte provo a perfezionare le creazioni del Lord.
Ci accampiamo e fischiano le prime pallottole. Rispondiamo ai fischi coi fiaschi: siamo spesso ubriachi. Donuz si erge e mostra il perizoma lercio in segno di sfida. La sera la convoco nella tenda e le intimo di contenersi, non vorrei che le altre prendessero a imitarla. Lei mi prepara una minestra al cardamomo e incide la mia pelle con tatuaggi che liberano le radiazioni con le quali i terroristi ci hanno incendiato per anni. Porto un po’ di uranio sempre in tasca, per non dimenticare.
Mi addormento al canto lugubre di Raven coda di rospo.
Ancora sibilo di pallottole dal rudere.
Le ragazze scavano una fossa. Manovro un centinaio di giovani, improvvisando uno scudo umano. Sono felici di giocarsi la promozione sul campo. Ho da spartire qualche grado da caporale, ossa di pollo e bottiglie: chi prima arriva meglio alloggia.
La mira dal castello è precisa al millimetro. Centrano gli occhi dei virgulti, uno dopo l’altro. Dico alle più sveglie di usare i cadaveri, di erigere una piramide di carne.
Quando abbiamo finito di scavare la fossa, ordino di riempirla con teschi e larve, così da farla muovere alla velocità della luce. In men che non si dica i vermi prendono a vibrare: ha funzionato!
Lotte se la ride e Raven le butta giù i denti. Le ha fatto un favore, è bello vedere questo spirito tra le ragazze. Fossero tutti maschi qui regnerebbe l’anarchia.
La fossa finisce sotto il rudere e lo inghiotte, sputando fuori i ribelli. Passiamo tutti a fil di spada. Non abbiamo tempo per processi sommari e le munizioni stanno finendo.
Quella sera stessa è il compleanno di Gegia e un ragazzo in scooter dalla capitale porta una torta di sushi. Raccogliamo una mancia che è più di quanto guadagni io in un mese.
Il mattino seguente mi allontano a piedi. Ho lasciato il comando a Lotte: senza denti ragiona meglio delle altre. «Ci saranno vendette trasversali, ma è nelle avversità che emergono le migliori». Questo scrive il Lord.
Prendo strade poco battute. Zoppico, non ho voglia di combattere. Mi limito a rubare la frutta dagli alberi. A volte mi tocca litigare con i contadini. Capita che qualcuno ci lasci il pennacchio, ma giuro di non usare violenza alle loro famiglie: ho una mia etica.
E così, inaspettato, arriva il momento in cui la incontro: è una nube di mosche, con forme cangianti e flatulenze che sanno di glicine. Non parla, mi sgranocchia la ferita. Contravvenendo a ogni tradizione, giacciamo insieme dalla prima notte. Ci sposiamo in una piccola cappella, all’incrocio tra quindici strade. Il Lord, da lontano, benedice questa unione. Il matrimonio dura fino a quando la nube arriva a rosicchiarmi il ginocchio. La ferita è svanita. Non abbiamo avuto figli, ma quando fugge via mi lascia i suoi: Spit e Bela. Il maschio non vivrà che due notti.
Un giorno Bela si fa donna e io un vecchio sporco di sugo. Mi accompagna, come se fossi il padre naturale, in una distesa di cemento dove stanno edificando una chiesa e mi dice «Qui hai massacrato donne e bambini. Ti va di riposare?».
Io le dico di sì, che avrei dormito lì.
Apre una sdraio colorata di pesca e delfini. Mi passa un cuba libre.
Faccio un sogno: cado come un missile sulla reggia del Lord e torno bambino.
L’ultima cosa che ricordo è un’altalena.
Un racconto di Federico Dilirio

