Ieri sono sceso in garage, avevo una cena sul Tevere ed ero pure in ritardo. Non che fossi in ritardo per l’ora indicata sull’invito, che sarebbero state le nove. No: ero proprio in ritardo per l’ora giusta, che a occhio potevano essere le undici. Ma devo essere sincero?, non me ne fregava un cazzo. Quindi scendo con calma in garage, devo capire che macchina prendere, e poi magari tornare su e scegliere un cronografo che s’intoni col mezzo, ed è a quel punto che succede la faccenda. Vedo una Lamborghini, arancione, parcheggiata nell’angolo proprio attaccata alla parete. Sembra nuova. Bel colore, penso, e faccio mente locale: la Ferrari ce l’ho, mi sembra chiaro. E pure due Porsche. Poi c’è la Mercedes di rappresentanza. Le auto storiche nemmeno le conto. Poi ci sono i SUV per andare a sciare, saranno due o tre. Ma la Lambo no. La Lambo non ce l’ho, me lo ricorderei. Mai presa una Lambo, quindi salgo dalla Bianca.
Dorme a pancia in giù, la coulotte di pizzo le fascia i glutei. Se l’è comprato martedì. Un affare, mi ha detto, solo novecento euro col reggiseno abbinato. Le sta davvero bene, così gliene ho comprati sei, di colori diversi.
Chi cazzo ha parcheggiato una Lamborghini in garage? chiedo.
Lo sai che non mi devi rompere oggi, dice – E mi guarda come se non esistessi. – O magari non lo sai, continua, visto che non mi ascolti mai.
Scavo nei ricordi e compare un’immagine: l’atelier.
Inaugurazione? chiedo.
Sei un coglione, è la risposta.
Il pezzo che costa di meno, dice, lo vendo a seicentomila. Se pensi di non venire sei un coglione due volte.
Mi allontano sconsolato, questa cosa dell’atelier non la reggo proprio, ma sento quel rumore della lingua che schiocca sul palato, come quando si chiama un cane, o un cavallo. Mi volto, è la Bianca che vuole attirare l’attenzione.
L’hai comprata due mesi fa, la Lambo, dice. Non ci credo! aggiunge stranamente contenta. Davvero non l’hai ancora provata?
La Bianca, va detto, tende a esagerare. Ma è normale per una cresciuta sullo yacht più lungo di Portofino. Stava ancora alle medie e il padre pagava già due professori dell’università di Genova, lezioni private a bordo. Soldi sprecati, penso, a conoscerla oggi.
Comunque litighiamo, le dico che sta sparando cazzate, che si deve dare una bella regolata, ed è lì che sbaglio, perché lo sanno tutti: mai litigare con la Bianca. Infatti esibisce tempo zero una bolla di consegna. Guardo la sigla e, cazzo, la Lambo l’ho comprata davvero!
Va beh.
Prendo un SUV per tenere il profilo basso, devo andare a Trastevere e non si sa mai. Imbocco il raccordo e penso che mi manca la tangenziale est, e pure la bretella, e i navigli, ma non quelli per i turisti, con l’acqua, non quelli lì, gli altri: la circonvalla interna. Arrivo al Tevere e sono ancora in fissa perché di solito, quando compro una cosa, me lo ricordo, e questa storia della Lambo mi sta dando un po’ in testa, ma poi mi versano il primo gin tonic, e il secondo, e il telefono intanto è impazzito; il commercialista che deve cambiare un appuntamento, e il personal trainer che non vede il bonifico, e l’agenzia di viaggio per l’anniversario, dodici mesi di merda con la Bianca, ma è dura trovare una meta originale, ormai. Ti sembra l’ora di telefonare? penso. Lavorano tutti di sera? Sarà un effetto post Covid.
Il bicchiere è vuoto e faccio segno. Il barista non capisce una fava e mi parla di agrumatino, fruttato, speziato, botanico; e dice pompelmo, o qualcosa del genere, e poi altre parole del cazzo e allora gli rispondo male. Impiega troppo a preparare una roba da cinque euro che me ne costerà trenta. Ne bevo un sorso e me ne vado.
Guardo il SUV parcheggiato storto sul marciapiede. Che macchina di merda, penso, ma dentro di me lo so perché sono così incazzato.
Era il novantanove o giù di lì. Mia moglie, anzi, la mia ex moglie, Rossana. A quel tempo non eravamo ancora sposati e lei lavorava al bancone. Passavo a trovarla appena potevo, fra un turno e l’altro. Avevo una Peugeot rosso mattone scolorito, mille e tre di cilindrata, doppio carburatore Weber a doppio corpo, praticamente un’orgia di carburatori, cazzo. L’avevo presa di terza mano ma non era messa male, centoquarantamila chilometri e andava come un orologio. Avevo comprato i cerchi bianchi, OZ Racing, usati ma tenuti bene. Stava benissimo la 205 con i cerchi bianchi, cazzo. Certo, quelli in lega sarebbero stati meglio ma comunque non me li potevo permettere. A Rossana piaceva quella latta verniciata di merda, scopavamo sempre. Aveva anche litigato con uno al bowling, quello di Parabiago. Sto tizio se ne esce che i cerchi bianchi sono da maranza, sperava di metterla contro di me, il coglione, invece lei si è infervorata. Ero pronto a difenderla invece, se non la tenevo io, lo ammazzava quel coglione. Ros. È il nome che usa adesso, mi hanno detto. A me piaceva di più Rossana ma tanto sono quattro anni che non la sento, quindi chissenfrega. Bianca mi chiama e io non rispondo. Ma questo cazzo di Bluetooth, o Siri, o come cazzo si chiama, ci tiene proprio che io senta il messaggio, che parte in automatico. Capisco i tuoi momenti di stranismo, dice, e li rispetto anche, però cerca di venire alla kermesse di stasera. Così dice. Kermesse. Con Rossana entravamo al cinema dalla porta antincendio. La chiudevano con la catena, per evitare i portoghesi, ma io lo sapevo che era illegale, c’è morta della gente per quello scherzo, così il venerdì facevo la soffiata all’ispettorato e per mezza sera dovevano togliere la catena.
Bianca insiste. Sbuffa nel vocale mentre mi comunica che, stante il mio comportamento infantile, temporeggerà in un lounge bar. Hai tempo di cenare con gli amici, dice, e poi arrivi. Non sto cenando. Quelli non sono miei amici. E al lounge bar, pre kermesse, ante atelier, non ci vado manco se mi arriva addosso l’anticrimine con la beretta e la patacca dorata e tutto il resto.
Una volta Rossana ha spaccato il naso a un tipo, bello grosso, alla balera di Cermenate. L’aveva insultata, niente di che, una roba soft tipo troia, o succhiacazzi, non ricordo, io mi sono alzato sbuffando, che non mi piace litigare. Il tipo allunga una mano aperta e fa: stai fermo stronzo, oppure.
Non ha finito l’oppure che Rossana l’ha pinzato secco, sopra i denti, sangue dappertutto. Nessuno! mi ha detto poi mentre facevamo l’amore nel parcheggio, nessuno dice al mio uomo cosa fare.
Così arrivo davanti a un locale di alette di pollo. Da fuori è tutto illuminato di neon, scritte rossi coi prezzi, Sette e 99, Otto e 99, Dodici e 99. Ho visto dal suo profilo che è uscita con le amiche, lei non ce l’ha internet, ma le amiche sì e si stanno ammazzando di Margarita col 3×2. Con tutti i soldi che abbiamo fatto insieme, Rossana potrebbe mangiare quaglia al tartufo tutte le sere. Metà dell’azienda era già sua, fin da quando stavamo giù al nord. Della mia metà, il giudice le ha dato la metà, poi abbiamo venduto tutto e adesso ha davvero molti più soldi di me. Però mangia alette di pollo a Qualcosa e 99.
È Rossana.
Quindi entro. La vedo al tavolo centrale, camicetta macchiata di quella salsa di merda al pomodoro che ti danno con le patatine messicane, come cazzo si chiamano, la vedo e lei mi vede e mi ero preparato un sacco di battute a effetto, in macchina venivano davvero bene. Ma quando le ripetevo allo specchietto mi ero dimenticato un particolare non da poco: io alla fine non lo so perché cazzo sono venuto qui.
Lei invece si alza, viene da me e le parte uno schiaffo. Potrei schivarlo ma sarebbe peggio. Quando il rumore della carne su carne finisce, Rossana si avvia all’uscita. È lì ferma, con la porta mezza aperta e mi guarda fisso, lo sento dentro quello sguardo.
Ma quanto ci hai messo? dice.
Un racconto di Michele Frisia

